La Cina, l’acciaio e il porto di Taranto

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Torniamo a occuparci dell’Ilva con un articolo di Alessandro Leogrande uscito sul «Corriere del Mezzogiorno».

Taranto vista dalla Cina, la Cina vista da Taranto. Mentre le soluzioni ipotizzate per coniugare salute e lavoro sono ancora tutte in fase di definizione, proviamo ad allargare un po’ il discorso su scala globale. I due esempi che proporrò portano entrambi alla Cina.

Ecco il primo. Mi sono chiesto in queste settimane: quanti film hanno raccontato l’Itasilder e l’Ilva dopo la sua privatizzazione? Non genericamente la fabbrica o il lavoro operaio, non un centrale nucleare o l’inquinamento industriale in senso lato, ma proprio l’Italsider, le città-Italsider, le famiglie-Italsider, il lavoro-Italsider, come si è venuto a determinare – in Italia – nel corso del Novecento? Ho chiesto a un po’ di amici registi e critici cinematografici. Se si escludono il recentissimo “Acciaio” di Stefano Mordini e alcuni documentari più che altro televisivi, la risposta è: nessuno. E ciò la dice lunga sull’assenza di un ricostruzione artistica e di una riflessione culturale su una parte così importante della storia nazionale, che ha messo insieme i destini di Genova, Napoli, Taranto…

Ilva per principianti #2. Il mare che non c’è

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Pubblichiamo un reportage di Ornella Bellucci tratto da «Il corpo e il sangue d’Italia. Otto inchieste da un paese sconosciuto». Su RadioArticolo1 è possibile ascoltare i podcast dell’inchiesta radiofonica «Taranto sotto le ciminiere» curata da Ornella Bellucci nel 2009: dieci anni di storie di fabbrica e di vita che raccontano il perché si sia arrivati a questo punto.

di Ornella Bellucci

Io non sapevo quello che sanno i pescatori. Ebbi a che fare, in realtà, con un leone del mare, un irriducibile: voleva spiegarmi che il mare è ricchezza per tutti. Aveva sperimentato che costruendo gabbie nell’acqua e allevando pesci, col mare poteva creare mercato. Lino ce l’aveva nello sguardo, gli scorreva dentro, il mare. Patrizia, sua moglie, quando andava a trovarlo in carcere, gliene portava sempre una spugna imbevuta. Lui la strizzava fino a riempirsi le mani, le portava al viso – «il nostro mare» – e pian piano si lasciava andare.