78 rifiuti: Marlon James e il romanzo giamaicano

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di Pierfrancesco Matarazzo

78 rifiuti possono bastare a far cedere un aspirante scrittore?

Un libro su cui si è lavorato tre, cinque, dieci anni, limandolo, bruciandolo, riscrivendolo, detestandolo e alla fine inviandolo alle case editrici, aspettando. I primi rifiuti sono prammatica. I secondi servono a rafforzare il carattere, perché, si sa, tutti vogliono scrivere e nessuno vuole leggere. I terzi cominciano a dare un po’ fastidio: psioriasi, coliti, ulcere, emicranie, depressioni. Compagni di viaggio dello scrittore. I quarti si cercano di ignorare, i quinti si accartocciano mentre si leggono perché non meritano di essere conservati. I sesti, i sesti si lasciano sulla scrivania vicino al computer, un sfida: riuscirà lo scrittore aspirante a continuare a scrivere mentre la pila cresce in altezza? E se alla fine i rifiuti fossero 78?

Quali maestri?

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Questo pezzo è uscito sul numero di Linus attualmente in edicola.

La domanda nasce come un gioco davanti a una vecchia pubblicità (apparsa su linus nel maggio 1976): chi può spiegarci, oggi,  “perché siamo diventati come siamo”? Chi potremmo metterci al posto di quei tre (Elio Vittorini, Alberto Moravia, Eugenio Montale)? e conduce fatalmente a interrogarsi sull’endemico senso di inferiorità che attraversa il nostro paesaggio culturale. Osservare quegli illustri scrittori prima ancora che uno sforzo d’intelligenza storica, di critica letteraria o militanza culturale, ha tutta l’aria di un esperimento emotivo. Come ci sentiamo, come vogliamo sentirci rispetto al nostro tempo?

«Caro Auster», «Caro Coetzee» cos’è l’amicizia?

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Questo pezzo è uscito su Europa.

«Ho smesso di leggere tutte le recensioni ai miei libri, che siano positive o negative», scrive Paul Auster in una lettera indirizzata a J. M. Coetzee. Coetzee ne prende atto e risponde ad Auster. Si interroga: «bisognerebbe scrivere una lettera al direttore, replicare alla recensione ingiusta?», ma poi riflette: «I direttori sarebbero felicissimi di un responso del genere: non c’è niente che i lettori amino di più di un bel battibecco letterario nelle colonne della corrispondenza». Nella lettera successiva, Paul Auster conclude: «hai ragione: per uno scrittore sarebbe fatale rispondere pubblicamente a un attacco velenoso».

I lettori saranno anche privati dei battibecchi letterari e delle repliche alle stroncature ricevute da Auster, ma possono ora leggere il libro in cui è riportato il suo carteggio con il premio Nobel per la letteratura J. M. Coetzee. La raccolta di lettere si intitola Qui e ora. Lettere 2008-2011 (Einaudi, pp. 237, euro 19,50).

“L’infanzia di Gesù” di Coetzee è il primo libro cardine degli anni Dieci?

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Giorni dopo aver letto L’infanzia di Gesù, l’ultimo libro del premio Nobel 2003 J.M. Coetzee, ho sentito un bisogno forte di cercare quanto più si potesse trovare in rete sull’argomento, convinto che ruminare per conto mio avrebbe risolto poco rispetto a certe cose del libro che a tutti i costi non mi si chiarivano.

Ho visto che, tra gli altri, Joyce Carol Oates ne aveva parlato sul New York Times, Benjamin Markovits sul Guardian, Jason Farago su New Republic, Roger Bellin sulla Los Angeles Review of Books.

Si tratta di recensioni lunghe e ragionate, quasi tutte elogiative se non entusiastiche, che hanno un interessante aspetto comune – al di là della ricorsività un po’ telefonata di alcune parole chiave (enigma, filosofia, allegoria, Kafka) – in una sorta di sospensione del giudizio di fronte all’impenetrabilità di certi nodi del libro, quasi che Coetzee volasse talmente più in alto delle normali rotte letterarie da risultare invisibile al radar dei critici. Oppure, volendo rimanere in tema, come se da terra guardassero a occhio nudo un aereo volare ad alta quota, senza poter sapere da dove sia partito né dove sia diretto, ma non per questo mettendone in dubbio il senso stesso del volo o mancando di provare una sensazione di deferenza nel seguirne in cielo la traiettoria dritta e decisa.

La vita affondata dai romanzi. Rushdie, Ellis e Coetzee

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

Scrivendo le proprie memorie in terza persona Salman Rushdie ci sta dicendo che Joseph Anton sarebbe un bel libro anche se si trattasse di letteratura di finzione. Anche se fosse solo un romanzo. Il che avrebbe senso, considerando che la storia di Rushdie, in sintesi, è quella di uno scrittore che si è complicato tremendamente la vita proprio con un romanzo, I versi satanici, valutato sul piano teologico (come qualcosa, quindi, di più di un romanzo). Certo, avrebbe fatto meno fatica se si fosse limitato ad aprirci il suo cuore con una confessione sincera in prima persona, invece di rappresentarsi come un personaggio all’interno di quella riproduzione in scala della vita che è il romanzo, con tutto il lavoro di ricerca e le difficoltà che deve aver comportato mettere una vicenda come la sua, personale e di dominio pubblico, alla giusta distanza (alla fine del libro, ad esempio, Rushdie ringrazia gli archivisti dell’Emory University per il lavoro di catalogazione dei suoi documenti).

Vergogna

Questo articolo è apparso domenica scorsa sul Sole 24 Ore La scena è un tavolo addobbato per pranzo. La scena è un tavolo addobbato. C’è un uomo. L’uomo è circondato da tre figli, una moglie, una ex-moglie, un paio di amici. La sua famiglia è sempre stata una minuscola comunità ad assetto variabile. L’uomo ha […]

Seminario sui luoghi comuni

5. Il giovane moralista Gioventù, di J.M. Coetzee, è uno dei più bei romanzi di formazione degli ultimi anni. Il protagonista, J.M. stesso, è un aspirante poeta chiuso, freddo, deciso a diventare un grande artista e a conquistare donne come un Picasso, ma destinato al lavoro ben più congeniale di programmatore informatico in una Londra […]