Quando il giornalismo racconta la guerra

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«Non accettiamo più i lavori di giornalisti freelance che viaggino in luoghi dove noi non ci avventureremmo […] Se qualcuno si reca in Siria e al ritorno ci offre immagini o informazioni, non le useremo». Per Michèle Léridon, Global News Director dell’agenzia giornalistica France Press, uno dei colossi dell’informazione globale, l’uccisione e il rapimento di giornalisti in Siria e Iraq impongono di «riaffermare alcune regole di base» del giornalismo di guerra. E di ripensare l’equilibrio tra il dovere di informare, la necessità di garantire la sicurezza dei reporter, la preoccupazione per la dignità delle vittime. Affidata al sito della France Press il 17 settembre 2014, la presa di posizione di Léridon suona tardiva e un po’ tartufesca, ma rimane significativa. Perché proviene dall’interno di un’agenzia che per sua stessa natura alimenta la tendenza bulimica del sistema dell’informazione.

Da James Foley a Annie Ernaux: raccontare la morte, da non troppo vicino.

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“Non voglio lodare la morte, ma nella sua imminenza la morte conferisce una certa bellezza alle proprie ore – una bellezza che non ha corrispettivi, ma che è travolgente”. È una frase che trovate a pag. 74 di Questo buio feroce. Storia della mia morte di Harold Brodkey (Fandango 2013, traduzione di Delfina Vezzoli); e questo potrebbe essere il motivo, consideravo, per cui quest’estate ho letto tre libri sulla morte – uno molto bello (questo di Brodkey), uno lodatissimo ma sopravvalutato (Il tempo della vita di Marcos Giralt Torrente, Elliot 2014, traduzione di Pierpaolo Marchetti), uno lodatissimo e meraviglioso (Il posto, L’orma 2014, traduzione di Lorenzo Flabbi) – anche se, è pur vero, che ci sono delle spinte inconsce che con tutta probabilità ci avvicinano a leggere libri che ci mettono di fronte alla scomparsa di una persona, alla sua mancanza, alla paura di questa mancanza, e al dolore. Ognuno probabilmente ha le sue ragioni, sono personali, e spesso non sono trasparenti nemmeno a se stesso.