Downton Abbey

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Il 19 dicembre Downton Abbey torna in tv con la quarta stagione. Pubblichiamo un articolo di Veronica Raimo uscito sul numero di agosto di IL, il magazine del Sole 24 Ore.

di Veronica Raimo

Devo confessare che quando ho letto che Dan Stevens, l’attore che interpreta Matthew Crawley in Downton Abbey, avrebbe lasciato la serie per dedicarsi ad altro, ho sentito un senso di tristezza e liberazione molto simile a quello che dice di aver provato lui nel prendere la sua decisione estrema. Ci sono certi rapporti sentimentali palesemente sfibranti che si trascinano per abitudine, perché non si ha il coraggio di manifestare apertamente il proprio disamore, o peggio ancora perché c’è una pressione sociale intorno che ti fa sentire persino in colpa di provarlo quel disamore. Per me Downton Abbey è stato questo: uno strano caso di autosuggestione e condizionamento intellettuale.

Appena la serie era sbarcata negli Stati Uniti, me ne aveva parlato una mia amica americana che è stata spesso la mia spacciatrice di fiducia per quanto riguarda il consumo culturale. Era stata lei a spingermi Jennifer Egan, Blue Valentine di Derek Cianfrance, e pure Roberto Bolaño, in tempi non sospetti. Quindi mi dovevo fidare. E mi sono fidata. Eppure quando ho cominciato a vedere Downton Abbey ho avuto un’imbarazzante sensazione di vergogna che avrebbe dovuto indurmi dei sospetti se fossi stata meno vittima di condizionamento; ovvero ho provato lo stesso piacere che provavo da piccola nel vedermi Rosa Selvaggia con Verónica Castro, amplificato però da un piacere ancora più perverso, perché almeno in Rosa Selvaggia l’apprensione emotiva era data dall’attesa del riscatto sociale di Selvaggia – povera ma buona – catapultata in un universo di ricchi subdoli e spietati, mentre in Downton Abbey la rivalsa sociale è l’ultimo dei motori narrativi, schiacciato dal melodramma molto più intenso che lacera gli animi dell’aristocratica famiglia Crawley, nella sua fase calante.

Quando la letteratura si trasforma in vita

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Pubblichiamo un’intervista di Benedetta Marietti, uscita su «Repubblica», a Peter Cameron.

di Benedetta Marietti

New York. È in un piccolo appartamento bohémien sulla decima strada, nel cuore del Greenwich Village, che Peter Cameron vive con Dinah e Ghita, i suoi due inseparabili cani d’acqua portoghesi. È lì che abita da trent’anni, da quando ventitreenne decise di lasciare il New Jersey e la famiglia catturato dal fascino delle mille luci di New York. Ed è lì che conduce un’esistenza per sua stessa definizione “stanziale e solitaria”, scandita dalla scrittura di racconti e romanzi, l’ultimo dei quali, Coral Glynn, sta per essere pubblicato in Italia per i tipi di Adelphi (pp. 216, € 18,00, trad. di Giuseppina Oneto, esce il 9 maggio). Occhi acuti e penetranti, sorriso timido e gentile, modi educati, un imbarazzo palpabile a parlare di sé, Cameron (che il 29 maggio parteciperà al Festival delle Letterature di Roma) somiglia a molti dei personaggi schivi e riservati ritratti nei romanzi che lo hanno reso celebre: come Omar, l’ingenuo sognatore di Quella sera dorata, o James, ragazzo malinconico e solitario, appassionato di arte e di libri in Un giorno questo dolore ti sarà utile, o la stessa insondabile Coral Glynn, una donna giovane e insicura, incapace di esprimere sentimenti complessi e contraddittori come l’amore.