Il dettaglio e l’infinito. Toda

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Luca Alvino Il dettaglio e l’infinito, uscito per Castelvecchi editore.

Victor Hugo, per evitare che Juliette Drouet, la sua amante di lunga data, venisse a conoscenza delle relazioni sessuali che egli intratteneva quotidianamente con altre donne, annotava gli incontri amorosi sui propri taccuini utilizzando un codice cifrato: accanto a un nome di donna, o semplicemente alle sue iniziali, scriveva una N se l’aveva vista nuda, Suisses se le aveva visto il seno (la Svizzera è famosa per il latte), e qualcos’altro per le carezze; se poi era riuscito ad avere con lei un rapporto sessuale completo, scriveva toda. Ce lo racconta James Salter nel volume postumo intitolato L’arte di narrare, nel quale lo scrittore americano riferisce al proprio pubblico affezionato la sua esperienza di lettore e narratore. Salter ci rivela che Toda era il titolo provvisorio che aveva in mente mentre scriveva il suo ultimo romanzo.

“Bruciare i giorni”, l’autobiografia tra realtà e finzione di James Salter

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Perché si legge? Per trarre godimento da una storia? Per riflettere? Per sviluppare una coscienza critica? Per dimenticare la realtà? Per dilettarsi di un linguaggio e di uno stile accattivanti? Leggere Bruciare i giorni – l’autobiografia di James Salter pubblicata da poco da Guanda, con la traduzione di Katia Bagnoli – significa fare tutte queste cose: entrare in un universo narrativo solidissimo e verificare la consistenza delle sue fondamenta, saggiare la profondità del suo cielo, prendere possesso dei suoi spazi aperti, sperimentare i suoi contorni, camminare e respirare per i viali ombreggiati della sua narrazione.

Le sfolgoranti narrazioni di James Salter: “La solitudine del cielo”

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Ci sono romanzi che è opportuno leggere lentamente. Sono libri in cui non accadono molti fatti, e quelli che vi sono descritti hanno raramente la capacità di sostenere una lunga narrazione. Ma il loro pregio è proprio nella lentezza. I pochi avvenimenti che vengono raccontati, infatti, sono distillati come un tesoro prezioso che dona valore al tempo della lettura e qualità al racconto. La solitudine del cielo – il secondo libro in ordine cronologico di James Salter– è uno di questi romanzi.

L’ultima notte di James Salter

ISBN: 0-316-76965-7

(fonte immagine)

Come avviene spesso anche nei suoi romanzi, nell’Ultima notte, la raccolta di racconti di James Salter da poco pubblicata da Guanda con traduzione di Katia Bagnoli, non è semplice seguire le vicende dei personaggi che di volta in volta si affacciano numerosi sulla scena. Ma non perché di loro si dica troppo poco. Gli eroi di Salter non sono mai solamente abbozzati, nemmeno quando se ne parla soltanto per poche righe: sono sempre degli universi compiuti, anche quelli che svaniscono quasi subito senza lasciare traccia nel seguito della narrazione.

È come se l’autore si fosse prefisso di mostrarci solamente una piccola parte di un mondo complesso e stratificato; come nella teoria hemingwayana dell’iceberg, i lettori possono percepire solo una porzione del personaggio, ma dai pochi dettagli che ne vengono rivelati riescono a presagire tutta la complessità che rimane nell’ombra. I dettagli, del resto, per Salter sono l’unico aspetto percepibile della realtà, gli accidenti in cui si manifesta l’articolata fenomenologia dell’umano.

James Salter, la solitudine del pilota-scrittore

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Questo pezzo è uscito su Alias/Il Manifesto. Ringraziamo la testata e l’autore (fonte immagine).

di Emanuele Trevi

Si può considerare The Hunters, il primo libro di James Salter, un caso concreto di quel terribile amore per la guerra studiato da James Hillman in un saggio memorabile del 2004? Come sempre più spesso accade nell’editoria italiana a questo bel romanzo, pubblicato nel 1956 e in parte riscritto nel 1997, è stato affibbiato un titolo del tutto arbitrario ed insignificante, Per la gloria (trad. di Katia Bagnoli, Guanda, pp.281, euro 18,00).

Una soluzione come Piloti di caccia sarebbe rimasta onorevolmente nell’area semantica dell’originale; probabilmente suonava un po’ troppo “guerresco”. Questo piccolo dettaglio di bottega potrebbe essere addirittura l’indizio di un certo imbarazzo. Il libro non è certo truculento, e tanto meno apologetico, ma il punto di vista dell’autore può suonare quantomeno inattuale. Il 1956 è un anno di svolta per il capitano dell’aereonautica militare americana James Horowitz, che in occasione del suo esordio letterario prende il nom de plume di James Salter e abbandona l’esercito.

Il vasto respiro dell’inconsapevolezza in “Un gioco e un passatempo” di James Salter

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Il 19 giugno è morto James Salter. Lo ricordiamo con un intervento di Luca Alvino apparso su Nuovi Argomenti. (Immagine: “James Salter at Tulane Lecturn 2010” di Tulane Public Relations – Flickr: James Salter. Con licenza CC BY 2.0 tramite Wikimedia Commons)

Il tempo ha due velocità. La prima – la più pressante – è interna al cuore: è quella che misura la gittata degli accadimenti privati, con le loro incertezze e le dolorose conseguenze, e per la quale ogni evento produce un palpito, un’accelerazione dei battiti. L’altra è la velocità della storia: lenta, imponente, neghittosa, che attraversa l’esistenza degli individui con olimpica indifferenza. Nei romanzi di James Salter queste due diverse percezioni della temporalità sono presenti entrambe e sembrano quasi compenetrarsi.