Al massimo diventeremo dei senzatetto molto istruiti. Di New York, i libri e altre ostinazioni romantiche

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È in libreria Non è un mestiere per scrittori. Vivere e fare libri in America di Giulio D’Antona (minimum fax): pubblichiamo una conversazione tra Claudia Durastanti e l’autore e vi segnaliamo che oggi, domenica 3 aprile, alle 15 Giulio D’Antona presenta il libro alla fiera Book Pride di Milano con Laura Pezzino (Sala Mompracem) (Fonte immagine)

Anni fa, il mio primo caporedattore mi spiegò che non dovevo avere paura di telefonare a un autore che avevo amato e mi metteva in guardia da una soggezione che poteva risultare poco professionale. Non gli ho mai dato retta, e di telefonate di quel tipo ne ho fatte poche. Giulio D’Antona invece le ha fatte e ogni volta che l’ho sentito raccontare dei suoi soggiorni americani, ammetto di aver provato invidia per la disinvoltura con cui riusciva a rimediare appuntamenti con colossi come Renata Adler (oltre ad aver pensato che il mio primo caporedattore lo avrebbe assunto seduta stante).

Le letture di James Franco, adesso

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Questo articolo è uscito su Icon, che ringraziamo (fonte immagine).

Questa conversazione con James Franco inizia da uno scambio di messaggi. Sono da Strand Bookstore, a New York, una mattina d’ottobre. Ho appena letto il bel memoir di Grace Jones, I’ll Never Write My Memoirs, e i due magnifici libri di Ta-Nehisi Coates, The Beautiful Struggle e Between the World and Me (quest’ultimo uscirà in Italia per le edizioni Codice). Tra i tavoli affollati della libreria cerco un libro che stia al passo, che sia altrettanto bello. Scrivo un messaggio a James Franco per chiedergli cosa leggere.Questo articolo è uscito su Icon, che ringraziamo (fonte immagine).

Questa conversazione con James Franco inizia da uno scambio di messaggi. Sono da Strand Bookstore, a New York, una mattina d’ottobre. Ho appena letto il bel memoir di Grace Jones, I’ll Never Write My Memoirs, e i due magnifici libri di Ta-Nehisi Coates, The Beautiful Struggle e Between the World and Me (quest’ultimo uscirà in Italia per le edizioni Codice). Tra i tavoli affollati della libreria cerco un libro che stia al passo, che sia altrettanto bello. Scrivo un messaggio a James Franco per chiedergli cosa leggere.

La differenza tra consumo culturale e la letteratura. A proposito dell’osannato “Americani” di John Jeremiah Sullivan

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Quando ti rendi conto di essere l’unico a non amare un certo film o un certo libro, per un verso il giudizio che ne scaturisce non è su quel certo libro e quel certo film, ma su di te – cosa ho di sbagliato? -, e per cercare di non nutrire quel senso di colpa che da quando hai l’età della ragione ti hanno malevolmente insegnato a prendere per sana autocritica, l’unica chance che hai di non passare nella schiera di chi odi di più – gli snob, gli snob intellettualmente disonesti – devi almeno provare a avvalorare la tua analisi con una copiosa quantità di evidenze a supporto. Le righe che seguono sono questo tentativo.

Su David Foster Wallace

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Fino al primo novembre a Pistoia c’è la sesta edizione del festival Arca Puccini. Quest’anno il programma è incentrato su David Foster Wallace: pubblichiamo una riflessione di Giovanni Sarteschi, uno degli organizzatori del festival. (Fonte immagine)

di Giovanni Sarteschi

David Foster Wallace non avrebbe mai accettato di essere definito uno scrittore politico. Eppure nella sua opera – poco importa che parli di grammatica, logica, sport, letteratura, musica, matematica, tv, filosofia, cinema, pornografia – vibra indomita una domanda di senso che rifugge dai castelli dottrinari, come pure da ogni soggettivismo sia psicologico che metafisico, e si incarna nella storia; che è prima di tutto storia, per frammenti, dell’America e dell’Occidente a cavallo fra vecchio e nuovo secolo. E la letteratura sembra tornare, con lui, per dirla con Todorov, «pensiero e conoscenza del mondo psichico e sociale in cui viviamo».

C’è, in Wallace, una cifra poetica netta e quasi un programma letterario: bucare il recinto della solitudine nel quale l’uomo contemporaneo è andato a cacciarsi con le sue stesse mani; farlo con una varietà impressionante di modi, tecniche e forme, ma sempre alla ricerca di un rapporto umano dell’individuo con l’ambiente che lo circonda e prima di tutto con gli altri; un rapporto demistificato, capace nientemeno che di «redimere».