L’evasione al potere

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Le Pussy Riot erano all’asilo, quando Dubravka Ugresic, insieme ad altre due colleghe, Slavenka Drakulic e Rada Ivekovic, fu costretta a lasciare la Croazia per la sua opposizione al nazionalismo. Era il 1993. «Prostitute, nemiche pubbliche, streghe» fu il gentile commento con cui il governo croato chiamò queste tre temibili donne. Dubravka Ugresic oggi vive tra l’Olanda e gli Stati Uniti, è una scrittrice di successo tradotta di 20 lingue, idolatrata in America dove è appena uscito il suo ultimo saggio “Europe in Sepia” (Open Letter Books), una raccolta di saggi politici che in cui l’autrice passa delle contestazioni di Zuccotti Park fino ai riots di South London. Da noi invece è meno conosciuta ma da poco è uscito il sorprendente “Cultura Karaoke” (Nottetempo, 408 pagine, euro 19,50, traduzione di Olja Perišić Arsić e Silvia Minetti), una raccolta di saggi che è stato finalista al National Book Critics Circle Award per la critica.

Il lungo sguardo di Elizabeth Jane Howard sulla vita a due

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Pubblichiamo un articolo di Annalena Benini apparso su Il Foglio ringraziando l’autrice e la testata.

di Annalena Benini

Sua madre, che buttava via tutte le lettere della figlia ma conservava quelle dei fratelli maschi, e che non la mandò a scuola perché non la considerava abbastanza intelligente, le disse due cose soltanto, due insegnamenti per l’età adulta: “Non rifiutare mai tuo marito” e “Quando avrai un bambino, non devi fare rumore”. Non fare rumore per ventiquattr’ore quasi uccise Elizabeth Jane Howard, quando nacque la figlia Nicola e lei aveva vent’anni, sposata con il primo che passava per fuggire dal padre che a quindici anni la baciò alla francese, dalla madre che le ripeteva quanto fosse insignificante, stupida, bruttina (era già una scrittrice importante, premiata, famosa, un suo romanzo era diventato una serie televisiva, quando la madre rispose al fratello che ne lodava la scrittura: “Peccato che Jane non abbia niente da scrivere”).

Editoria, mercato e dibattito culturale: intervista a Paolo Repetti

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Quale sarà il futuro del libro e del dibattito culturale? Pubblichiamo un’intervista di Francesco Pacifico a Paolo Repetti, ideatore con Severino Cesari della collana Stile libero di Einaudi. L’intervista è uscita su Orwell, inserto culturale di Pubblico, il quotidiano di Luca Telese chiuso a dicembre 2012. 

Cosa pensi di «Orwell»? 

Mi piace molto la scelta di «Orwell» di fare un supplemento culturale non di recensioni o di pararecensioni, ma di commenti che potevano stare da «Aut aut» a una fanzine, con un gruppo di scrittori e intellettuali giovani e una discussione culturale che, per quanto a volte sia ironica e paradossale, non è frutto di un atteggiamento fintamente antagonistico come quello de «Il fatto quotidiano». Ovvero andare a vedere il complotto, svelare gli arcani segreti, cosa c’è dietro, cosa fanno gli editori. Ma appunto c’era un attacco di discussione culturale.

Twain dall’oltretomba

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Questo pezzo è uscito su Il Foglio.

Oltre mezzo milione di parole, una pila di fogli alta tre metri, duecentocinquanta dettature: negli Stati Uniti è più di un secolo che provano a raddrizzare le gambe a questo cane pazzo. Il signor Samuel Langhorne Clemens ha tentato l’impresa per quasi quarant’anni, senza riuscirci del tutto: e viene difficile non arrendersi se si pensa che il suddetto signore era il più titolato a farlo, che tutto quel materiale l’aveva prodotto lui, che quella che stava scrivendo era L’autobiografia di Mark Twain e che Mark Twain era lui stesso. Ovvero l’autore di Huckleberry Finn, Le avventure di Tom Sawyer e una mole imbarazzante di altri testi; ovvero il padre della letteratura americana, secondo la celebre definizione di Ernest Hemingway. Ci provò dal 1870 fino al 1905 e fallì. Ricominciò nel 1905 e andò avanti fino al 1909 e quello che costruì fu uno dei più grandi puzze letterari di ogni tempo. Nella sua ultima incarnazione americana, un volume accademico con oltre 200 pagine di note, ha venduto più di mezzo milione di copie. Quell’edizione, sfrondata e asciugata, l’ha tradotta ora Salvatore Proietti per Donzelli.

Intervista a Seth Grahame-Smith

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Questa intervista è uscita su Repubblica Sera.

Riscrivere Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen come una storia zombie? Che orrore! Raccontare che Abraham Lincoln fosse un cacciatore di vampiri? Assurdo. Invece c’è chi l’ha fatto, e con successo. Seth Grahame-Smith, trentasettenne newyorkese dall’aria scanzonata ma tutt’altro che ingenuo, professionista della scrittura tra narrativa, saggistica, televisione, fumetto e cinema (sceneggiatore ad esempio di Dark Shadows di Tim Burton), ha infatti messo a frutto la sua passione “nerd” per zombie, vampiri, lupi mannari, storie fantastiche e paurose, e ha pubblicato Orgoglio e pregiudizio e zombie e La Leggenda del Cacciatore di Vampiri: Il diario segreto del presidente (da cui nel 2012 il film di Timur Bekmambetov). Due romanzi di successo usciti in Italia per Nord, a cui si aggiunge in questi giorni La bugia di Natale, pubblicato da Multiplayer.it, una rivisitazione della Natività con zombi e magie, con i Re Magi che sono tre ladroni che si incontrano per caso e salvano il Bambino.

Intervista a Naomi Alderman

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Naomi Alderman ha felicemente esordito nel 2006 con un romanzo dal bel titolo Disobbedienza. Il libro raccontava dello scontro tra una giovane donna e la comunità ebraica ortodossa da cui proveniva. Nata e cresciuta anche lei in una comunità ortodossa (quella di Hendon, a Londra), riusciva a fare della religione oggetto di investigazione dell’anima e motore del proprio immaginario. Dopo un secondo ottimo romanzo (Senza toccare il fondo, Nottetempo 2011), Alderman torna nelle librerie con una magistrale opera terza. Si chiama Il vangelo dei bugiardi (traduzione di Silvia Bre, Nottetempo/Feltrinelli, pagg. 290, 17 euro) ed è una riscrittura in quattro tempi della vita di Gesù in cui sua madre Maria, Giuda, il sacerdote Caifa e Barabba diventano narratori e coprotagonisti.

#onebook

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La scomparsa di certi libri mi preoccupa. Mi preoccupa così tanto che ci sono giorni che vado a comprare classici che non avrò mai tempo di leggere o che ho già letto perché così magari le librerie vedono che vendono e non li eliminano dagli scaffali. E ci sono notti che me li sogno. Sogno i libri.

Questa mia preoccupazione per la scomparsa dei libri è cominciata un paio di mesi fa. È andata così: una mattina sono andata a vedere al cinema La vita di Adele di Abdellatif Kechiche. In una delle prime scene del film, e poi anche più avanti, Adele legge La vie de Marianne di Marivaux. Finito il film sono uscita dal cinema e sono andata alla Feltrinelli più vicina a cercare La vie de Marianne di Marivaux. Negli scaffali Marivaux non c’era. Non c’era La Vie de Marianne, ma non c’era nemmeno Il trionfo dell’amore, che è un libro che quando l’ho letto ho amato moltissimo e ogni tanto ho anche regalato. Di Marivaux alla Feltrinelli non c’era proprio un bel niente. Ho chiesto al commesso. Ha cercato con me nello scaffale e niente. Poi è andato al computer, ha scritto Marivaux, e anche lì non è uscito fuori niente. Mi ha guardato e ha detto: Marivaux non c’è più. Ha aggiunto: si vede che non vendeva. Io da quel giorno penso spesso a Marivaux.

Downton Abbey

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Il 19 dicembre Downton Abbey torna in tv con la quarta stagione. Pubblichiamo un articolo di Veronica Raimo uscito sul numero di agosto di IL, il magazine del Sole 24 Ore.

di Veronica Raimo

Devo confessare che quando ho letto che Dan Stevens, l’attore che interpreta Matthew Crawley in Downton Abbey, avrebbe lasciato la serie per dedicarsi ad altro, ho sentito un senso di tristezza e liberazione molto simile a quello che dice di aver provato lui nel prendere la sua decisione estrema. Ci sono certi rapporti sentimentali palesemente sfibranti che si trascinano per abitudine, perché non si ha il coraggio di manifestare apertamente il proprio disamore, o peggio ancora perché c’è una pressione sociale intorno che ti fa sentire persino in colpa di provarlo quel disamore. Per me Downton Abbey è stato questo: uno strano caso di autosuggestione e condizionamento intellettuale.

Appena la serie era sbarcata negli Stati Uniti, me ne aveva parlato una mia amica americana che è stata spesso la mia spacciatrice di fiducia per quanto riguarda il consumo culturale. Era stata lei a spingermi Jennifer Egan, Blue Valentine di Derek Cianfrance, e pure Roberto Bolaño, in tempi non sospetti. Quindi mi dovevo fidare. E mi sono fidata. Eppure quando ho cominciato a vedere Downton Abbey ho avuto un’imbarazzante sensazione di vergogna che avrebbe dovuto indurmi dei sospetti se fossi stata meno vittima di condizionamento; ovvero ho provato lo stesso piacere che provavo da piccola nel vedermi Rosa Selvaggia con Verónica Castro, amplificato però da un piacere ancora più perverso, perché almeno in Rosa Selvaggia l’apprensione emotiva era data dall’attesa del riscatto sociale di Selvaggia – povera ma buona – catapultata in un universo di ricchi subdoli e spietati, mentre in Downton Abbey la rivalsa sociale è l’ultimo dei motori narrativi, schiacciato dal melodramma molto più intenso che lacera gli animi dell’aristocratica famiglia Crawley, nella sua fase calante.

Perché continuiamo ad amare Orgoglio e Pregiudizio

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Il 28 gennaio 1813 usciva la prima edizione di Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen. In occasione del bicentenario, pubblichiamo un articolo di Elena Stancanelli uscito su la Repubblica. (Immagine: Greer Garson e Laurence Olivier nell’adattamento di Robert Z. Leonard del 1940).

“My own darling Child”, lo chiama Jane Austen in una lettera alla sorella Cassandra. Sono passati duecento anni da quando, il 29 gennaio 1813, Thomas Egerton pubblica “Orgoglio e Pregiudizio”. Andrà bene, esaurirà la tiratura, verrà tradotto in francese. Il più prestigioso editore londinese, Thomas Cadell, al quale la scrittrice si era rivolta per primo, lo aveva rifiutato. Ma è l’unico insuccesso con cui la scrittrice dovrà fare i conti. Morirà nel 1817 amata dai lettori e dalla critica. I suoi sei romanzi verranno accolti tutti con entusiasmo, Walter Scott ne riconoscerà l’immenso talento, e dopo di lui molti altri scrittori guarderanno al suo lavoro con rispetto e devozione. Farà in tempo a godersi la soddisfazione di essere stimata dai colleghi, privilegio che in pochi possono vantare, ma non potrà immaginare che anno dopo anno, secolo dopo secolo, i suoi libri diventeranno un punto di riferimento imprescindibile. Quanto saranno considerati un miracolo di esattezza, per stile e contenuti, quanto saccheggiati, copiati, idolatrati. Non potrà immaginare, perché inimmaginabile, il fanatismo, che in questi giorni prende la forma delle celebrazioni che in tutto il mondo impazzano per il bicentenario. Quale artista che da il silenzio della sua stanza mette al mondo creaturine arbitrarie e parziali può prevedere che il suo lavoro saprà parlare a persone tante diverse, in tempi che non si somigliano, dentro culture con riferimenti incomparabili?