“Anteprima mondiale” di Aldo Nove, vent’anni dopo “Woobinda”

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La recensione che segue è uscita sul Venerdì, che ringraziamo.

di Giorgio Vasta

È il marzo del 1996 e l’editore Castelvecchi pubblica un libro – sulla copertina arancione una specie di doppio Bill Gates giovanissimo e la scritta Vidal – che si intitola Woobinda e altre storie senza lieto fine, contiene quaranta racconti suddivisi in otto lotti ed è uno dei varchi d’ingresso nella narrativa italiana contemporanea.

Il suo autore all’epoca ventinovenne, Aldo Nove, riferisce di un’epoca sempre più spezzettata, nutrita di oroscopi e di tegolini, in eterna contemplazione della tv, un mondo che nel congedarsi dal tragico eleva il farsesco a nuova normalità. Vent’anni dopo – un tempo storico, certo, ma come aveva intuito Dumas anche prepotentemente letterario – La nave di Teseo pubblica Anteprima mondiale (stavolta in copertina c’è una coppia biancovestita che contempla un paesaggio che serenamente esplode), non tanto il seguito di Woobinda quanto l’ulteriore messa a punto di un discorso su qualcosa (i «rigagnoli d’umanità residua») che per Nove è ossessione, tormento, ragione di infinito stupore.

Noi, macchine delle macchine. La grande trappola del sistema dell’informazione

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Questo pezzo è uscito su il Reportage.

di Giancarlo Liviano d’Arcangelo

Liberato da qualsiasi caricatura retorica, e ridotto all’essenzialità fattuale nuda e cruda, è indiscutibile che l’attentato di Parigi, dal momento del suo concepimento fino all’azione finale vera e propria, non sia altro che un “caso unico”, ovvero una successione di eventi ed energie peculiari e irripetibile, conoscibile nel profondo solo ed esclusivamente da chi ne era implicato.

Ciò vale per tutto ciò che riguarda l’intricato dettaglio di cause scatenanti, per i rapporti tra mandanti ed interpreti, per le motivazioni psicologiche reali o strumentali che l’hanno prodotto, per l’influenza vera o presunta dello scenario sociale, per l’importanza del fattore mistico e irrazionale nella psiche degli esecutori, o, al contrario, per l’influsso dei fattori razionali o ideologici sulla successione delle azioni, e infine, per l’effettiva valutazione delle difficoltà concrete che in tempo reale tali azioni le hanno concretamente partorite

Quel film sulla corruzione esteticamente corrotto

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì. (Immagine: una scena di Viva l’Italia.)

Quando, al momento di sceneggiare Matrix Reoladed, i fratelli Wachowski chiesero la consulenza di Jean Baudrillard, il filosofo francese declinò l’invito dichiarando: “non voglio lavorare a un film sulla Matrice che avrebbe potuto fabbricare la Matrice”.

Una considerazione simile viene in mente dopo aver visto Viva l’Italia, seconda prova di Massimiliano Bruno, campione d’incassi e nuova speranza della commedia tricolore: che senso può avere un film che si propone di fustigare il paese dei corrotti e dei cialtroni, dei raccomandati e dei presappochisti di successo se la sua cifra estetica (sceneggiatura, tensione emotiva, direzione degli attori, uso della musica) sembra esserne l’involontario ma fedele corrispettivo?