L’orrore secondo Emmanuel Carrère

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Questo articolo è uscito in forma più breve su Pagina 99. (La foto è di Massimo Vitali)

Pubblicato con immediato successo in Francia nel 1995, uscito una prima volta da Einaudi nel 1996 e ora riproposto da Adelphi nella traduzione precisa ed efficace di Maurizia Balmelli, La settimana bianca è il punto culminante della prima parte della carriera di uno dei migliori narratori europei degli ultimi due decenni. Tra la fine degli anni ottanta e i novanta Emmanuel Carrère ha prodotto romanzi formalmente tradizionali, di buon livello, segnati da un interesse ossessivo per gli aspetti più fragili e morbosi della psicologia individuale, le maschere, i lati oscuri della personalità piccolo-borghese. Questo orizzonte psicologico ed esistenziale è sfociato in due libri d’indubbio valore: La settimana bianca al di qua, e L’avversario (2000) immediatamente al di là del crinale che divide l’opera dello scrittore in due blocchi distinti: romanzi di finzione da una parte e “romanzi verità”, come li chiamava Capote, dall’altra.

Intervista a Emmanuel Carrère

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Pubblichiamo un’intervista di Valentina Della Seta a Emmanuel Carrère uscita sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata.

di Valentina Della Seta

Non c’è traccia di Russia nella casa parigina di Emmanuel Carrère, così francese per la luce, i pavimenti di legno, l’eleganza e il disordine. Ma c’è qualcosa nei suoi lineamenti e nel taglio degli occhi che fa capire perché, negli ultimi anni, abbia scritto due libri che hanno a che fare con l’ex-Unione Sovietica.

Carrère ha ereditato la Russia dalla madre Hélène, storica e accademica di Francia, che da bambina si chiamava, di cognome, Zurabisvili: «Georges Zurabisvili è nato a Tiflis», racconta lo scrittore a proposito del nonno materno in La vita come un romanzo russo, del 2007: «Suo padre, Ivan, è giureconsulto; sua madre, Nino, ha tradotto George Sand in georgiano. Le fotografie mostrano baffi e turbanti, tra le dita s’indovinano rosari d’ambra». Di Georges, in casa, non si parla: «Per un po’ fa il taxista», siamo negli anni Venti, quando la famiglia in fuga ha trovato riparo a Parigi, «ed è una delle rare cose che a mia madre piaccia raccontare di lui, una delle rare cose che da bambino io abbia saputo di mio nonno».

“Sacro Gra” e la non fiction

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Sono nato a Roma. La casa in cui sono cresciuto è in un quartiere molto verde appena a ridosso delle mura aureliane, abitato in grande maggioranza da liberi professionisti e dai loro vecchi genitori – sorprendentemente quasi tutti ancora vivi – che invece lavoravano per lo stato o per gli enti.

Me ne sono andato di casa relativamente presto e, per le stesse ragioni economiche di molti miei coetanei trentenni, l’allontanamento dalla famiglia ha significato la cacciata dall’Eden in cui ero vissuto e avrei voluto continuare a vivere: grosso modo Roma compresa tra il fiume e la tangenziale est.

Dove vivo adesso, tra la Prenestina e la Casilina, più vicino al raccordo che al centro, gli immigrati comprano gli appartamenti dalle famiglie che vivono della pensione minima degli anziani. Anche gli italiani sembrano stranieri e non c’è una libreria o un cinema raggiungibili a piedi.

Emmanuel Carrère e Limonov

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Aliona Polunina.)

Tra i pochi romanzieri contemporanei che effettivamente non deludono mai c’è Emmanuel Carrère, forse l’unico francese a riscuotere gli unanimi consensi del pubblico e della critica internazionali, anche più del discontinuo Houellebecq. A leggere Limonov (Adelphi, traduzione di Francesco Bergamasco), l’ultimo suo libro, è forte l’impressione che una certa idea di letteratura, allo stesso tempo molto tradizionale e molto innovativa, abbia trovato la sua forma ideale.

Se le sue prime opere, libri come I baffi o La settimana bianca, pescavano nelle ossessioni identitarie e nella cronaca nera per costruire romanzi interessanti e ben fatti ma formalmente ortodossi, con L’Avversario Carrère mischiava le carte e imboccava una strada nuova, quella che l’ha portato fin qui. In quel libro inaudito e scioccante, ricostruendo la personalità vertiginosa di Jean-Claude Romand mitomane pluriomicida incarcerato nel 1996 dopo avere sterminato la sua famiglia il narratore autobiografico esegue un vero e proprio funambolismo sul sottile confine dove il profilo della realtà documentaria sembra coincidere con quello del racconto romanzesco: impossibile decidere dove finisce uno e comincia l’altro.

Contro il new age?

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Pubblichiamo la recensione di Nicola Villa, uscita sull’ultimo numero della rivista «Gli Asini», sul libro di Marco Franzoso «Il bambino indaco» (Einaudi).

Sono almeno tre le letture possibili de Il bambino indaco, il nuovo romanzo di Marco Franzoso uscito quest’anno per i “coralli” dell’Einaudi: la prima eminentemente letteraria, sulla capacità della letteratura di raccontare il male; la seconda politica, circa la potente metafora generazionale che si desume dalla vicenda narrata; la terza educativa, perché il libro solleva una serie di domande sul senso di partorire, di crescere e di allevare un nuovo nato oggi, in un mondo che appare compromesso nelle sue risorse naturali soprattutto per l’immediato futuro.