Léaud 70

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di Giacomo Giossi

Jean-Pierre Léaud non è il Sessantotto, non è il maggio, Jean-Pierre Léaud non è nemmeno Antoine Doinel. La prima cosa da fare celebrando i suoi 70 anni – in occasione del Festival del film di Locarno (dal 6 al 16 agosto) che gli consegnerà il Pardo alla carriera – è provare a liberare Léaud da tutte le etichette appiccicategli negli anni da critici e spettatori pigri.

Nato di maggio, Léaud ha interpretato appieno il ruolo di attore, o meglio di intellettuale come ci tiene spesso a ribadire, e lo ha fatto tramutando la propria nevrosi, il proprio disagio in gesto politico e artistico, senza mai slegarli, ribadendo il senso di una coscienza civile pulsante che non può privarsi della necessità di una presenza sentimentale, emotiva.

Bernardo Bertolucci racconta Marlon Brando

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Sono passati dieci anni dalla morte di Marlon Brando. Pubblichiamo un’intervista di Paola Zanuttini a Bernardo Bertolucci, che diresse Brando in Ultimo tango a Parigi, uscita su il Venerdì di Repubblica.

Roma. Al primo ciak di Ultimo tango a Parigi, Bernardo Bertolucci grida «Buona la prima!». Ma non è tanto buona. Perché l’operatore di macchina Enrico Umetelli, arrossendo, gli sussurra: «Scusa, mi sono trovato Marlon Brando nella loop e sono rimasto a guardarlo, paralizzato». L’arrivo di Brando sul set ha sprigionato meraviglia, innamoramento, tremore. Anche Vittorio Storaro, che non è un principiante, si fa intimidire: nei camerini allestiti sul ponte di Passy, ha notato che l’attore ha la faccia troppo rossa, ma non osa farne parola con lui. Interpella il regista: «Secondo te, si offende?». Bertolucci lo tranquillizza: «Ma va’, diglielo». Storaro va. Il divo non si scompone, anzi. Piglia un asciugamano, se lo strofina in faccia, porta via tutto il cerone e domanda: «Meglio, così?».