Quel profondo senso di indulgenza: la trilogia amorosa di Jenny Offill

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Volevo che ogni giornata fosse così, che iniziasse nella paura e nella vergogna, e che finisse con una gloriosa rassicurazione.

In uno spazio inospitale e povero d’amore com’è il presente, scritture come quelle di Jenny Offill possono seriamente fornirci uno strumento di resistenza alla realtà, resuscitando un profondo senso di indulgenza andato perduto.

Offill è stata pubblicata a partire dal 2015 da NN Editore, e tradotta da Gioia Guerzoni e Francesca Novajra. Si chiamava Sembrava una felicità, quel breve primo romanzo, che inaugurava, oltre all’ingresso in Italia di un’autrice tra le più brillanti del panorama americano attuale, l’inizio di una nuova avventura editoriale.

Le cose che restano, il primo romanzo di Jenny Offill

violet

(fonte immagine)

In italiano si dice codice crepuscolo: è la traduzione più fedele a violet hour, l’ora in cui il cielo si avvicina alla notte, ma la luce resiste ancora; è il modo in cui si definisce l’ora in cui sei chiamato a affrontare la morte e i confini incerti di una scomparsa, il buco nero in cui le cose vengono risucchiate. Le cose che restano, il debutto di Jenny Offill, scritto nel 1999 e tradotto adesso da una magnifica Gioia Guerzoni inizia così: con una madre che racconta di quando una volta non esisteva il buio assoluto e una bambina che sa che sta parlando di morte e che, forse, non arrendersi all’oscurità è un modo come un altro per tenere tutto, non dimenticare niente.

Variazioni su un tempo di mezzo

Joan-Didion

Pubblichiamo un riepilogo sulle letture dell’anno appena passato scritto da Giusi Marchetta, ringraziando l’autrice (nella foto, Joan Didion).

di Giusi Marchetta

La storia delle mie letture è sempre stata declinata al maschile. Al liceo credevo nei classici: russi, italiani, europei soprattutto. I classici avevano l’autorità per restituirmi del mondo un’immagine più vera e completa di quella che avrei potuto concepire da sola. Non avevano bisogno di convincermi che le cose stessero in un certo modo: Dostoevskij era Dostoevskij, Pavese era Pavese e Flaubert era Emma Bovary. Mi bastava quello.

Qualche anno dopo, pronta per una scrittura che non mi aiutasse a capire ma a distruggere quello che avevo capito, ho lasciato che Nabokov, Celine e molti altri usassero parole nuove, parole-martello, contro di me. Mi è piaciuto. Mi serviva.