Le cose che restano, il primo romanzo di Jenny Offill

violet

(fonte immagine)

In italiano si dice codice crepuscolo: è la traduzione più fedele a violet hour, l’ora in cui il cielo si avvicina alla notte, ma la luce resiste ancora; è il modo in cui si definisce l’ora in cui sei chiamato a affrontare la morte e i confini incerti di una scomparsa, il buco nero in cui le cose vengono risucchiate. Le cose che restano, il debutto di Jenny Offill, scritto nel 1999 e tradotto adesso da una magnifica Gioia Guerzoni inizia così: con una madre che racconta di quando una volta non esisteva il buio assoluto e una bambina che sa che sta parlando di morte e che, forse, non arrendersi all’oscurità è un modo come un altro per tenere tutto, non dimenticare niente.

Variazioni su un tempo di mezzo

Joan-Didion

Pubblichiamo un riepilogo sulle letture dell’anno appena passato scritto da Giusi Marchetta, ringraziando l’autrice (nella foto, Joan Didion).

di Giusi Marchetta

La storia delle mie letture è sempre stata declinata al maschile. Al liceo credevo nei classici: russi, italiani, europei soprattutto. I classici avevano l’autorità per restituirmi del mondo un’immagine più vera e completa di quella che avrei potuto concepire da sola. Non avevano bisogno di convincermi che le cose stessero in un certo modo: Dostoevskij era Dostoevskij, Pavese era Pavese e Flaubert era Emma Bovary. Mi bastava quello.

Qualche anno dopo, pronta per una scrittura che non mi aiutasse a capire ma a distruggere quello che avevo capito, ho lasciato che Nabokov, Celine e molti altri usassero parole nuove, parole-martello, contro di me. Mi è piaciuto. Mi serviva.