Sull’editoria di poesia contemporanea – #4: Franco Buffoni

patrick-fore-381200-unsplash

Ed ecco la quarta puntata dell’inchiesta sulla poesia contemporanea in Italia curata da Francesca Sante. Le interviste precedenti sono qui: la prima, la seconda, la terza.

Franco Buffoni è qui interpellato non come poeta, né come traduttore, né in qualità di critico, ma in un’ulteriore sfaccettatura della sua figura intellettuale, quella forse meno approfondita al momento, per quanto da sempre presente: ovvero nel suo ruolo di editor di collane di poesia e dunque di operatore culturale della poesia. Una qualità che deriva probabilmente dal suo essere mediatore culturale tra le lingue, dunque traduttore. Esemplare da questo punto di vista è l’antologia da lei curata, Italian Contemporary Poets, che lei ha voluto e curato in inglese, e che è un tipo di testo diretto e pensato più che per il pubblico di lettori di poesia per l’ambiente dell’ambasciata, dell’Istituto Italiano di Cultura e della fiera del libro, con la quale si vogliono far conoscere le varie voci italiane a un possibile mercato estero. Lei ha anche curato antologie di poeti italiani tradotte in russo, cinese, spagnolo, arabo, ebraico,per volontà del Ministero dei Beni Culturali in accordo con il Ministero degli Esteri. Qual è il senso del suo impegno come operatore culturale all’interno del mercato della poesia? Cosa ha fatto sì che intraprendesse questo ruolo?

Questo tipo di ruolo è venuto da sé, in seguito a mosse precedenti. Quindi il fatto di essere poeta, un accademico, il fatto di avere sempre frequentato come donatore di idee la piccola, la media, la grande editoria, questo ha fatto sì che in età abbastanza giovane io abbia cominciato con l’esperienza dei Quaderni di Poesia Italiana Contemporanea che risalgono ormai ai primi anni ’90 e poi appunto alla curatela di antologie sempre mirate a un target specifico; lei ha ricordato quelle appunto in portoghese, cinese.

A Torino torna Giorni Selvaggi

GiorniSelvaggiA3-light

di Nicola Lagioia Il 10 settembre comincia a Torino la seconda stagione di “Giorni selvaggi”, la rassegna letteraria che mette insieme il Circolo dei Lettori, i COLTI (Consorzio Librerie Indipendenti di Torino), la Scuola Holden, le Biblioteche Civiche Torinesi, e Torino Rete Libri. Si comincia con Jhumpa Lahiri. E poi a breve sarà la volta […]

Discorsi sul metodo – 12: Jhumpa Lahiri

img-holdingjhumpalahiri_10265770874

Jhumpa Lahiri è nata a Londra nel 1967. Premio Pulitzer nel 2000 per L’interprete dei malanni, il suo ultimo libro, scritto direttamente in italiano, è In altre parole (Guanda 2015)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

La verità è che difficilmente, oggi, riesco a scrivere ogni giorno. Dunque, scrivo quando è possibile. C’è stato un periodo molto limitato, nella mia vita, in cui potevo dirmi, bene adesso scrivo dieci ore, e farlo. Tale periodo è durato in tutto sette mesi. Prima di esso, quando ho cominciato a scrivere, stavo effettuando il mio dottorato, che mi prendeva molto tempo; dopo, è nato mio figlio, e poi mia figlia, e con due bambini il tempo è quello che è. Il mio approccio, oggi, è piuttosto quello di cercare di mantenere sempre una connessione con il mio lavoro: di non staccare mai a livello mentale, così che possa, appena ho un’ora libera, chiudere la porta e mettermi a leggere o scrivere con reale concentrazione rispetto all’obiettivo. Ho i miei alti e bassi e ormai ho imparato ad accettare il processo e il flusso, l’importante è non staccare, restare sempre aperti rispetto al progetto. Porto sempre con me un taccuino, prendo appunti, ho tuttora una buona disciplina.

Come si racconta una storia: l’incipit secondo Jhumpa Lahiri

jhumpa_lahiri_260813_20.jpg

È in libreria per nottetempo L’arte di raccontare, dieci interviste di Caterina Bonvicini e Alberto Garlini a John Banville, Emmanuel Carrère, Javier Cercas, Jhumpa Lahiri, Petros Markaris, Yasmina Reza, Colm Tóibín, Edward St Aubyn, Elizabeth Strout e Luis Sepúlveda. Le conversazioni riguardano metodi di lavoro e tecniche di scrittura, dalla costruzione dei personaggi ai dialoghi, dall’ambientazione al punto di vista. Pubblichiamo di seguito l’intervista di Caterina BonviciniJhumpa Lahiri: il tema è l’incipit di una storia(fonte immagine)

di Caterina Bonvincini

Jhumpa Lahiri, una delle migliori scrittrici americane contemporanee, Premio Pulitzer nel 2000, di origine bengalese ma cresciuta negli Stati Uniti, da un paio di anni ha lasciato New York per trasferirsi a Roma e studiare la nostra lingua. L’ha imparata così bene che ha pubblicato un libro in italiano (In altre parole).

L’età della febbre

68_

A dieci anni da La qualità dell’aria, minimum fax pubblica una nuova antologia di racconti di autori italiani: è in libreria L’età della febbre. Storie di questo tempo a cura di Christian Raimo e Alessandro Gazoia. Pubblichiamo la prefazione dei due curatori e vi segnaliamo che domani, venerdì 15 maggio, l’antologia sarà presentata alle 19.30 […]

Dal Pulitzer al primo libro scritto in italiano: intervista a Jhumpa Lahiri

Jhumpa_Lahiri_Mantova-1

di Simona Maggiorelli

Questo pezzo è uscito su “Left”. Ringraziamo testata e autrice dell’intervista.

È stato un colpo di fulmine, una passione fortissima e imprevista quello della scrittrice Jhumpa Lahiri per l’italiano, durante un viaggio a Firenze più di vent’anni fa. E da allora non ha mai smesso di studiarlo e di leggere romanzi e poesie, Verga, Pavese, Calvino, Manganelli, Ginzburg, Montale e Saba fino a Carlotto e Ferrante, solo per citare alcuni autori che compaiono nel suo nuovo libro In altre parole (Guanda) che la scrittrice, dopo Roma, sua città di elezione, ha presentato a Milano il 7 febbraio nella rassegna Writers organizzata da Frigoriferi milanesi.

Il grande romanzo americano lo scriverà uno straniero

lahiriweb_2662944b

Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

“Appartengo soltanto alle mie parole. Non ho un paese, una cultura precisa. Se non lavorassi alle parole non mi sentirei presente sulla terra”, dice Jhumpa Lahiri, americana di origine bengalese che oggi vive in Italia e, dopo aver studiato l’italiano per vent’anni, ora sta scrivendo il suo primo libro nella nostra lingua (una raccolta di pezzi usciti su “Internazionale”). Jhumpa Lahiri, che è stata una delle prime voci potenti, originali, letterariamente rilevanti, tra gli americani di seconda generazione, è famosa per le sue storie, sempre a cavallo di due culture e due tradizioni, religioni e lingue – divenute presto dei classici, tanto che nel 2000 è stata premiata con il Pulitzer per “L’interprete dei malanni” (Guanda).