Quando il giornalismo racconta la guerra

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«Non accettiamo più i lavori di giornalisti freelance che viaggino in luoghi dove noi non ci avventureremmo […] Se qualcuno si reca in Siria e al ritorno ci offre immagini o informazioni, non le useremo». Per Michèle Léridon, Global News Director dell’agenzia giornalistica France Press, uno dei colossi dell’informazione globale, l’uccisione e il rapimento di giornalisti in Siria e Iraq impongono di «riaffermare alcune regole di base» del giornalismo di guerra. E di ripensare l’equilibrio tra il dovere di informare, la necessità di garantire la sicurezza dei reporter, la preoccupazione per la dignità delle vittime. Affidata al sito della France Press il 17 settembre 2014, la presa di posizione di Léridon suona tardiva e un po’ tartufesca, ma rimane significativa. Perché proviene dall’interno di un’agenzia che per sua stessa natura alimenta la tendenza bulimica del sistema dell’informazione.

I dissidenti di Jonathan Lethem

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di Francesco Guglieri

Ci sono scrittori che usano il mondo come se fosse il loro quartiere. Sono quelli che scrivono romanzi monstre, ibridi narrativi pieni di paesi stranieri e personaggi dalle lingue sconosciute: alcuni (penso, ad esempio, a scrittori come Teju Cole, Taiye Selasi, Helen Oyeyemi o Zadie Smith: autori di cui è addirittura difficile ricordare la nazionalità in prima battuta) riescono a evitare l’indigesto pappone fusion, altri no. Poi ci sono gli scrittori che usano il loro quartiere come se fosse il mondo. Jonathan Lethem appartiene a questa seconda categoria. Non è un giudizio di valore, o un’accusa di provincialismo: è esattamente il contrario. Nei loro libri, all'”orizzontalità” geografica dei romanzi globali, contrappongono la verticalità – anche temporale – di uno sguardo sempre posizionato, l’irriducibilità di un corpo interrogante e inquieto. È quello che fa Lethem in questo I giardini dei dissidenti (Dissident Gardens, pubblicato negli Stati Uniti nel 2013), scrivendo un romanzo che è un carotaggio politico e sentimentale, intimo e collettivo, “personale e politico” come si diceva, di un intero mondo, grandiosa controstoria del secolo americano visto da un quartiere della grande mela.

Le lettere di Sacco e Vanzetti

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Ottantacinque anni fa, nell’agosto del 1927, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti vennero giustiziati sulla sedia elettrica. Nel 1920, i due anarchici italiani erano stati arrestati, perché accusati di due rapine e di un duplice omicidio che non avevano commesso. Nei sette anni tra l’arresto e l’esecuzione si sviluppò un’amplissima campagna di opinione internazionale per la revisione del processo e la loro liberazione. Oggi noi sappiamo che non solo Sacco e Vanzetti erano innocenti, ma che quel processo fu un clamoroso errore giudiziario, in parte prodotto dall’isteria americana per il terrore dei radicali, unito alle paure per i “pericoli” dell’immigrazione italiana.

Il meglio di Pagina3 – Settimana dal 24 al 28 dicembre

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di dicembre è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

Lunedì 24 dicembre:

• La Natività. Libertà e uguaglianza nella storia dell’uomo. La conciliazione di divino e umano da Hegel in poi. Articolo di Michele Ciliberto, l’Unità, pp. 14-15.

• Fantascienza con la data di scadenza. Articolo di Fabio Deotto su rivistainutile.it

Acchiappare una fugace realtà

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Pubblichiamo stamattina una recensione di Matteo Nucci pubblicata sul Messaggero a una raccolta di scritti di viaggio di John Dos Passos, uscita da poco per Donzelli e col titolo parecchio evocativo di Orient Express.

Nel 1921, quando sale sull’Orient Express per un viaggio di cui non ha programmato la fine, John Dos Passos ha poco più di venticinque anni. Ha già pubblicato due romanzi e fin da bambino è stato cresciuto con la consapevolezza che per conoscere – come per Odisseo – è necessario vedere.

Una conversazione con Rem Koolhaas

Questa intervista è stata pubblicata su Abitare. GR: Visto che questa sarà una conversazione sulla scrittura e sulla letteratura, vorrei dichiarare con forza che almeno ora, per questa occasione, Rem Koolhaas non è un architetto ma uno scrittore. La mia prima domanda, infatti, riguarda l’angoscia dell’influenza, termine coniato da Harold Bloom, un teorico della letteratura che […]