“Mostri che ridono”, la giostra di Denis Johnson

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(fonte immagine)

Sembra che l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti stia costringendo almeno quattro continenti a ridisegnare la propria idea dell’America: a mutare, cioè, le proprie aspettative, partendo dal biasimo per gli Stati Confederati, colpevoli di aver infuso nazionalismo nella loro emotività – o emotività nel loro nazionalismo, non è ben chiaro. In ogni caso, niente di nuovo. Il sospetto maggiore, a questo punto, è che l’America non sia mai stata ben compresa dai suoi osservatori più distanti. Che, in un certo senso, ne sia circolata sempre – o ne sia stata accolta – un’immagine superficiale, idealizzata dalla sudditanza, di terra grandiosa e controversa, sì, ma mai plausibilmente fragile.

Eppure dovremmo saperlo, visto che il cinema ci ha raggiunto ovunque, che l’America di oggi è Christopher Walken de Il Cacciatore che diventa, tragicamente, John Goodman de Il grande Lebowski, un maschio-isola dalla tempra muscolare, con fantasie catastrofiche e una psicosi insanabile. Dovremmo saperlo, sì, ma non lo sappiamo. Perseveriamo nell’immaginarne un’altra, oscillante fra Erin Brokovich e Be-Bop-A-Lula, e lo scoglio d’incomprensione è così alto da fare ombra alla straordinaria offerta immaginifica che scaturisce da questa psicosi.

Rise and Fall and Rise of a Star

di Giulia Pezzoli

The Artist è un esercizio di stile perfetto, uno di quei film di cui si parlerà a lungo e che verrà probabilmente citato per le sue incredibili (e anacronistiche) caratteristiche.
La trama è semplice: la storia inizia nel 1927 quando ancora il cinematografo era muto e i suoi protagonisti (seppur non osannati come i divi di oggi) erano artisti completi e personalità pubbliche di rilievo. George Valentine è una di queste: affascinante e brillante uomo di spettacolo, fa impazzire le folle con una gestualità e una mimica perfette (lo interpreta un incredibile Jean Dujardin).