Le elezioni americane più atipiche della storia

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(nella foto, l’attore Jimmy Fallon impersona Donald Trump durante uno sketch con Hillary Clinton)

Il primo febbraio, con le primarie in Iowa, cominciano ufficialmente le elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Jon Meacham, premio Pulitzer e vice presidente di Random House, nell’ultima puntata dello show di Bill Maher sulla HBO, ha sostenuto che per la prima volta nella storia delle presidenziali americane la riduzione al common sense nella quale le varie spinte apocalittiche hanno storicamente confluito non si verificherà e questa volta il centro non sarà in grado di reggere.

Effettivamente i sondaggi parlano di un Donald Trump strafavorito tra i repubblicani e di un Bernie Sanders in ascesa in campo democratico nonostante la blindatura di Hillary Clinton sulla nomination.

Da Radio Deejay, al caso Moggi, a Fantozzi, a Elio, a Comunione e Liberazione… La “Sterminata domenica” di Claudio Giunta

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero de Lo Straniero.

Nell’Italia degli ultimi trent’anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l’ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.

La rivoluzione di Mr Smith

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Questo articolo è uscito su IL. (Immagine: gli uffici di BuzzFeed.)

di Jason Horowitz

La mattina presto Ben Smith, pioniere del giornalismo politico online, prende un autobus dalla sua casa vittoriana in piena Brooklyn, passa sotto al Battery Tunnel e supera City Hall, dove una volta faceva il corrispondente, sempre attaccato alla cornetta tra pile di quotidiani. L’autobus ferma al Flatiron, a Manhattan, poco più a sud della sede del New York Times e di altri mostri sacri della carta stampata. Smith entra in un edificio anonimo e prende l’ascensore fino all’undicesimo piano: le porte si aprono negli ariosi uffici di BuzzFeed, l’ultima iniziativa giornalistica candidata a rivoluzionare l’informazione politica.

In quella specie di loft, bianco e luccicante come un Apple Store, giovani donne agghindate con grossi occhiali, fuseaux, gonne e stivali si aggirano fra scrivanie presidiate da giovani uomini con barbe dalle acconciature strane e auricolari che colano giù dalle orecchie. A un computer, una donna armata di Photoshop attacca teste su corpi femminili. I reporter vanno a rifornirsi nell’area cucina, provvista di patatine, caramelle, barrette di muesli e un frigo con bibite gassate e trendissime birre Brooklyn Righteous Ale e Bengali Tiger. Sorseggiano da tazze di caffè decorate con cerchi gialli con su scritto WTF (sigla nata su internet e che sta per What the fuck?, di intuibile traduzione). Smith ha 35 anni. Con la sua faccia rubizza e il suo look antichic, è una sorta di mosca bianca tra i giovani di tendenza che girano per l’ufficio. Smith, che ha tre figli, si è fatto le ossa nei giornali tradizionali e si è guadagnato la reputazione rivoluzionando il mondo dei blog politici e contribuendo, en passant, a fondare testate ormai famose come politico.com.