Storia di un Fablab a Porto Marghera e di un’altra idea di lavoro

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La voce dell’orafo Francesco Pavan si riscalda, si alza di un tono, quando parla dell’ambra. Quel composto costituito da carbonio, idrogeno e, in quantità variabile, a seconda dell’origine, da acido succinico, che scaturisce dalla coagulazione della resina arborea e non ha forma propria. È trasparente, traslucida od opaca. Sulle rive baltiche da oltre ventimila anni le onde fanno emergere la materia dal fondale marino. L’oro del Baltico, che incorpora la luce solare, dal cui nome greco discende il nostro termine elettricità.

Dalla preistoria il commercio dell’ambra ha instaurato legami e influenze economiche, culturali e religiose dai paesi del nord Europa al mondo Mediterraneo, fino alla Siria, attraverso il crocevia Italia. Tra il XII e il X secolo a.C., nel Bronzo finale, l’alto Adriatico divenne l’epicentro di traffici e scambi interculturali. In località Frattesina di Fratta Polesine, nei pressi di Rovigo, su un ramo deltizio del Po, splendono ritrovamenti significativi, come un’officina. Scavi abbastanza recenti a Grignano Polesine hanno rinvenuto blocchetti di ambra grezza, perle e scarti della catena di lavorazione, che raffigurano la vocazione del territorio.

Città d’arte in vendita: l’emporio Italia

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Venezia e le Grandi Navi: pubblichiamo un intervento di Tomaso Montanari, autore di Le pietre e il popolo, uscito sul Fatto quotidiano. Oggi Montanari è stato ospite di Concita De Gregorio a Pane quotidiano, la nuova trasmissione di Rai Tre. Questa sera alle 20.15 andrà in onda la replica della puntata.

L’assedio perpetuo e invincibile delle Grandi Navi non è che il culmine teatrale e simbolico della morte di Venezia, e del suicidio del nostro Paese.

Venezia non è più una città: i suoi cittadini sono espulsi, giorno dopo giorno, da un processo (ormai avanzatissimo) di trasformazione in macro-oggetto di consumo con servitù inclusa nel prezzo. I numeri sono chiari: contro 8 milioni di turisti che vi trascorrono almeno una notte e 12 milioni di turisti-cavallette giornalieri, a Venezia resistono meno di 59.000 residenti (calati del 66% in sessant’anni: erano 174mila all’inizio degli anni Cinquanta).

Tempo fuori sesto. Guy Debord contro la Modernità 3

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Pubblichiamo la terza parte del testo di Raffaele Alberto Ventura su Guy Debord. Qui le puntate precedenti.

Si può parlare di una svolta nel pensiero di Guy Debord tra prima e dopo il Sessantotto, tra il militante rivoluzionario e il nostalgico avvinazzato? Ovviamente si può fare come si crede. Ciò che conta è che il nocciolo della sua visione del mondo resta immutato ovvero resta immutato il male, per così dire, che Debord denuncia. E qual è dunque questo male? Debord lo chiama Spettacolo, ma il concetto resta vago. Per comprendere la presunta svolta antimoderna di Debord bisogna tornare ancora una volta alla Società dello Spettacolo, che antimoderna — nel senso che spiegheremo — lo era già.