“Anatomia di un giocatore d’azzardo” di Jonathan Lethem

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Il protagonista di Berlin Alexanderplatz, il romanzo di Alfred Döblin del 1929, è un uomo che perde i pezzi. Per raccontare la Repubblica di Weimar, Döblin congegna il suo capolavoro come un dispositivo di decostruzione, se non di demolizione, del corpo e delle ambizioni del suo personaggio principale. Analogamente, una novantina d’anni dopo, in Anatomia di un giocatore d’azzardo (La nave di Teseo, traduzione di Andrea Silvestri) Jonathan Lethem si accanisce, affettuoso e ironico, su Bruno Alexander, per professione e vocazione giocatore di backgammon. Da un lato sbriciolandone l’esistenza tra Asia, Stati Uniti ed Europa (e dunque disorientandolo in modo radicale), dall’altro mettendolo a confronto con un’anomalia ottica che si trasformerà da limite in occasione di conoscenza.

Livelli di separazione. Su “Il libro delle cose nuove e strane” di Michel Faber

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In Chronic City (2009), probabilmente il più estremo dei romanzi di Jonathan Lethem, l’ex attore bambino Chase Insteadman è fidanzato con l’astronauta Janice Trumbull, intrappolata in una stazione spaziale orbitante intorno alla Terra; Janice scrive a Chase lettere a cui lui non può rispondere e che tuttavia vengono pubblicate sui quotidiani e trasmesse in TV; d’altra parte Chase, lettere escluse, non ha ricordi della sua relazione con Janice, con cui usciva al liceo, che non vede più dai tempi in cui si è iscritta al MIT e che probabilmente è morta durante un’esercitazione anni prima; l’ex critico culturale Perkus Tooth sostiene che la relazione tra Chase e Janice sia una trovata mediatica per distrarre l’attenzione del popolo da una guerra che peraltro non sembra esistere: “il segreto protegge sé stesso”, come dice a un certo punto il potente sindaco di New York Jules Arnheim.

Discorsi sul metodo – 3: Emmanuel Carrère

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Torna il Premio Gregor Von Rezzori, che ogni giugno porta a Firenze alcuni dei più bei nomi della letteratura mondiale, e con esso tornano i Discorsi sul metodo di Vanni Santoni. La serie di interviste di quest’anno comincia con Emmanuel Carrère, a cui seguiranno Jonathan Lethem, Georgi Gospinodov e Vendela Vida, e poi ancora Tom McCarthy, Dave Eggers, Maylis de Kerangal e Leopoldo Brizuela.

(Le precedenti interviste, a Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín, Vásquez, Egan, McGrath e Greer, possono essere lette qui e qui).

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Emmanuel Carrère è nato a Parigi nel 1957. Il suo ultimo libro edito in Italia è La settimana bianca (Adelphi 2014, apparso in Francia nel 1995).

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho quantità fisse di battute o parole, dato che sia il tempo che la produttività dipendono molto, anzi completamente, dalla fase dei lavori in cui mi trovo.
Quando sono all’inizio di un libro, è tutto molto difficile e poco produttivo, devo letteralmente forzarmi per scrivere o anche solo mettermi alla scrivania, e anche quando ci riesco vado lentissimo e non riesco neanche a fare sessioni lunghe, faccio massimo tre o quattro ore, e producendo pochissimo.

Somiglianze di Famiglia

Rapporti disfunzionali tra scrittori e autori di fumetti. Scrivo questi appunti in qualità di lettore. Con l’autorità che mi conferisce questo ruolo, vorrei provare a tracciare certe parentele tra alcuni scrittori americani contemporanei e alcuni autori di fumetto, sempre americani, sempre contemporanei. Mi gioco subito i nomi: Rick Moody, Jonatham Lethem, David Foster Wallace, da […]