Considera il totano

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Questo pezzo è uscito sul numero di Linus in edicola, che ringraziamo.

Lo scrittore David Foster Wallace, morto suicida pochi anni fa, pubblicò nell’agosto 2004 sulla rivista Gourmet un celebre reportage sul festival dell’aragosta del Maine: Consider the lobster. Considera l’aragosta si chiamò poi una sua raccolta di articoli e saggi uscita in Italia per Einaudi Stile Libero. Da 14 anni sull’isola di Capraia la proloco organizza invece una piccola sagra dedicata a un mollusco: il totano. La prima cosa che ho scoperto sul totano è che la semplice pronuncia del lemma suscita un’immediata reazione di simpatia. C’è qualcosa di comico nella parola. Forse perché quel to-ta ci ricorda una lallazione infantile. Oppure c’è qualcosa di comico nella morfologia dell’animale. Comunque sia: c’è qualcosa di comico.

L’attracco.

A Capraia sono arrivato un tardo pomeriggio su un traghetto, insieme a qualche centinaio di persone che hanno approfittato del ponte fra il 31 ottobre e il 2 novembre. Il viaggio è durato circa tre ore, che ho impiegato leggendo una storia di Scientology – La prigione della fede – uscita per Adelphi. A un certo punto l’autore racconta un episodio della vita di Ron Hubbard, il fondatore della setta. Durante un intervento dentistico Hubbard vive un’epifania, effetto di un’anestesia gassosa, grazie alla quale crede di conoscere “i segreti dell’esistenza”. Proprio nel momento in cui, di fronte alla prua, il profilo dell’isola comincia a delinearsi, le esalazioni di gas evocate nel testo si mescolano al tanfo di benzina sul ponte del traghetto. Mi attraversa un lampo di puro godimento estetico.

L’inno del corpo grasso

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Pochi giorni fa una ragazza inglese, Lindsey Swift, ha scritto su Facebook una lettera aperta a un uomo da cui si è sentita insultata. L’incidente: un automobilista le aveva cantato, mentre lei faceva jogging, «una versione sarcastica di Big girl (You’re beautiful) di Mika». Quindicimila condivisioni e moltissime lettere di sostegno. Qualche settimana prima una blogger, inglese pure lei, Michelle Thomas, aveva scritto un’altra lettera aperta, questa volta a un uomo conosciuto su Tinder, che, dopo un gradevole primo appuntamento, l’aveva scaricata così: «Ti sposerei, se solo fossi più magra». La lettera è diventata virale, è stata ripresa ovunque, da Mashable al Sun, e l’autrice ha ricevuto migliaia di messaggi di sostegno.

Tra profilo pubblico e vita privata resta la letteratura

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Questo articolo è apparso su la Repubblica. (Fonte immagine)

Quando si parla di letteratura, spesso gli scrittori – soprattutto quelli dai trent’anni in su, gli immigrati digitali – tendono a essere nostalgici: vuoi mettere il piacere dell’odore della carta delle vecchie edizioni!, ah quel tempo in cui i dibattiti su un romanzo avevano un grande respiro!, e te lo ricordi quando si leggevano classici russi ad ogni angolo del parco…

Poi a un certo punto è arrivato internet – leggi: facebook – e niente è rimasto più lo stesso. Tutti hanno sempre in mano uno smartphone invece di un libro, bellissimi romanzi marciscono nei reparti polverosi di librerie sull’orlo del tracollo, nessuno riesce a concentrarsi per più di un paio di frasi di un racconto.

Il teatro di Sabbath, vent’anni dopo

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di Leonardo Merlini

“Quando si nasce, si piange perché ci si ritrova su questo enorme palcoscenico di matti”, diceva Re Lear nella omonima tragedia di Shakespeare, e il vecchio sovrano, che vede andare in pezzi la sua vita e con essa, come hanno scritto critici canonici come William Hazlitt e Harold Bloom, lo stesso valore dell’amore familiare, si trova a fare disperatamente i conti con il disvelamento della profondità della miseria umana. Una miseria dalla quale, già nel Bardo, non c’era sostanziale via d’uscita (se non nel racconto che di questa è stato fatto, proprio da quell’autore che siamo soliti chiamare William Shakespeare, ma questa è una risposta come minimo di secondo livello…).

Abbasso Bloom!

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Oggi il critico letterario Harold Bloom compie ottantaquattro anni. Pubblichiamo un intervento di Edoardo Pisani.

di Edoardo Pisani

Come il Sainte-Beuve combattuto dal Proust postumo a inizio Novecento, Harold Bloom è considerato da molti uno dei maggiori critici letterari del nostro tempo, forse l’unico accademico a “godere” internazionalmente dello status di Grande Vecchio, di guru della letteratura. Il suo saggio più conosciuto, Il canone occidentale, è spesso letto e invocato quale baluardo estetico contro i critici marxisti o femministi o multiculturalisti o poststrutturalisti delle università americane, da lui definiti con sprezzo critici del Risentimento – quasi che Bloom non sia, a sua volta e più di altri, un risentito! Il canone bloomiano affonda le radici in Shakespeare, “aurora boreale visibile in un luogo che la maggior parte di noi non raggiungerà mai”, in Dante e in Cervantes, per poi innalzarsi e ramificarsi nella letteratura di tutti i tempi, da Montaigne a Milton a Goethe a Kafka, da Whitman a Proust a Borges a Pessoa, delineando influenze e parentele e catalogando senza sosta, costringendo autori e opere in suddivisioni fin troppo progressive, lineari, come se gli scrittori canonizzati dipendessero o l’uno dall’altro o, e per l’autore è senz’altro così, tutti da Shakespeare e da Bloom.

Storie dal mondo: intervista a Francesca Marciano

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Più facile incontrarla su una spiaggia indiana o in partenza per 
qualche destinazione ignota, Francesca Marciano è italiana ma emana
 il fascino dell’altrove. Un “altrove” desiderato fin da bambina e poi
 trovato, prima a New York e più tardi in Kenya. Un altrove che è
 anche uno stile, un punto di vista, una lingua altra con cui
 Marciano ha scritto tutti i suoi libri (successivamente tradotti in
 italiano). Francesca Marciano è 
uno dei nostri più clamorosi casi editoriali: quando nel 1998 uscì 
Rules of the wild (Cielo scoperto) fu un vero e proprio un best seller 
in America, convincendo anche il New York Times che lo definì “degno di 
Flaubert” e dotato di una “notevole forza narrativa”. Il libro,
 ambientato in Kenya, venne pubblicato con successo in 17 paesi, e solo 
in seguito tradotto in Italia, dalla sorella dell’autrice.

L’età della febbre

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A dieci anni da La qualità dell’aria, minimum fax pubblica una nuova antologia di racconti di autori italiani: è in libreria L’età della febbre. Storie di questo tempo a cura di Christian Raimo e Alessandro Gazoia. Pubblichiamo la prefazione dei due curatori e vi segnaliamo che domani, venerdì 15 maggio, l’antologia sarà presentata alle 19.30 […]

Paolo Benvegnù e la metafisica

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È uscito da qualche giorno Earth hotel, il nuovo disco del più metafisico dei nostri cantautori contemporanei, Paolo Benvegnù. Ho scritto più metafisico (ma sotto cieli immensi/c’è una terra da spartire), ma ci sono altri superlativi che si possono spendere per il Benvegnù cantautore: ha il tocco il più sensibile (chi avesse dei dubbi può scioglierli in canzoni come Nel silenzio, o Andromeda Maria, o la recentissima Orlando); è di sicuro dotato di una certa ambizione lirica (si vedano soprattutto i testi del penultimo album, Hermann) pur essendo di un’umiltà a volte imbarazzante (per capire cosa intendo basta assistere ai suoi concerti, scambiare due chiacchiere con lui o soltanto leggere/ascoltare le interviste e così via); vive da qualche tempo in provincia, ma è decisamente il meno provinciale tra i suoi colleghi (per intenderci: nelle sue canzoni niente spleen bignardifriendly o raccordoanularecentrici).

Dave Eggers e la democrazia digitale

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di Francesco Musolino

Se Philip Dick fosse vivo sarebbe felice di leggere il nuovo romanzo di Dave Eggers, Il Cerchio (Mondadori). Prendete l’idea della quinta parete che entra in tutte le case, del Big Brother di Orson Welles che tutto vede e collocatela in un futuro assai prossimo con la rete e le sue potenzialità pressoché infinite che vanno incontro al nostro bisogno di essere sempre interconnessi, reperibili, aggiornati e avrete le basi da cui parte Eggers. Romanziere poliedrico di successo che vive a San Francisco Bay – in cui ambienta anche il suddetto romanzo – Eggers vive nella iperdigitalizzata California ma non possiede nemmeno un account Twitter. Come Jonathan Franzen, più di Jonathan Franzen, Dave Eggers non gioca con gli scenari cercando la complicità del lettore: da ogni pagina di questo romanzo trasuda pura paura degli scenari futuri ma piuttosto che metterli alla berlina, si immerge nelle profondità. E così piuttosto che sfornare un libro in cui si contrappongono apocalittici ed integrati, questo romanzo ha solide  basi teoriche tanto che degli scenari de “Il Cerchio” si trova traccia in un saggio assai interessante di Evgenij Morozov, “Internet non salverà il mondo” (Mondadori). Difficile riassumere questo testo in poche righe ma basti dire che Morozov analizza e trova le contraddizioni del “soluzionismo”, secondo cui a qualsiasi problema corrisponde un rimedio digitale traendo a sua volta forza dall’internet-centrismo, secondo cui dovremmo modellare gli ambiti della nostra esistenza replicando le peculiarità della rete.

Stoner e il romanzo americano

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Questa recensione è apparsa sul blog Via dei Serpenti.

Quando oggi in Italia si dibatte sul romanzo il più delle volte si coglie un tono febbrile, spasmodico nella discussione generale, quasi che con la propria opinione in merito ci si giochi più di quanto è ufficialmente in palio.

Se da una parte nuovi Nietzsche annunciano la morte del romanzo a un secolo e mezzo dalla morte dell’ultimo dio, sempre di più sono quelli che ne proclamano la resurrezione e vita sulla scorta delle lettere di Jonathan Franzen apostolo al Venerdì di Repubblica, che, nel dettarci la nuova kasherut letteraria, ci proibiscono ogni contatto impuro tra il kindle e Balzac.