Lavorare sul fuoco. Scott Spencer e Un Amore Senza Fine

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di Natalia La Terza

Ho letto Un amore senza fine pubblicato nel 1979, candidato al National Book Award e inserito nei migliori libri di quell’anno dal New York Times – piuttosto tardi. Erano passati mesi dalla seconda pubblicazione in Italia, giugno 2015, da Sellerio (la prima, nel 1980, per Mondadori), nella traduzione di Francesco Franconeri.

Era un periodo in cui mi accorgevo che, se uno scrittore o una scrittrice non mi facevano venire la voglia di rileggere la loro prima pagina subito dopo averla finita, avevo paura di non arrivare nemmeno all’ultima. Della storia scritta da Scott Spencer avevo letto il giudizio di Jonathan Lethem, che lo paragonava a uno dei miei libri e uno dei miei film preferiti: Il grande Gatsby e La rabbia giovane, e ne avevo sentito parlare, entusiasta, da Tiziana Lo Porto.

The Artist Formerly Known As Prince

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“Genio” è una di quelle parole spesso utilizzate a sproposito. Certamente si adattava benissimo a Prince Roger Nelson, noto a tutti come Prince. Secondo Jonathan Lethem, artisti come Prince “tendono a suscitare disprezzo perché pare che scarichino sul pubblico il contenuto del loro cervello con una libertà che non conosce vincoli o rifiniture”.

The Artist Formerly Known as Prince, come ha preso a chiamarsi a un certo punto della sua densa carriera, iniziata nel 1978 con il disco For You. Una discografia complessa e variegata, centinaia di canzoni, ognuno avrà la sua preferita, o molto probabilmente più di una. I più fortunati ricorderanno la magia dei suoi concerti.

Preparativi per la prossima vita

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Questo pezzo è uscito su La Repubblica C’era una volta la New York di Colazione da Tiffany, un posto scintillante e malinconico popolato da scrittori in erba, miliardari senza scrupoli e ragazze perdute che dall’Upper East Side prendevano un taxi al mattino per osservare i propri sogni ricomposti nella vetrina di una gioielleria della Fifth […]

L’allucinazione non è una faccenda privata. L'”Esegesi” di Philip K. Dick

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Questo articolo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

“Bisogna superare la falsa idea che un’allucinazione sia una faccenda privata”.

Il 20 febbraio del 1974, lo scrittore Philip K. Dick, dopo quattro matrimoni falliti, la pubblicazione di una trentina di opere che lo consacreranno presto come un maestro della letteratura nord americana, e un consumo di droghe non quantificabile, si recò in un centro odontoiatrico per farsi estrarre due denti del giudizio. Qualcosa non funzionò con l’anestesia a base di sodio penthotal che il dentista gli aveva praticato, perché già nel pomeriggio Dick era in preda a dolori lancinanti. Così Tessa (la sua quinta moglie) telefonò al dentista per un analgesico.

I dissidenti di Jonathan Lethem

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di Francesco Guglieri

Ci sono scrittori che usano il mondo come se fosse il loro quartiere. Sono quelli che scrivono romanzi monstre, ibridi narrativi pieni di paesi stranieri e personaggi dalle lingue sconosciute: alcuni (penso, ad esempio, a scrittori come Teju Cole, Taiye Selasi, Helen Oyeyemi o Zadie Smith: autori di cui è addirittura difficile ricordare la nazionalità in prima battuta) riescono a evitare l’indigesto pappone fusion, altri no. Poi ci sono gli scrittori che usano il loro quartiere come se fosse il mondo. Jonathan Lethem appartiene a questa seconda categoria. Non è un giudizio di valore, o un’accusa di provincialismo: è esattamente il contrario. Nei loro libri, all'”orizzontalità” geografica dei romanzi globali, contrappongono la verticalità – anche temporale – di uno sguardo sempre posizionato, l’irriducibilità di un corpo interrogante e inquieto. È quello che fa Lethem in questo I giardini dei dissidenti (Dissident Gardens, pubblicato negli Stati Uniti nel 2013), scrivendo un romanzo che è un carotaggio politico e sentimentale, intimo e collettivo, “personale e politico” come si diceva, di un intero mondo, grandiosa controstoria del secolo americano visto da un quartiere della grande mela.

Intervista a Lorin Stein della “Paris Review”

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Questo pezzo è uscito su Linkiesta.it

di Giulio D’Antona con Natan Mondin

È come percorrere una strada un po’ dissestata, dal fascino antico ma di una scomodità sconfortante, scendere lungo il panorama editoriale mondiale. Si fa una gran fatica, soprattutto perché quello che abbiamo intorno, in Italia, è quanto di più caotico possibile. Poi, tra il sudore e la polvere, lo scintillante baluginare lontano dei colossi colorati e chiassosi americani — inarrivabili, come una Coney Island di intellettualismo puro — il sentiero si punteggia di pietre miliari. Poche, sacre, e ormai quasi del tutto inutili.

Discorsi sul metodo – 4: Jonathan Lethem

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Continuano i Discorsi sul metodo con gli ospiti del premio Gregor Von Rezzori – e, in questo caso, anche della sede fiorentina della NYU. Le precedenti interviste possono essere lette qui, qui e qui).

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Jonathan Lethem è nato a New York nel 1957. Il suo ultimo libro edito in Italia è I giardini dei dissidenti (Bompiani 2014)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non conto più le ore né le battute, ma ho una regola semplice e inderogabile. La mia regola è: scrivi tutti i giorni. Se ogni giorno faccio qualcosa per il libro in lavorazione, che siano quarantacinque minuti o sei ore, che sia un paragrafo o due pagine, allora mi sento a posto con me stesso.

La Storia secondo Jonathan Lethem

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Quando nel 2009 aveva pubblicato Chronic City, l’impressione era stata che Jonathan Lethem avesse finalmente portato alle estreme conseguenze i temi e la voce che fin dai tempi di Brooklyn senza madre (1999) l’avevano reso uno dei migliori scrittori newyorkesi della sua generazione: l’intrecciarsi della storia personale alla Storia collettiva, il vertiginoso mescolarsi della realtà e delle sue rappresentazioni, la musica rock, la fantascienza. L’estremizzazione di queste tematiche aveva tuttavia portato a conseguenze ambigue.

Lethem, che è nato nel 1964 in una comune hippy di Brooklyn da un artista e da un’attivista politica, era riuscito a infilare in quel romanzo un’astronauta dispersa nello spazio, uno collezionista di dischi morto di singhiozzo, una guerra che non esiste e una tigre gigantesca che si muove nelle viscere della metropolitana di New York.

Nessuna destinazione in vista. Accanto a Bolaño e ai suoi detective selvaggi

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di Leonardo Merlini

Un sentiero di terra battuta in un giorno particolarmente afoso, il cane che mi precede e le mie scarpe impolverate, orfane. La Valpadana come il deserto di Sonora. Un cielo incombente nel pieno mezzogiorno messicano e delle figure ferme nella luce, disperse appena fuori dal giardino di casa, lontano e al tempo stesso vicinissime a Macondo, ma in un’altra galassia, o in un’altra dimensione, condannata all’incomunicabilità. Uno scrittore che fuma e mi parla, protetto dalla notte e dalle piante di Villa Torlonia, mi parla per quindici lunghi minuti davanti a una telecamera, mi parla di un altro scrittore che, in qualche misura, sono stato io a fargli leggere. Una sera sulla costa della Catalogna, l’odore del mare e delle creme solari, nauseabonde e dolcissime, mentre da qualche parte suona un telefono e l’uomo seduto accanto all’apparecchio decide consapevolmente di non rispondere.

Ascolti d’autore: Dana Spiotta

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Questa è la versione integrale delle interviste a Dana Spiotta uscita su ilmascalzone.it e su Outsider. Qui la prima puntata di Ascolti d’autore. (Fonte immagine)

 Americana, quarantasettenne, insegnante di letteratura alla Syracuse University, Dana Spiotta è l’autrice di Versioni di me (minimum fax, 2013), che Thurston Moore ha definito «un romanzo rock’n’roll che non ha uguali».

È vero che il rock’n’roll ti ha salvato la vita?

Certo, proprio come nella canzone dei Velvet Underground, “Rock’n’Roll”. Quando vivevo nella provincia californiana e mi sentivo molto diversa dalle mie compagni di classe, la musica che ascoltavo mi servì per capire che essere diversi era ok. Tutto ciò che dovevo fare era trasferirmi in città e cercare altri tipi strambi come me.

A che età hai iniziato ad ascoltare musica?

Quando ero molto piccola avevo dei cugini più grandi di me che mi davano dei dischi. Divenni però un’ascoltatrice autonoma e seria, provvista di cuffie, dedita alla lettura dei testi, all’età di dieci anni.