Le lupe di Sernovodsk. Irena Brežná e il racconto della guerra cecena

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Sulle rovine c’è una sola via d’uscita ed è linguistica, sostiene Irena Brežná. Le donne del villaggio ceceno di Sernovodsk, irriconoscibile dopo la razzia dell’esercito russo, le chiedono dove abbia lasciato la macchina fotografica. «Non sono una fotografa, io scrivo», risponde lei con loro grande delusione. La memoria è l’unico strumento di lavoro che la giornalista e scrittrice porta con sé. Si mimetizza e cerca una lingua che sappia descrivere cose che hanno perso il senso originario. Non c’è un vocabolario per le macerie.

La memoria, la lingua e le cose: «Nello scrivere della guerra in Cecenia desidero ardentemente che alla distruzione sia attribuita un’esistenza giusta, linguistica, come è avvenuto per me che mi sono rialzata dall’esilio svizzero nella nuova lingua. Il mio tedesco in ogni parola cela il desiderio di sopravvivere. La mia risurrezione nella lingua tedesca è l’unica cosa che ho ricostruito».

Al massimo diventeremo dei senzatetto molto istruiti. Di New York, i libri e altre ostinazioni romantiche

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È in libreria Non è un mestiere per scrittori. Vivere e fare libri in America di Giulio D’Antona (minimum fax): pubblichiamo una conversazione tra Claudia Durastanti e l’autore e vi segnaliamo che oggi, domenica 3 aprile, alle 15 Giulio D’Antona presenta il libro alla fiera Book Pride di Milano con Laura Pezzino (Sala Mompracem) (Fonte immagine)

Anni fa, il mio primo caporedattore mi spiegò che non dovevo avere paura di telefonare a un autore che avevo amato e mi metteva in guardia da una soggezione che poteva risultare poco professionale. Non gli ho mai dato retta, e di telefonate di quel tipo ne ho fatte poche. Giulio D’Antona invece le ha fatte e ogni volta che l’ho sentito raccontare dei suoi soggiorni americani, ammetto di aver provato invidia per la disinvoltura con cui riusciva a rimediare appuntamenti con colossi come Renata Adler (oltre ad aver pensato che il mio primo caporedattore lo avrebbe assunto seduta stante).

Mathias Enard scrive la nuova odissea, tra migranti morti nel Mediterraneo, primavere arabe, indignados, crisi economica

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In Italia Mathias Énard non è un autore molto conosciuto, nonostante il suo quarto romanzo, Zona, pubblicato in Francia nel 2008 e tradotto in Italia da Rizzoli nel 2011, sia stato considerato un piccolo capolavoro (il suo nome accostato, in una sorta di canone europeo contemporaneo, a Jonathan Littell o W.G.Sebald): un libro composto praticamente di un solo ininterrotto periodo (a parte due brevi inserti), un romanzo senza punti che in 500 pagine racconta un omerico viaggio in treno di sei ore – da Milano e Roma – in cui si fanno i conti con le memorie personali e collettive di un’Europa che ha vissuto le violenze delle guerre etniche della ex-Jugoslavia e di altri invisibili conflitti; così era prevedibile che anche il suo nuovo romanzo, Via dei Ladri (sempre Rizzoli, sempre tradotto da Yasmina Mélaouah), uscisse in sordina, mentre invece basta poco per accorgersi che VdL si presenti come un romanzo centrale, sfidante, con l’ambizione non celata di raccontare cosa sta diventando il mondo intorno a noi, la nostra società e la nostra lingua

Tutto il tempo che serve per leggere “Le benevole” di Littell

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Sabato 12 e domenica 13, per il Romaeuropa Festival, andrà in scena al Teatro Eliseo a Roma “Die Wohlgesinnten” dello Schauspielhaus Wien e di Antonio Latella, un lavoro ispirato al romanzo di Jonathan Littell “Le benevole”. Per quest’occasione è stato pubblicato nella rivista del Teatro di Roma il seguente testo. L’intero pdf della rivista è […]

Speciale Walter Siti – quarta parte

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Concludiamo lo speciale dedicato a Walter Siti pubblicando un pezzo di Gianluigi Simonetti, uscito su Le parole e le cose, che risponde alla recensione di Andrea Cortellessa a Resistere non serve a niente.

Romanzo e morale. Una discussione su “Resistere non serve a niente” di Walter Siti

di Gianluigi Simonetti

Resistere non serve a niente – purtroppo – è il libro più bello dell’anno”. Alla fine di un lungo e notevole saggio che ha voluto dedicare al libro, Andrea Cortellessa cede consapevolmente alla tentazione che insidia da sempre i critici letterari più curiosi e disinibiti: quella di attribuire all’autore l’atteggiamento e i pensieri del personaggio, e insomma di identificare una componente nichilista che riguarda Walter Siti in prima persona – e che all’interprete, attestato su posizioni ‘resistenti’, dà molto fastidio.

Made in Europe

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Questo pezzo completa il discorso di un mio analogo uscito qualche giorno fa su Repubblica. Inizia allo stesso modo, ma poi approfondisce altri aspetti che per questioni di spazio non entravano nello spazio del quotidiano. (Immagine: Jasper Johns.)

A quale idea di cultura ci aspettiamo che l’Europa si aggrappi nella stagione in cui le sue fondamenta economiche (nonché l’idea stessa di una casa comune) sono scosse come mai era successo dal dopoguerra? Ed è lecito attendere segnali interrogando quel veritiero specchio deformante che è ancora la letteratura d’invenzione?

Come non di rado accade, preziosi indizi sono disseminati dove non ci aspetteremmo di trovarli, cioè fuori dal nostro continente. Pensieri selvaggi a Buenos Aires, l’ultimo libro di Alberto Arbasino, è uno scrigno che contiene tra le altre cose un dialogo con Jorge Luis Borges risalente al 1977. Dopo aver ricordato Robert Louis Stevenson, che giunto in California dichiarò “eccomi alla frontiera della cultura occidentale”, lo scrittore argentino, incalzato da Arbasino (“Ma lei si aspetta qualcosa dall’Europa?”), spiazza il lettore e forse meno l’interlocutore: “Mi aspetto tutto dall’Europa. Cosa ci si può aspettare dalla periferia? Periferia sono anche America e Russia. Noi facciamo di tutto per aiutarvi. Spero che tutto l’Occidente sia un po’ uno specchio eterno dell’Europa. Tocca a voi salvarvi, e salvarci anche”.

A me gli occhi

Questo pezzo di Chiara Valerio è apparso sulla rivista Nuovi Argomenti e su Nazione Indiana. di Chiara Valerio Noi, gli uomini, chi siamo? Siamo veri, siamo dipinti? Tropi di carta, simulacri increati, inesistenze parventi sul palcoscenico d’una pantomima di cenere, bolle soffiate dalla cannuccia di un prestigiatore nemico? G. Bufalino, Le menzogne della notte I […]