Quel genio di Sòcrates

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Dal nostro archivio, un pezzo di Gabriele Santoro apparso su minima&moralia il 16 maggio 2014.

Ai dirigenti del Botafogo, che gli proposero il primo contratto professionistico, rispose senza tentennamenti: «Voglio diventare un medico, e fare la mia parte per un Brasile democratico». Lo stipendio era funzionale al pagamento dell’università, e si laureò. Quel ragazzino, alto e magro, illuminava il gioco del calcio, che era una questione di ribellione, allegria, passione e fratellanza. Il gioco degli inglesi reinventato come attività artistica. Disegnava, con il pensiero e poi con il piede, traiettorie inimmaginabili per gli altri; dotato di un’intelligenza e una coscienza critica fuori dal comune. Leggeva, e amava, i grandi pensatori e filosofi greci quanto le opere di Jorge Amado e Gabriel Garcia Marquez. «Dovrebbe giocare di schiena con quel tacco che ha», sosteneva Pelé. Lui: «Colpivo la palla di tacco per farvi innamorare, mai un colpo inutile perché la bellezza è un bene necessario».

La fatica di scrivere: Antonio Pennacchi e la seconda parte di “Canale Mussolini”

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Avere a che fare con Antonio Pennacchi è un’impresa. Certe volte, per spiegarmi la sua roboante vitalità, il perenne lamento, la costante prontezza all’ira e la straripante passione tenuta a freno dietro la divisa da operaio scrittore e dietro la classica aria scazzata e diffidente, me lo immagino come uno dei suoi eroi. Iracondo, tenero, presuntuoso, fragile, burbero per scelta.

Uno che si è immolato in difesa della sua storia. Uno che ha dedicato la vita a protezione del suo canale, ossia un concentrato simbolico potentissimo: il canale che rese possibile la bonifica dell’Agro Pontino e dunque tutte le vite che lì lavorarono, nacquero, crebbero, fondando paesi e città; il canale su cui si combatté a difesa di qualcosa che alcuni sapevano e altri no; il canale che si secca, si riempie, pulsa di vita fra filari di eucalipti, dunque il cuore di una storia che Pennacchi difende con i denti e continua a coltivare contro tutto e tutti, pur di salvare se stesso e la sua promessa di figlio di coloni. Me lo immagino così, certe volte, pur di non farmi scalfire da tutti i tentativi che fa per spingermi al litigio. Polemos è padre di tutte le cose – scriveva Eraclito.

Grandi scrittori immortalati da grandi fotografi

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Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.