Il vaccino della lettura

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Pubblichiamo un intervento inedito di Fabio Stassi e vi segnaliamo che oggi, 9 giugno, inizia a Palermo il festival Una Marina di Libri: Fabio Stassi presenterà La lettrice scomparsa (Sellerio) domenica 12 giugno alle 20 insieme a Francesco Recami, autore di Morte di un ex tappezziere (Sellerio). (Fonte immagine)

Mi sono ammalato di letteratura molto presto, da bambino. Questa malattia Juan Carlos Onetti la chiamò la litteratosi e Enrique Vila-Matas il mal di Montano. Nella sua forma più leggera, la si potrebbe descrivere come un’ossessione morbosa per i libri; in quella più grave, nella totale incapacità di distinguere un confine tra la letteratura e la vita.

Si comincia un pomeriggio con un piccolo romanzo per ragazzi e ci si ritrova da adulti con una catinella di rame o elmo di Mambrino in testa. Chi ne è affetto, sa di cosa sto parlando.

Juan Carlos Onetti e la sapienza del vuoto

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“Lascia perdere il whisky, mettiti a lavorare”. La moglie di Juan Carlos Onetti fu perentoria. Era una giornata caldissima. Lui si aggirava in pigiama e accappatoio con il bicchiere in mano e sembrava non volesse ascoltarla. Carlos Fuentes, che avrebbe poi raccontato l’episodio, lo guardò senza dire una parola e Onetti gli fece cenno di uscire. Percorsero due strade di Montevideo, giusto un isolato e mezzo – due scrittori gomito a gomito, l’uruguagio ancora in pigiama e accappatoio e il whisky in mano, il messicano stordito di ammirazione – e arrivarono al palazzo dove abitava l’amante di Onetti. Salirono su. Fuentes taceva. L’altro si era messo a raccontare i mestieri attraverso cui era passato prima di cominciare a scrivere: aveva fatto il custode, il cameriere e il bigliettaio per eventi sportivi. Poi aveva preso a vendere Picasso falsi. Disse che si divertiva perché alcuni credevano fosse irlandese e si chiamasse O’Netty. Ma non riuscì a continuare con gli episodi del passato. Irruppe l’amante: “Lascia perdere il whisky, mettiti a lavorare” gli disse. Lui si alzò e spinse Fuentes a uscire di nuovo. Tornarono a casa. Un isolato e mezzo di distanza.

La danza sopravvissuta dei sentimenti

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Fabio Stassi recensisce «Gli addii» di Juan Carlos Onetti (SUR).

Immaginate una periferia senza nome. E una corriera che periodicamente vi si ferma. L’ombra di un sanatorio. Il bancone di un bar. Le mani di un nuovo arrivato, mani piene di pudore eppure spudoratamente disperate, sporche di quello sgomento che segue la lotta, e la resistenza. Le mani di un uomo che non si curerà.

Immaginate di seguire le sue scarpe lucide mentre si impolverano, di vederlo spedire due lettere al giorno a due donne diverse, bere un caffè, una birra gelata, un bicchiere di gin.