Il Paradosso Bolaño

download

Questo contributo di Juan Villoro è uscito su Lo Straniero, che ringraziamo. La traduzione è di Giorgio De Marchis. (Fonte immagine

di Juan Villoro

La fama è un malinteso che banalizza i suoi beneficiati. Roberto Bolaño, scrittore e amico imprescindibile, è diventato leggenda.
Quando morì nel 2003, a cinquant’anni, noi persone che gli eravamo vicine sapevamo che i suoi libri avrebbero resistito al tempo, ignoravamo però che avrebbe ricevuto qualcosa che non aveva mai corteggiato: l’apprezzamento di massa. Come potevamo supporre che la sacerdotessa del rating televisivo, Oprah Winfrey, avrebbe raccomandato i suoi libri, che Patti Smith avrebbe messo in musica i suoi testi e che l’attore Bruno Ganz li avrebbe recitati in tedesco?
A New York, ho conosciuto due giovani scrittori che hanno pagato 50 dollari per le bozze di 2666 in modo da poter leggere quell’opera prima di chiunque altro, e in Messico ho conosciuto un aspirante poeta felice di aver accarezzato un cane nella città di Blanes che, a quanto gli avevano detto, da cucciolo aveva conosciuto l’autore di I detective selvaggi.

Cosa sta accadendo in Messico? Intervista a Anabel Hernández

8235589515_769e0ea4e7_z

di Francesco Musolino Dal 2006 sono stati uccisi 56 reporter in Messico. Recentemente è esploso il caso dei 43 studenti trucidati e poi dati alle fiamme, si sospetta su mandato del sindaco di Iguala. Che cosa sta accadendo in Messico? Ridley Scott lo ha raccontato come una terra in mano a uomini spietati in “The […]

Da Márquez a lezione di giornalismo d’allegria

025

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Madrid. È appena passato il Natale del ’93 a Barranquilla, tra le poche città colombiane dalla fama indipendente da questioni di droga. Jaime Abello Banfi ha mangiato troppo, come tutti, più di tutti. Riceve una telefonata: «Invitami a cena la prossima volta che vengo» è l’intimazione che riceve il trentenne direttore della locale TeleCaribe. La prospettiva di mangiare ancora è l’ultima cosa cui vorrebbe pensare, ma dall’altra parte del filo c’è Gabriel García Márquez. E non capita spesso, anzi non era mai capitato, che lo scrittore più famoso dell’America Latina chiamasse un giornalista felice (ma non sconosciuto) per estorcergli una convocazione al ristorante. La storia della Fundación para el Nuevo Periodismo Iberoamericano, che da Cartagena de las Indias assegna i corrispettivi del Pulitzer di lingua spagnola, comincia così. Esattamente venti anni fa.

Necessità di una terza via (tra Renzi e Grillo)

GrilloRenzi

Questo articolo è tratto da “Lo straniero” n. 165 (marzo 2014) in uscita in questi giorni in  libreria. Sul numero di marzo è possibile leggere, tra l’altro, una lunga intervista a GiPi, un saggio di Juan Villoro su Roberto Bolaño, articoli su Emma Dante, Martin Scorsese, Svetlana Aleksievich, Slawomir Mrozek, un reportage di Neliana Tersigni dall’Egitto.

Il più grande affresco politico-parlamentare che descrive lo stallo dell’Italia attuale è stato scritto quasi un secolo fa da Federico De Roberto. Si tratta di L’imperio, romanzo incompiuto, uscito postumo nel 1929 e ora disponibile nella Bur, cui lo scrittore catanese lavorò per lunghissimo tempo, senza venirne definitivamente a capo, tanto complessa e molle era la materia che aveva deciso di narrare.

Il cuore dell’Imperio (che in una sorta di continuazione dei Vicerè narra le gesta del principino Consalvo Uzeda di Francalanza, neodeputato in ascesa, tra i meandri e i rigagnoli di una capitale politica infetta) è tutto nella descrizione impietosa della macchina del trasformismo. A De Roberto non importa raccontare solo il trasformismo in senso stretto, quello storicamente situato negli ultimi decenni dell’Ottocento, bensì un trasformismo più profondo, autobiografia della nazione, sua inevitabile impalcatura.

Scrivere del mondo

abelardo-morell-piece-vue-stenope

Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Abelardo Morell.)

Oggi si fa una gran discussione intorno alla non-fiction. Qual è il confine tra giornalismo e letteratura? È possibile individuare una linea di demarcazione o piuttosto una terra di mezza al cui interno, a sua volta, prendono corpo percorsi differenti tra loro? Fino a che punto è consentito attraversare i confini? Dove si colloca l’io in tutto questo (l’io che osserva, l’io che agisce, l’io che narra)? Grande è la confusione sotto il cielo, specie in Italia, tanto che converrebbe mettere un po’ di ordine nel discorso.