“L’amore all’inizio”: l’ossessione secondo Judith Hermann

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Cosa succederebbe alle nostre vite se da un giorno all’altro un estraneo si mettesse a guardarci dietro il cancello della nostra casa, reclamando l’unica cosa che sappiamo di non volergli né potergli concedere: il nostro tempo? Tempo di ascoltare un uomo che non conosciamo, tempo di guardarlo negli occhi, accogliere un’alterità folle e indomabile che esige divederci ed essere vista, parlare ed essere ascoltata. Tempo di donare un’identità allo sconosciuto che vuole un posto nella nostra vita, lo reclama come se fosse semplice ottenerlo, come se stesse chiedendo qualsiasi altra piccola cosa.

Narrare l’assenza per Judith Hermann

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Alice mettendo in ordine i vestiti del suo compagno, morto da poco “trovò una cosa a cui non era preparata – aveva cercato di essere preparata a tutto – qualcosa di piccolo, un po’ come se Raymond l’avesse lasciato lì per lei: una bustina di carta stropicciata, di un fornaio, con dentro i resti di un pasticcino alle mandorle a forma di cavallo”. Con una citazione quasi smaccata, Judith Hermann scrive una bellissima pagina su questa madeleine a metà, un pezzo per i vivi e un pezzo chi non c’è più. Per farci soffermare sulle uniche cose preziose di cui possiamo parlare: la gioventù con i suoi amori e la vita dopo la morte. Cos’altro? La prima, il tempo perduto con cui facciamo i conti ogni giorno che segue, rimpiangendola, o provando a riparare ai danni che facemmo o subimmo allora. La seconda è ciò che tutto ciò che possiamo sperare di conservare delle persone che abbiamo conosciuto e amato, di chi pensavamo di proteggere, di noi stessi.