Una letteratura alchemica – Intervista a Mircea Cărtărescu

cartarescu-solenoid

Questa intervista è apparsa originariamente sul manifesto, che ringraziamo. Mircea Cărtărescu è ormai considerato il maggior autore rumeno e tra i maggiori europei viventi; autore di molte opere, più volte candidato al Nobel, ha ottenuto fama internazionale con i tre volumi di Abbacinante, opera monumentale e stilisticamente molto ambiziosa con la quale ha ridefinito la […]

Segreti di famiglia: “Il clan” di Pablo Trapero

ilclan

Il 25 agosto esce Il clan di Pablo Trapero: ne scrive Tiziana Lo Porto in un articolo apparso sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo.

All’ultima edizione della Mostra del cinema di Venezia si è aggiudicato il Leone d’Argento per la miglior regia. Diretto dal regista argentino Pablo Trapero (e in sala dal 25 agosto con Rai Cinema per 01 Distribuzione), Il clan racconta la storia di una famiglia di sequestratori nell’Argentina dei primi anni ottanta.

Cercare, sempre, l’umanità: intervista a Etgar Keret

etgar_keret_032812_620pxb

Questo articolo è uscito sul dorso toscano del Corriere della Sera, che ringraziamo. Etgar Keret, tra i maggiori scrittori israeliani, dopo la finale al Premio Von Rezzori 2013 con All’improvviso bussano alla porta (Feltrinelli), e nuovamente uscito per Feltrinelli l’anno scorso con Sette anni di felicità, è tornato al premio, incaricato stavolta della tradizionale lectio […]

Discorsi sul metodo – 17: Mircea Cărtărescu

carta__uno

Mircea Cărtărescu è nato a Bucarest nel 1956. I suoi ultimi libri usciti in Italia sono Abbacinante – Il corpo (Voland 2015) e Il poema dell’acquaio (Nottetempo 2015).

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Scrivo due ore al giorno, sempre la mattina, sembra poco ma in realtà quando mi metto a scrivere le utilizzo in modo integrale, senza pause o distrazioni, è un lavoro molto intenso, devono uscire, ed escono, due-tre pagine a mano, scritte fitte. La disciplina è essenziale, ma ancora più essenziale è essere predisposti a ricevere un messaggio. Mi spiego: credo che in letteratura esistano vari livelli. Il primo livello, ovviamente dopo il dilettantismo, che è il livello zero, è quello che potremmo definire ‘professionale’: si ha il dominio di un set di tecniche e si riesce a lavorare con regolarità; a questo livello fare un libro è come fare una scarpa, ci sono un sacco di romanzieri, non solo di genere, che stanno a questo livello e non hanno altre ambizioni, sanno scrivere romanzi, scrivono romanzi: si tratta di gente che svolge un mestiere.

Non è vero che tutte le storie sono state raccontate

formentoformento11

All’inizio dell’estate, il Festival Letteraure di Roma mi ha chiesto di scrivere e leggere un testo a piazza del Campidoglio. Argomento: “cosa resta da fare alla letteratura”. Il reading si è svolto il 16 giugno del 2015 (insieme a me Edmund White, Daša Drndić, Lola Shoneyin). Condivido il testo del mio intervento con i lettori di m&m.

Che cosa resta da fare alla letteratura? È questa una domanda che sarebbe suonata forse meno urgente fino a venticinque anni fa, e che oggi accompagna i giorni di una nuova età dell’ansia. Il tempo in cui viviamo ci spiazza di continuo. Qualcuno si era illuso che il ventunesimo secolo sarebbe stato una crociera senza iceberg. Ci siamo fatti cogliere di sorpresa un’altra volta, distratti dall’orchestrina che suonava.

Il novecento aveva offerto delle lezioni anche terribili da cui credevamo di avere imparato molto, e si era chiuso lasciandoci in eredità delle promesse che alla prova dei fatti non hanno retto, e in certi casi si sono addirittura rivelate un rettilario per le solite uova fatali.

Un festival per raccontare la scrittura e gli scrittori

image-articolo-david-grossman-se-comandassero-le-donne-non-ci-sarebbe-la-guerra

Dal 18 al 24 maggio a Ravenna si terrà la seconda edizione di Scrittura festival. Pubblichiamo un intervento del direttore artistico Matteo Cavezzali. (Fonte immagine)

di Matteo Cavezzali

C’è chi scrive per raccontare una storia. C’è chi scrive per ammazzare il tempo. C’è chi scrive perché non sa fare altro. C’è chi scrive perché gliel’ha ordinato la maestra. C’è chi lo fa per necessità. C’è chi scrive per dire che è in ritardo, chi per mandare un bacio, c’è chi scrive perché un giorno non ci sarà più. C’è chi scrive per fermare un pensiero sulla carta. C’è chi scrive per non dimenticare, chi per dimenticare. C’è chi scrive prima di andare a letto e chi scrive perché non riesce a dormire. C’è chi scrive perché vuol ricevere apprezzamenti, c’è chi scrive perché non ha paura di farsi odiare. C’è chi scrive perché ha un libro in testa, c’è chi scrive perché vuole essere chiamato “scrittore”. C’è chi scrive perché non ha voce per gridare. C’è chi scrive come terapia. C’è chi scrive perché è innamorato e quella sera c’è la luna piena. C’è chi scrive perché si annoia. C’è chi scrive perché è stonato o non sa disegnare. C’è chi scrive perché si è trovato una penna in mano e un foglio bianco. C’è chi scrive davanti alla finestra, chi sul treno e chi sul water. C’è chi scrive perché il computer non riesce più a connettersi a internet. C’è chi scrive solo per portarsi a letto le ragazze. C’è chi scrive perché ha un rimorso.

Il Paradosso Bolaño

download

Questo contributo di Juan Villoro è uscito su Lo Straniero, che ringraziamo. La traduzione è di Giorgio De Marchis. (Fonte immagine

di Juan Villoro

La fama è un malinteso che banalizza i suoi beneficiati. Roberto Bolaño, scrittore e amico imprescindibile, è diventato leggenda.
Quando morì nel 2003, a cinquant’anni, noi persone che gli eravamo vicine sapevamo che i suoi libri avrebbero resistito al tempo, ignoravamo però che avrebbe ricevuto qualcosa che non aveva mai corteggiato: l’apprezzamento di massa. Come potevamo supporre che la sacerdotessa del rating televisivo, Oprah Winfrey, avrebbe raccomandato i suoi libri, che Patti Smith avrebbe messo in musica i suoi testi e che l’attore Bruno Ganz li avrebbe recitati in tedesco?
A New York, ho conosciuto due giovani scrittori che hanno pagato 50 dollari per le bozze di 2666 in modo da poter leggere quell’opera prima di chiunque altro, e in Messico ho conosciuto un aspirante poeta felice di aver accarezzato un cane nella città di Blanes che, a quanto gli avevano detto, da cucciolo aveva conosciuto l’autore di I detective selvaggi.

Discorsi sul metodo – 10: Alan Pauls

alan-pauls1

Alan Pauls è nato a Buenos Aires nel 1959. Il suo ultimo romanzo edito in Italia è Storia del denaro (SUR 2014)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho un numero fisso di ore o battute, anche se ci sono delle regole: anzitutto cerco sempre di lavorare tutti i giorni, di mettermi a sedere e aver fatto qualcosa alla fine del giorno. In un giorno faccio due o tre pagine, sulle cinquemila battute. In un buon giorno faccio due o tre pagine buone. Ci sono anche giorni in cui ci metto molte ore per farle, a volte quando si scrive è importante anche perdere tempo, sono momenti in cui si tira il fiato e sono funzionali a quelli più produttivi. In ogni caso, nei giorni in cui le due o tre pagine faticano a venire, mi costringo a sedere, cerco di orbitare in qualche altro modo attorno a quello a cui sto lavorando: faccio schemi, prendo appunti, leggo cose collegate al libro a cui sto lavorando oppure nel peggiore dei casi mi mento a revisionare parti fatte in precedenza. La cosa cruciale è stare sul pezzo ogni giorno.

Discorsi sul metodo – 8: Tom McCarthy

TomMcCarthy

Tom McCarthy è nato a Londra nel 1969; il suo ultimo libro edito in Italia è C (Bompiani 2013)
Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dipende dai periodi, la giornata di lavoro può andare da zero a dieci ore, senza particolari costrizioni. La maggior parte del tempo non scrivo, o scrivo frasi sparse. Quando scrivo per così dire “normalmente”, senza mettermi sotto pressione, mi sa che faccio sulle mille parole in un giorno, ma la verità è che non ho questo tipo di approccio, tendo più ad alternare periodi di non scrittura a periodi di lavoro molto, molto intenso.

Letteratura e inquietitudine

kafka-portrait1

Pubblichiamo l’intervento che Marcello Fois ha tenuto a Pordenonelegge 2014 ringraziando l’autore. (Fonte immagine)

di Marcello Fois

Ho undici figli.

Il primo è fisicamente poco appariscente, ma serio e intelligente, pure non ho molta stima di lui, benché, in quanto figlio, lo ami come tutti gli altri. Il suo modo di pensare mi pare troppo semplice, non guarda né a destra, né a sinistra, né in lontananza, compie continuamente il periplo della ristretta cerchia delle sue idee o meglio vi si aggira dentro…

(…)

Il mio undicesimo figlio è gracile, certo è il più debole di tutti; ma la sua debolezza inganna, perché a volte sa essere forte e risoluto; ma anche allora la sua debolezza è in qualche modo determinante. Non è però una debolezza di cui s’abbia a vergognare, ma qualcosa che sembra tale soltanto su questa nostra terra. Non è per esempio anche la disposizione al volo una debolezza, trattandosi di un vacillare incerto, di uno svolazzare a caso? Qualcosa di simile appare nel mio figliuolo. Il padre, di certe qualità non può certo rallegrarsi perché tendono evidentemente alla disgregazione della famiglia. A volte mi guarda quasi mi volesse dire: Ti prenderò con me, babbo. E io penso allora: Saresti l’ultimo a cui mi affiderei. E il suo sguardo sembra rispondere: Ebbene, che io sia almeno l’ultimo.

Questi sono i miei undici figli.

È Kafka (Undici Fratelli), perché è un maestro di quella che io vorrei definire Inquietudine come Sistema. Il caso dell’immortale praghese è assolutamente paradigmatico di qualcosa che separa gli scrittori dagli scriventi, e cioè per l’appunto la necessità di fare della propria inquietudine un materiale attivo. Come si fa a mettere in moto una reazione chimica all’interno di una miscela apparentemente inerte, lettere e frasi, come la scrittura? Dove sta la febbre biologica che tiene vive, pulsanti, le pagine? Kafka risponde per tutti: nell’inquietudine. Perché l’assenza di inquietudine, e quindi l’incapacità di generare moto, produce inerzia e quindi morte.