Dentro il rap americano: intervista a Cesare Alemanni

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Dagli anni Settanta fino ai giorni nostri, dove “giorni nostri” va inteso alla lettera, perché tutto può ancora succedere – e sta succedendo adesso, ancora – la storia dell’hip hop è un enorme calderone ribollente di creatività, riscatto sociale, arti che s’incontrano, personalità esplosive e anche di morte e tragedia. Una vicenda complessa e ritmata, dove i break e gli scratch, i flow e i colpi di pistola e il crack si sono incrociati lungo tutto il vasto ventre americano, generando una quantità di musica prima clandestina e poi via via sempre più planetaria, seducendo generazioni di ascoltatori e cambiando attitudini e stili di vita.

Rendere conto di tutta questa complessità, che contempla oltretutto anche una dose abbondante di controversie e deviazioni, è un affare che richiede idee chiare e grande competenza. Rap: Una storia, due Americhe, il libro di Cesare Alemanni uscito da poco per minimum fax, riesce nell’ impresa di trasmettere la densità di questa vicenda ancora in corso, toccando i temi alla base della nascita e dello sviluppo del rap, offrendo una storia completa che comprende individualità e sociologia urbana, fattori esterni e una sana dose di casualità.

Hai fatto la battuta. Selfcasting e intrattenimento autogestito

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Questo pezzo è uscito su Link Magazine. (Fonte immagine)

Mi trovo a Charles de Gaulle, in attesa di salire su un aereo diretto a New York. Ieri, su facebook, ho postato uno status in cui dicevo delle cose, vere, con un tono fintamente serio, ma in realtà scherzoso, in un doppio-triplo clin d’œil rivolto ai miei “amici”. Tra le righe: sto partendo, per un po’ vi toccherà sopportare aggiornamenti monotematici, abbiate pazienza. Like, reazioni, faccine. Le solite cose. Ora sto scorrendo il muro con il pollice. Mi arriva la notifica di un commento al mio status, è uno scrittore che qualche settimana fa ha accettato la mia richiesta di amicizia. Non abbiamo mai interagito. Questa è la prima volta. Il suo commento è: “Esticazzi”. Mi crolla il mondo addosso. Si è rotto il patto di non belligeranza che, per quanto mi riguarda, tiene in piedi questa faccenda degli status, dei social, dell’internet, di tutto. Non si fa. Sono offeso.

Stromae, un pagliaccio furioso e tenero

Stromae

È alto, sottile, vestito in modo sgargiante, con tanto di camicia a quadri colorati e papillon giallo: è Stromae. Canta, balla, fa le smorfie, scrive una lettera d’amore a una cantante morta, la diva dai piedi nudi, Cesaria. Si muove sul palco e sembra irreale, intangibile, la silhouette di un fumetto, una sagoma variopinta, con le gambe simili a trampoli e gli occhi verdi e profondi, cattivi o dolcissimi, disperati o robotici, innamorati, struggenti, a seconda della canzone. È un bastardo, è un figlio senza padre, è un malato di cancro, è una diva, è un dandy, è un paranoico, è tutto ciò che canta e racconta, da un pezzo all’altro, e se non lo è lo diventa, lo recita, si ricrea. È camaleontico, è un camaleonte emozionale, esplosivo, un cantore del caos dei sentimenti, dell’odio e dell’amore, capace di scuoterti e turbarti oppure di farti ballare senza riflettere, come muovendosi per te, commuovendoti o insultandoti. È un pagliaccio furioso, Stromae, qualcosa di mai visto, leggero nella profondità e tenero nella disperazione, nel disprezzo, nel cinismo, spietato con se stesso e con gli altri, con chiunque, con voi.