Paesaggi contaminati: letteratura e reportage secondo Martin Pollack

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Martin Pollack sarà tra gli ospiti internazionali di Geografie sul Pasubio, quattro giorni di trekking tra i rifugi e le malghe del Monte Pasubio, tra la Provincia di Trento e quella di Vicenza, con incontri dedicati al reportage, al racconto dei luoghi e degli uomini.

«Lavorare a Il morto nel bunker. Inchiesta su mio padre ha significato anche distruggere la mia infanzia. Ho avuto un’infanzia meravigliosa, tanto amato dai miei nonni che mi hanno allevato. La mia ricerca mi ha messo spietatamente davanti agli occhi il fatto che essi non erano solo affettuosi nonni, ma anche protervi nazisti, pieni di odio e disprezzo per gli altri, slavi ed ebrei. La distruzione della propria infanzia è un’impresa pericolosa e non so se riuscirò mai a superarla», ha raccontato una volta Martin Pollack a Claudio Magris.

Da Márquez a lezione di giornalismo d’allegria

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Madrid. È appena passato il Natale del ’93 a Barranquilla, tra le poche città colombiane dalla fama indipendente da questioni di droga. Jaime Abello Banfi ha mangiato troppo, come tutti, più di tutti. Riceve una telefonata: «Invitami a cena la prossima volta che vengo» è l’intimazione che riceve il trentenne direttore della locale TeleCaribe. La prospettiva di mangiare ancora è l’ultima cosa cui vorrebbe pensare, ma dall’altra parte del filo c’è Gabriel García Márquez. E non capita spesso, anzi non era mai capitato, che lo scrittore più famoso dell’America Latina chiamasse un giornalista felice (ma non sconosciuto) per estorcergli una convocazione al ristorante. La storia della Fundación para el Nuevo Periodismo Iberoamericano, che da Cartagena de las Indias assegna i corrispettivi del Pulitzer di lingua spagnola, comincia così. Esattamente venti anni fa.

Leggere tracce: il viaggio salvato dalla letteratura

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1. Che cos’è Google Treks e come viaggeremo su Marte

Philip Dick avrebbe alzato le sopracciglia.

Nel suo racconto Possiamo ricordarlo per te all’ingrosso (1966) il protagonista Douglas Quail si rivolge all’agenzia di viaggi virtuali REKAL per farsi impiantare le memorie di un viaggio su Marte che non potrà mai permettersi di fare. «Lei non può farlo veramente», riassume l’impiegata, «ma può averlo fatto». E lo rassicura sulla qualità del prodotto: la memoria impiantata è «più della cosa reale»; la memoria vera e propria, «con tutte le sue vaghezze, omissioni, ellissi, per non dire distorsioni – quella è la seconda scelta».[1]

Come slogan della Rekal, troviamo oggi questi imperativi sulla rete, che ci invitano a viaggiare restando seduti: «scatena il tuo esploratore interiore», «passeggia su una meraviglia del mondo», «scopri il laboratorio vivente di Darwin». Non provengono da un’agenzia di viaggi, ma dalla nuova pagina Google Treks, che presenta itinerari di foto navigabili in siti pittoreschi come il parco del Gran Canyon in Arizona e le Isole Galàpagos. Un progetto simile è quello italiano Trailmeup, che si propone di riprodurre sentieri e camminate in luoghi di interesse paesaggistico e culturale, accompagnando le immagini con commenti audio affidati a specialisti come geologi e antropologi.

Il volto dell’India

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Questo pezzo è uscito su Lo straniero di marzo. (Fonte immagine)

C’è cattivo e buon giornalismo, dice il reporter polacco Kapuscinski a Maria Nadotti nella conversazione poi inclusa in Il cinico non è adatto a questo mestiere (edizione e/o). Il cattivo giornalismo è quello che si limita a descrivere i fenomeni, che si ferma alla superficie delle cose, che si accontenta di gettare uno sguardo approssimativo e che presume, così, di aver adempiuto al proprio dovere. Il buon giornalismo invece è quello che descrive per comprendere, quello che parte da una domanda, da un interrogativo, da un’ipotesi e non da una tesi di cui cerca solo conferma. Il buon giornalismo è quello che cerca risposte autentiche andando a scovare le storie, per poi tessere le voci raccolte in un mosaico che punta non solo all’informazione, ma alla riflessione.