Identità molteplici. “Appartenersi” di Karim Miské

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Questa intervista è stata realizzata all’ultimo Salone del libro di Torino (fonte immagine).

Karim Miské non ha sostituito l’appartenenza all’essere. Regista di documentari e scrittore, nelle pagine dense di Appartenersi (Fazi, 96 pagine, 15 euro) racconta una conquista faticosa, dolorosa e feconda: ostinarsi a rifiutare quel posto di bastardo che il nonno francese, prima della società, gli assegnò.

Tutti pensavano che si fosse abituato alla figlia insieme a quell’arabo. All’ultima curva della vita invece scaricò sul nipote quella parola, bastardo, che secca negava quell’unione e la dote di un amore bicolore.

Miské, classe 1964, è nato ad Abidjan; padre mauritano, diplomatico, musulmano e madre francese, atea, femminista e militante comunista. È cresciuto a Parigi, per poi trasferirsi a Dakar per gli studi di giornalismo. Lui, affetto da una sana impossibilità di aderire, si è addossato il peso della differenza, tenendolo alla giusta distanza. Se Arab Jazz è il romanzo poliziesco d’esordio che l’ha fatto conoscere, Appartenersi sfugge a una classificazione univoca: è saggio di alta qualità, memoir intenso, nonché testimonianza politica.