Ambiguità e potenza dei luoghi: “Spiagge bianche” di Geoff Dyer

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Questo pezzo è uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

«La potenza del luogo nasce, in parte, dall’impossibilità di identificarne la vera natura», scrive Geoff Dyer osservando le Watts Towers di Los Angeles, una serie di tralicci metallici di forma conica decorati con materiali di risulta, dai cocci di vetro ai tappi di bottiglia, «ciarpame avanzato dopo che la parte apparentemente di valore era stata già presa e utilizzata». Visitando questo esempio di architettura spontanea – alla cui costruzione il suo autore, un immigrato italiano che si chiamava Sam Rodia, lavorò dal 1921 al ’54 – Dyer si rende conto che ci sono spazi davanti ai quali il linguaggio esita, non trova le parole, o almeno non quelle che descrivono ciò che si vede,e allora procede per supposizioni e similitudini, per fantasticazioni.

James Salter, la solitudine del pilota-scrittore

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Questo pezzo è uscito su Alias/Il Manifesto. Ringraziamo la testata e l’autore (fonte immagine).

di Emanuele Trevi

Si può considerare The Hunters, il primo libro di James Salter, un caso concreto di quel terribile amore per la guerra studiato da James Hillman in un saggio memorabile del 2004? Come sempre più spesso accade nell’editoria italiana a questo bel romanzo, pubblicato nel 1956 e in parte riscritto nel 1997, è stato affibbiato un titolo del tutto arbitrario ed insignificante, Per la gloria (trad. di Katia Bagnoli, Guanda, pp.281, euro 18,00).

Una soluzione come Piloti di caccia sarebbe rimasta onorevolmente nell’area semantica dell’originale; probabilmente suonava un po’ troppo “guerresco”. Questo piccolo dettaglio di bottega potrebbe essere addirittura l’indizio di un certo imbarazzo. Il libro non è certo truculento, e tanto meno apologetico, ma il punto di vista dell’autore può suonare quantomeno inattuale. Il 1956 è un anno di svolta per il capitano dell’aereonautica militare americana James Horowitz, che in occasione del suo esordio letterario prende il nom de plume di James Salter e abbandona l’esercito.

Tra le stanze del romanzo. Intervista a David Mitchell

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«La mia generazione è stata commensale senza senso al Ristorante dei ricchi del mondo sapendo, ma negando, che correvamo per lasciare ai nostri nipoti un tablet che mai potrà essere pagato», dice l’ormai sessantenne Holly Sykes. La protagonista del romanzo stratificato di David Mitchell Le ore invisibili (Frassinelli, 608 pagine, 19.50 euro, traduzione di Katia Bagnoli e Claudia Cavallaro) è spaesata ma lucida in un’immaginifica Irlanda, che tremendamente assomiglia all’Iraq odierno. La distopia dell’autore inglese disegna la parabola dell’Europa dalla Thatcher a un caos nefasto nel non lontanissimo 2043. Il libro si compone di sei parti, quanti i diversi capitoli nella vita di Holly che nel 1984 è una quindicenne dall’esistenza apparentemente normale. Ha però il dono della prescienza. È l’oggetto del desiderio, di amore e di morte, di due immortali che si combattono in questo mondo e in altre dimensioni. Holly vive l’adolescenza sregolata degli anni Ottanta. S’innamora perdutamente dell’uomo sbagliato, per poi sposarsi con un reporter di guerra, che non può fare a meno dei campi di battaglia iracheni. Raggiunge il successo editoriale grazie a un memoir “paranormale”, e infine piomba nella desolazione di una Terra semidistrutta dall’insensatezza degli uomini.