Io sarò qualcuno. Nell’America profonda con Willy Vlautin

1willy (1)

Tra tutti gli spettri in giro per il mondo, ce n’è uno che affiora di tanto in tanto in superficie, per essere subito ricacciato sotto nel magma ribollente dove stanno assieme umanità considerate periferiche e fenomeni buoni per saltuarie indagini sociologiche; il fantasma è quello della cosiddetta America profonda, piantata lì dentro nella vastità degli Stati Uniti. Ne avrete sentito parlare: è quello scenario che emerge in certi film-documentari indipendenti; o dai capolavori letterari di Raymond Carver o nei romanzi di Kent Haruf e Chris Offutt.

Le nostre anime di notte secondo Kent Haruf

kent haruf

Scrivere una storia è un’operazione suicida. L’anima dell’autore è su una piccola imbarcazione, di notte, al centro del più burrascoso degli oceani (la trama), compresso fra compagni di viaggio che sembrano essere stati messi al mondo solo per creargli problemi (i personaggi). All’orizzonte una serie di iceberg giganti che sta all’autore decidere di circumnavigare o evitare, dando vita al ritmonarrativo. Il Titanic insegna quanto sia difficile da prevedere la presenza di un iceberg, le sue dimensioni, la sua pericolosità o mobilità. Eppure è questo che fa uno scrittore. Quando arriva sulla sponda del lettore apparirà riposato e sorridente, come se avesse appena fatto la cosa più naturale del mondo. La storia che ha narrato non poteva andare che a quel modo, il verosimile è diventato vero più perfetto perché privo di tutte le noiose pause del reale e arricchito da colpi di coraggio e di viltà che il lettore vorrebbe far subito suoi.

Kent Haruf e il giardiniere di Proust

pianura

(Attenzione, contiene spoiler)

La letteratura può servire per immergersi nella vita o per accomiatarsi da essa; per metterne in rilievo le asperità o per semplificarne i conflitti; per porre problemi o per illudersi di averli risolti. Per indole, preferisco cimentarmi con quegli scrittori che scelgono di rappresentare la complessità senza provare il bisogno di levigarne le asperità, che non hanno paura di confrontarsi con il lato più oscuro dell’animo umano.

Forse è proprio questo il motivo per cui i romanzi di Kent Haruf – la cui Trilogia della pianura è stata di recente pubblicata in Italia presso l’editore NN con buon successo di pubblico e critica – non mi hanno convinto: perché, secondo la mia percezione, essi vanno a collocarsi sul versante meno interessante di queste opposizioni.

“Scarti” di Jonathan Miles: Conoscere il proprio destino prima di esserne travolti

garbage

di Gaia Tarini

(fonte immagine)

Elwin Cross avrebbe adorato Max, il protagonista di Perché non ballate? il mio racconto preferito di Raymond Carver. Come lui, Elwin tenta disperatamente di liberarsi degli oggetti di casa sua, quelli che gli ricordano Maura, la donna che lo ha lasciato per un altro. In Perché non ballate? invece, apparentemente non sappiamo perché Max abbia portato nel giardino di fronte alla sua casa tutti i mobili e le cianfrusaglie che si prepara a svendere come vecchi rottami. A Carver, un maestro nell’arte dell’intuizione, basta farlo entrare in scena così:

Max arrivò lungo il marciapiedi con una busta del supermercato. Aveva panini, birra e whiskey. Era tutto il pomeriggio che beveva e ormai aveva raggiunto il punto in cui l’alcol che mandava giù sembrava cominciare a schiarirgli le idee. Ma c’erano anche dei momenti di vuoto. Si era fermato al bar vicino al supermercato, si era messo ad ascoltare una canzone al jukebox e, non sapeva come, si era fatto buio prima che si ricordasse delle cose fuori sul prato.

Ce lo descrive con pochissime semplici frasi, quelle sufficienti ad intuire la sua devastante malinconia. Per Max, come quasi tutti i personaggi di Carver, il destino è una scommessa, un punto interrogativo: non sappiamo cosa farà, oltre le pagine del racconto, dove andrà, come risanerà quella voragine che (intuiamo) lo schiaccia mentre, devastato dall’alcol e dalla tristezza, regala i suppellettili superstiti di una vecchia vita. Jonathan Miles invece, coi suoi figli è più generoso: non getta la stessa magica scia di mistero sulla loro sorte; tutt’altro, li incoraggia a lottare, a scegliere, a diventare concretamente gli artefici del proprio destino, una speranza che in Carver era ancora spesso e volentieri embrionale. È in questo scollamento cruciale che Carver e Miles si distanziano: il primo ha dato tutto perché i suoi potessero intuire che oltre la staccionata di un dramma (un amore finito, un lavoro perso, un incidente di percorso) ci fosse qualcosa ad aspettarli; il secondo gli offre una panoramica sulle reali possibilità che esistono perché questo qualcosa diventi afferrabile.