Perché Bianciardi

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

Potremmo iniziare dalla fine, per esempio. Un filmato Rai del 1971 mostra Luciano Bianciardi pochi mesi prima della sua morte a bordo di un tram che gira per le strade milanesi stipato di gente e addobbato di prosciutti e salami appesi al soffitto. È il “tram della cultura”, un’iniziativa dell’amministrazione per celebrare la fine della stagione culturale di quell’anno. Si vedono ragazze vestite alla moda e ragazzi incravattati; sulla vettura ci sono scrittori (Mario Castellaneta, Luciano Bianciardi, Lucio Mastronardi), musicisti e pittori. Fico, no? In un clima festoso e addirittura spensierato, l’intervistatore si rivolge agli illustri ospiti chiedendogli che ne pensano, del tram e di tutto il resto. “È un’idea molto simpatica”, fa Castellaneta. E Mastronardi, il dolente Mastronardi del Maestro di Vigevano: “È bellissimo”, dice, nel sottofondo di una canzone, si direbbe, in dialetto milanese. Invece Bianciardi, il viso gonfio, uno sguardo indecifrabile, scandisce con un dolore che appare totalmente sincero: “Io volevo dire questo… Questa gita in tram conclude una stagione culturale milanese veramente disastrosa”. Avrà continuato a parlare, perché aveva l’aria di voler spiegare tante cose, ma il montaggio si interrompe bruscamente.

Martin Amis e Julian Barnes: Il falò dell’amicizia

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Questo articolo è uscito sul Foglio. (Nella foto, Martin Amis e Julian Barnes. Fonte immagine)

Quando tutte le strade del dolore e del risentimento arrivano a convergere può succedere qualunque cosa: si può abbandonare la donna che forse non si ama più, si può uccidere un’amicizia, oppure si può credere a un’amicizia, nonostante la tempesta, e restarne delusi. Si scrivono biglietti di addio che terminano con una sola parola: vaffanculo. Quel momento, nei giorni e nella letteratura di Martin Amis e di Julian Barnes, amici per la pelle, legati dai romanzi e dalla vita, è stato nel 1995. All’inizio del 1995 era quasi tutto ancora intero: Pat Kavanagh era viva, era bellissima, ed era la più temuta agente letteraria d’Inghilterra, suo marito Julian Barnes, più giovane di lei, l’adorava, e nessuno degli amici che loro ospitavano a cena, dopo che Pat aveva fatto il bagno delle sette e bevuto un bicchiere di vino, aveva l’ardire di chiedere, o peggio di scrivere, che cosa fosse successo davvero pochi anni prima, quando Pat aveva lasciato Julian per Jeanette Winterson, la scrittrice emersa dal nulla con un libro potente, “Non ci sono solo le arance”. Dopo due anni Pat era tornata da Julian e avevano ripreso la loro vita disciplinata, con il tavolo da biliardo e la discesa serale nella enorme cantina per scegliere il vino adatto alle cene. Kingsley Amis, il padre di Martin, sarebbe morto alla fine di quel 1995, e anche Saul Bellow, grande amico e guida, che stava già molto male. Martin aveva lasciato la moglie e si era innamorato, ricambiato, di Isabel Fonseca, aveva figli, aveva bisogno di soldi, aveva un problema maledetto e doloroso con i denti e con i dentisti, e aveva un romanzo pronto, ancora da pubblicare, “L’informazione” (l’incipit di questo romanzo non è dimenticabile: “Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste”).

Il lungo sguardo di Elizabeth Jane Howard sulla vita a due

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Pubblichiamo un articolo di Annalena Benini apparso su Il Foglio ringraziando l’autrice e la testata.

di Annalena Benini

Sua madre, che buttava via tutte le lettere della figlia ma conservava quelle dei fratelli maschi, e che non la mandò a scuola perché non la considerava abbastanza intelligente, le disse due cose soltanto, due insegnamenti per l’età adulta: “Non rifiutare mai tuo marito” e “Quando avrai un bambino, non devi fare rumore”. Non fare rumore per ventiquattr’ore quasi uccise Elizabeth Jane Howard, quando nacque la figlia Nicola e lei aveva vent’anni, sposata con il primo che passava per fuggire dal padre che a quindici anni la baciò alla francese, dalla madre che le ripeteva quanto fosse insignificante, stupida, bruttina (era già una scrittrice importante, premiata, famosa, un suo romanzo era diventato una serie televisiva, quando la madre rispose al fratello che ne lodava la scrittura: “Peccato che Jane non abbia niente da scrivere”).

Il mio nome è Fleming. Ian Fleming

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Il 15 gennaio del 1952, alle dieci di mattina, dalle parti di Orcabessa, Giamaica, sta per nascere uno dei personaggi destinati a più grande celebrità nell’immaginario popolare contemporaneo ma nessuno può saperlo. Neppure i migliori conoscenti dell’inglese che da sei anni è venuto a vivere lì nei mesi freddi del suo inverno europeo sanno nulla di quel che sta per accadere. E probabilmente non lo sa neppure lui, mentre si aggira come un fantasma accanto alla grande scrivania della villa che si è fatto costruire, dandole un nome che richiama come un sogno o un incubo la sua passione per l’oro: Goldeneye. Fa caldo, il sole è già alto e chi passa nei dintorni potrebbe vedere soltanto una mano sottile che ondeggia dietro le finestre di una grande sala spartana. Tra l’indice e il medio della sinistra penzola un lungo bocchino nero, la cenere cade in terra, le persiane si chiudono. È una specie di penombra quel che cerca l’uomo apparentemente flemmatico e in effetti nervoso.