L’Arcipelago delle Zone Interdette

Giuseppe Stampone Saluti da L'Aquila (2010)

Questo pezzo è apparso su Artribune come quarta puntata di una serie di articoli dal titolo “Nuovi paesaggi urbani”. (Immagine: Giuseppe Stampone, Saluti da L’Aquila, 2010.)

L’Italia è punteggiata da Zone Interdette, Zone Rosse, Zone Proibite: oltre a L’Aquila, Taranto e l’Ilva, il cantiere TAV in Val di Susa, Lampedusa e i numerosissimi CIE sparsi per la Penisola.

Queste Zone, che disegnano un arcipelago, sono al tempo stesso la struttura del presente distopico italiano, e le microrealizzazioni in questo presente di uno dei futuri del nostro Paese e dell’Occidente. All’interno di questi spazi, un futuro precipita nel presente. L’Arcipelago delle Zone Interdette vive sovrapposto a quello delle microutopie, anch’esse concentrate nello spazio e nel tempo: i molti luoghi italiani in cui la cultura agisce per la trasformazione e non per la rimozione dei traumi, in cui la cultura ha avviato quei processi di ricostruzione dell’identità individuale e collettiva di cui abbiamo bisogno. Questi due esperimenti di futuro per il momento convivono: coesistono.

L’Aquila 7 ottobre. Storici dell’arte e ricostruzione civile

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di Tomaso Montanari

Il prossimo 7 ottobre gli storici dell’arte italiani sono chiamati a riunirsi all’Aquila. È la prima volta che tutti gli storici dell’arte si incontrano: senza distinzioni tra insegnanti di scuola, professori universitari, funzionari del Mibac o di altri enti, studenti, dottorandi, laureandi, pensionati.

Lo faranno all’Aquila, perché nell’abbandono del centro monumentale della città devastato dal terremoto la Repubblica italiana tradisce se stessa, rinunciando radicalmente a «tutelare il patrimonio storico e artistico della nazione» (articolo 9 della Costituzione). Lo stato terribile dell’Aquila, divisa tra monumenti annullati e new towns di cemento, è una metafora perfetta di un Paese che affianca all’inarrestabile stupro edilizio del territorio la distruzione, l’alienazione, la banalizzazione del patrimonio storico monumentale, condannando così all’abbrutimento morale e civile le prossime generazioni.

L’Aquila modello Disneyland

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Pubblichiamo un articolo di Tomaso Montanari, uscito sul «Fatto quotidiano», sulla ricostruzione dell’Aquila. 

di Tomaso Montanari

Deportare 13.000 aquilani nelle New Town volute dalla Protezione Militare di Guido Bertolaso e Silvio Berlusconi è costato 833 milioni di euro. Quasi un miliardo per costruire diciannove insediamenti chiamati C.A.S.E («complessi antisismici sostenibili ecocompatibili»): non-luoghi senza forma, socialmente insostenibili (non hanno centri di aggregazione, né servizi, né identità) e ambientalmente devastanti. In questo sprawl di cemento (che ha distrutto per sempre una gran quantità di terreno agricolo) bambini di tre anni sanno cos’è una C.A.S.A., ma non sanno cos’è una città: futuri non-cittadini, perfetti per la non-società immaginata da Berlusconi.