Come difendere il valore
del lavoro intellettuale e creativo

gipi

Sul sito La furia dei cervelli è apparso questo contributo alla discussione sullo stato del lavoro culturale in Italia firmato da Sergio Bologna. Lo pubblichiamo in previsione delle tre assemblee a tema che si svolgeranno durante festival «Libri come», 8-11 marzo, all’Auditorium-Parco della Musica: domenica 11 marzo, alle ore 20, questo intervento di Bologna aprirà l’assemblea «Il lavoro culturale: la bandella della Magliana», venerdì 9 e sabato 10, alla stessa ora, si svolgeranno le assemblee «0,60 a cartella» e «La cassa delle letterature». Vi aspettiamo per discutere insieme di argomenti che ci riguardano. la foto con cui apriamo il pezzo è un’illustrazione di Gipi.

di Sergio Bologna

Dovessi raffigurarmi il paradiso
me lo immaginerei come una biblioteca.
(H. Müller)

Manifesti TQ – generazione trenta quaranta

Sono giorni, mesi, che i membri del gruppo TQ – i lavoratori della conoscenza della generazione dei trenta e quarant’anni – si confrontano e dibattono per definire e approvare i tre manifesti usciti oggi (qui). Noi vi invitiamo a leggerli e, se siete interessati a partecipare alle loro iniziative, a aderire al movimento. Christian Raimo ci presenta il gruppo e la loro attività in questo articolo uscito oggi per il manifesto.

TQETC

Il 29 aprile, nella sede romana della casa editrice Laterza, ha avuto luogo un affollato seminario in cui oltre cento tra scrittori, critici, editori trenta-quarantenni si sono confrontati intorno al tema: “Generazione TQ. Andare oltre la linea d’ombra”. TQ sta appunto per trenta-quaranta. Non è un caso che l’incontro si sia tenuto nella storica sala riunioni della Laterza, una delle case editrici più attente alla generazione in questione. Vi ho partecipato anch’io, e queste sono le mie impressioni.

Nel documento preparatorio del seminario (firmato da Giuseppe Antonelli, Mario Desiati, Alessandro Grazioli, Nicola Lagioia e Giorgio Vasta) si poteva leggere: “Manchiamo di un’identità collettiva che ci contrapponga alle generazioni precedenti. Quasi tra noi e loro ci fosse una fluida continuità: quali i padri, tali i figli. Ma – appunto – quali sono i nostri padri? Alle nostre spalle, in fondo, non c’è nulla di così solido e monumentale; semmai un tempo poroso, permeabile e proteiforme: e forse questo non è un male. Ma di qui nasce l’assenza di contrapposizione; di qui la difficoltà di (auto)definizione. Può esserci un impegno senza conflitto? E soprattutto: ha ancora un senso parlare di impegno?”