Ritratti di Sciascia

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

Quando in un’intervista dell’ottobre del 1978 chiesero a Leonardo Sciascia, che aveva da poco pubblicato L’affaire Moro, cosa pensasse del linguaggio delle Brigate Rosse, disse senza mezzi termini che si trattava di una «cosa proprio ossificata, senza vita, disanimata, una specie di burocrazia del fanatismo». Dopo aver sottolineato il singolare amore per le sigle dei brigatisti, come se fosse davvero possibile ridurre ogni forma di dominio, di attrito, di rapporto sociale a una sigla asettica, aggiunse di colpo: «Quelli che hanno scritto quei comunicati sono sicuramente gente che non ha mai letto un romanzo…»

In queste poche battute c’è tutto Sciascia. C’è la sua innata capacità di leggere i fatti attraverso dettagli apparentemente marginali, rovesciandoli come un calzino per afferrare un minimo di senso. C’è la volontà, costantemente assecondata, di analizzare il mondo attraverso la letteratura, e più precisamente attraverso un’idea volterriana di scrittura e di sguardo sulle cose storiche e politiche. E c’è infine il desiderio, parimenti assecondato lungo l’intero arco della propria esistenza, di non separare mai (crocianamente, avrebbe potuto dire lui stesso) quel che è poesia da quel che poesia non è, e quindi la critica letteraria dalla stessa critica del mondo.

Le scarpe rotte di Angela Zucconi (1914-2014)

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(Nella foto: Adriano Olivetti, Bobi Bazlen e Angela Zucconi. Ringraziamo la Fondazione Adriano Olivetti per la gentile concessione.)

Quando Angela Zucconi è morta, il 17 novembre del 2000, da pochi giorni era stata pubblicata, per l’editore L’ancora del Mediterraneo di Napoli, la sua autobiografia: Cinquant’anni nell’utopia, il resto nell’aldilà. Il titolo, la Zucconi, lo aveva preso in prestito da un’idea di Emilio Sereni per un convegno del 1946: L’utopia di oggi sarà la politica di domani. Protagonista della ricostruzione repubblicana, non a caso aveva voluto scegliere proprio quello slogan, così datato, per parlare di sé, e di una vita che era proseguita ben aldilà di quegli anni: perché allora, nell’immediato dopoguerra, con Sereni come con Manlio Rossi Doria, Adriano Olivetti, Guido Calogero, Angela Zucconi aveva inseguito, nel segno di questa utopia, la strada dell’impegno sociale, in costante dialogo con quella fede cattolica, che faceva rispuntare nel titolo della sua autobiografia come casualmente e, comunque, a libro (e vita) conclusi, nel segno di una autrice a lei vicinissima, Simone Weil: “Il Signore è vicino a chi lo cerca”, scriveva, “Dio non si occupa della storia. Lascia all’Homo faber il compito di fare e disfare”.

Reinfetazione: la “nuova arcadia democratica”

Il Governo Renzi

Questo pezzo è uscito su Artribune.

Stiamo vivendo un momento italiano che è stato paragonato utilmente a quello dell’8 settembre: di sbandamento e di ripiegamento. Vivere un cambiamento senza esperire questo cambiamento, senza adottarlo nella propria testa e nella propria vita, è del resto – come la rimozione, che nutre questo processo – una delle nostre passioni inveterate.

È la reinfetazione di cui scriveva nel dicembre scorso Barbara Spinelli, un imbozzolarsi individuale e collettivo, una regressione guidata dalla paura e dallo sconforto: “Reinfetazione è quando ti rifai feto: torni nella pancia, il cordone ombelicale ti tiene al guinzaglio. Finché non nasci, resti stabile tu e anche chi comanda: «Con annunci drammatici, decreti salvifici, complicate manovre, la classe dirigente si presenta come l’unica legittima titolare della gestione della crisi» (Censis)” (Il vizio dell’8 settembre, “la Repubblica”, 11 dicembre 2013)…

L’amarezza italiana

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Questo pezzo è uscito su Artribune.

Manca l’amarezza.

L’amarezza italiana, il vero tratto distintivo della nostra identità culturale – che infatti abbiamo quasi completamente smarrito nell’ultimo trentennio. L’amarezza che viene dall’essere posizionati costantemente oltre (e dietro) il fallimento personale e collettivo. Dall’essere dopo la fine, e quindi realmente liberi.

L’amarezza di Borromini (non di Bernini, per esempio), di Mastroianni, di Manfredi; di De Chirico e di Savinio; di Ungaretti; di Carlo Levi e di Primo Levi; di Foscolo; di Svevo; di Slataper; di De Gasperi; di Rossellini; di Parise; di Volponi; di Petri; di Pietrangeli; di Tognazzi; di Sciascia. Di Burri e di Fontana. Di Bianciardi, Mastronardi, Parini.

Bartolo Cattafi a trentacinque anni dalla sua morte

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Questo pezzo è uscito sul numero di marzo della rivista Poesia.

di Diego Bertelli

Trentacinque anni rappresentano un arco di tempo sufficientemente adeguato per fare (o rifare) un bilancio, specie nel caso di un poeta come Bartolo Cattafi. Al di là di un consenso quasi dovuto e con l’eccezione di alcuni casi rari, il riconoscimento nei suoi confronti è stato sempre sommesso, se non sospettoso, anche in tempi recenti. Andrea Inglese, in un suo intervento apparso nel 2008 su «Nazione Indiana», ha descritto in modo eloquente questo atteggiamento riferendosi nello specifico agli anni Novanta, quando la diffidenza nei confronti del poeta raggiunge uno dei suoi momenti più espliciti: «Cattafi era conosciuto da tutti, ma nessuno ne parlava. Se proprio se ne doveva parlare, se ne parlava bene, ma per subito passare ad altro». Pensando alla stolida maniera in cui il poeta è stato «ideologicamente» ridotto ai minimi termini viene in mente la parte conclusiva di una battuta salace di Leo Longanesi: «uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi, ma diecimila stupidi sono una forza storica».

Un Paese. Raccontare il presente italiano

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Dal 4 al 6 aprile a Bagnacavallo (RA) c’è Un Paese. Raccontare il presente italiano, un festival con la direzione scientifica di Christian Caliandro. Qui il programma.

All’interno di un Paese. Raccontare il presente italiano scrittori appartenenti a generazioni differenti si riuniscono per raccontare l’Italia e il suo presente, ognuno dal proprio punto di vista: dettagli, gesti, temi, mondi sociali, sistemi morali da ricostruire attraverso la narrazione. Dopo la serata di apertura (4 aprile), una due giorni di presentazioni dense e agili con racconti, riflessioni, ritratti, discorsi all’interno del centro storico di Bagnacavallo.