Il detective selvaggio di Jonathan Lethem

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Photo by Daniel Vargas on Unsplash

Questo pezzo è uscito su Tuttolibri, l’inserto settimanale della Stampa, che ringraziamo.

C’è questo aneddoto che riguarda Bob Dylan e Leonard Cohen, insieme a bordo dell’automobile del primo. Bob desiderava mostrare all’Esimio Collega Canadese una proprietà da poco acquistata in California. A un certo punto la radio trasmise Just Like a Woman. Colpito ancora una volta dalla magia di quella canzone, Cohen ribadì a Dylan tutta la sua ammirazione nei suoi confronti. Al che, di rimando, Bob gli disse: «Sai, una volta un cantautore mi ha detto “Tu sei il numero uno, ma io sono il numero due”. In realtà, Leonard, io penso che tu sia il numero uno. Io sono il numero zero».

Probabilmente è così. Come è altrettanto probabile che non ci sia niente in comune tra Leonard Cohen e Donald Trump.

“Il nuotatore” ovvero l’incoscienza dell’atto creativo: intervista a Emidio Clementi

Il nuovo disco dei Massimo Volume ha una copertina bellissima che mi ha portato alla mente una mostra della fotografa americana Alex Prager vista di recente a Londra e, in particolare, una foto della serie Face in the Crowd in cui è ritratta una spiaggia piena di persone, una delle quali colta mentre fissa l’obiettivo. Non essendo un esperto di fotografia, ho pensato che i Massimo Volume avessero scelto una foto della Prager per la copertina del loro album. La poetica della Prager peraltro si sposa bene con l’immaginario che, da Sam Shepard fino a John Cheever, la band ha sempre frequentato. Leggendo i crediti ho scoperto invece che l’autore dello scatto è Luciano Leonotti, fotografo italiano meno pop ma non meno bravo della Prager. Anche il suo scatto immortala una spiaggia affollata, un insieme di silenziose solitudini mescolate, però, senza l’evidente nota di falsità creata ad arte dalla Prager. Nessuno guarda l’obiettivo, non c’è iperrealismo ma solo realtà.

Manuale per la sconfitta. Il viaggio letterario di Leonard Cohen

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C’è una canzone dei Nirvana piuttosto famosa, Pennyroyal Tea. Kurt Cobain la cantò per l’ultimo album della sua band, In Utero, e poi, tra le altre esibizioni live, nell’Unplugged per Mtv. È strano, perché anche la versione registrata in studio ha un tocco per così dire “live”; prima che la canzone attacchi, si sente Kurt che schiarisce la sua voce con un distinto eh-ehm, e poi chitarra e voce che iniziano in simultanea, e così via. Solo gli ascoltatori più distratti non avranno notato i primi versi della seconda strofa: «Give me a Leonard Cohen afterworld / So I can sigh eternally», Dammi un aldilà alla Leonard Cohen, così potrò sospirare in eterno. Ahinoi, l’aldilà di Cobain era alle porte, più di quanto potessimo immaginare; Pennyroyal Tea doveva essere il nuovo singolo di In Utero, ma il suicidio di Kurt fermò l’uscita.

Scrivere di cinema: “La terra dell’abbastanza”

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di Lorenzo Ciofani

Titolo sarcastico in cui sembrano convergere l’atavico cinismo romano e un disincanto che confina col pessimismo, La terra dell’abbastanza ha un titolo che riecheggia La terra dell’abbondanza di Wim Wenders, che a sua volta citava una struggente canzone di Leonard Cohen. L’assonanza suggerisce una suggestione che permette di contestualizzare l’esordio dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo in un filone effettivamente abbondante: la narrazione contemporanea della periferia romana, «dove vivere è un terno alla lotteria», come dice il re dei Sorcini in un brano che sostituisce il campanello dell’appartamento di Paola Cortellesi nel quartiere di Bastogi in Come un gatto in tangenziale.

Malgrado le apparenze possano far pensare che si tende alla ripetizione di una serie di cliché, in realtà i film di quest’ondata borgatara compongono il mosaico ben più complesso di un mondo frettolosamente etichettato.

Songs Of Leonard Cohen compie cinquant’anni

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Sono davvero pochi coloro che nella propria arte hanno raggiunto l’eccellenza toccata da Leonard Cohen nella scrittura di testi poetici per canzoni. E se tra i tanti album mitologici che nel 2017 hanno compiuto cinquant’anni – Sgt. Pepper’s dei Beatles, Forever Changes dei Love, i debutti di Jimi Hendrix, Pink Floyd, Doors, Velvet Underground – scelgo di celebrare Songs Of Leonard Cohen è perché in quel primo album la scrittura era già così limpida e imperfettibile che,se anche la carriera di Cohen si fosse chiusa lì, gli avrebbe garantito un posto tra gli immortali della musica.

Ero un estraneo: Leonard Cohen e il modo di dire addio

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Una versione più lunga di una recensione pubblicata sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

Ho letto Il modo di dire addio, il libro che raccoglie diverse interviste rilasciate negli anni da Leonard Cohen, ascoltando allo stesso tempo le sue canzoni, disordinatamente, a volte riascoltandole anche due o tre volte in seguito, facendole ripartire un istante dopo l’ultima nota. Ci manca Leonard Cohen e nelle pagine di questo libro, a dispetto del bellissimo titolo, il modo di dirgli addio proprio non si riesce a trovare. Vien voglia di cercare L.C. da qualche parte dove è passato, nelle città dove ha vissuto, Montreal – in due strade a suo dire “meravigliose”, Belmont e Vendome – Londra, New York, Los Angeles, ma anche l’isola greca di Idra, e a Cuba, a L’Avana. Lo ritroviamo nelle canzoni, certo, e nei libri che ha scritto. Curato dal giornalista americano Jeff Burger, questo volume (pubblicato in Italia dal Saggiatore) è, come dire, una panoramica d’artista.

Diciotto anni senza Fabrizio De André

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(fonte immagine)

Diciotto anni fa Fabrizio De André ha attraversato “l’ultimo vecchio ponte”. Ormai, siamo orfani maggiorenni della sua presenza schiva eppure prepotente, “ostinata e contraria”, irriverente eppure a suo modo spirituale.

Per ricordare il grande cantautore ho parlato con chi lo conosceva bene, Doriano Fasoli (un intellettuale in grado di scrivere un libro con Elémire Zolla e tenere testa a Carmelo Bene oltre che allo stesso Faber), del quale Alpes ha ristampato recentemente Fabrizio De André. Passaggi di Tempo, uno studio rigoroso a cui collaborò lo stesso artista genovese. Il libro è tuttora un punto di riferimento ineludibile per chi voglia approfondire l’opera di De André, impreziosito da una lunghissima conversazione con il cantautore e dai contributi di Mauro Pagani, Dori Ghezzi, Fernanda Pivano, Paolo Villaggio e Francesco De Gregori.

La guerra di Brian Turner

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Esistono tre modi di approcciarsi a un romanzo scritto da un non-scrittore. Il primo, che parrebbe il più diffuso, prevede un’immersione sincera e appassionata, e un senso di fiducia che assolve, esaltandoli, eventuali attentati alla struttura. È l’approccio, questo, che spinge i dylaniani a non accettare che un amico stimato abbia letto Tarantula con serietà e impegno, ma senza innamorarsene; che fa strabuzzare gli occhi di chi crede (soprattutto adesso) in Leonard Cohen, quando scorge Beautiful Losers tra i libri “da consultazione” dei propri contatti su Anobii – bello, importante, da riprendere, sì, ma in un altro momento. È l’approccio numero due: considerare il romanzo scritto da un non-scrittore alla stregua di quelle persone che stimiamo ma che scegliamo di non frequentare, se non in precise occasioni.

L’approccio numero tre, infine, è l’abbandono senza appello, il rifiuto fantozziano. Ora, questi tre approcci non sono una regola assoluta, e riguardano una categoria che a ben vedere è un’anti-categoria, e cioè: chi non fa lo scrittore di mestiere o chi, per meglio dire, non è per prima cosa scrittore (à la Hemingway).

La “VivaVoce” (senza retorica) di Francesco De Gregori

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Esce in questi giorni “VivaVoce“, la nuova raccolta di Francesco De Gregori. Pubblichiamo un articolo di  Malcom Pagani uscito sul Fatto quotidiano, e ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Il cane senza collare della musica italiana ha lasciato libero guinzaglio ai ricordi. A guardarci dentro, mentre passano davanti agli occhi crociere straordinarie e scommesse perdute sul fondo del caffè, sembra ancora ieri. La scena è cambiata, l’adolescenza divorata di certi suoi personaggi è diventata maturità virtuosa di chi sa rileggersi e anche “se tutto sta perdersi nel tutto e niente si può misurare più”, per valutare la grandezza di Francesco De Gregori e l’eternità di certi versi, VivaVoce (Caravan-Sony), è il metro adatto. Non una bolsa raccolta di successi e neanche, o almeno non semplicemente, un’enciclopedia del meglio di una produzione ultraquarantennale. Ma una rilettura completa- “onesta” sottolinea De Gregori- di 28 brani che ritornano storici proprio perché lasciano il mito dell’evocazione obbligata in quarantena.

Traducendo La Rock Encyclopedia di Lillian Roxon

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Pubblicata nel 1969, l’anno del festival di Woodstock, la leggendaria Rock Encyclopedia e altri scritti di Lillian Roxon arriva ora in libreria (a breve per minimum fax).

Segnaliamo che venerdì 26 settembre il libro sarà presentato in anteprima a Roma, al Monk club, da Emiliano Colasanti e dalla sua traduttrice Tiziana Lo Porto e festeggiato con un dj-set di Omaggio a Lillian Roxon.

Pubblichiamo qui una riflessione che Tiziana Lo Porto ha scritto sul suo lavoro di traduzione al libro. (Nella foto, Lillian Roxon con Lester Bangs. Fonte immagine).

di Tiziana Lo Porto 

La prima volta che ho sentito parlare di Lillian Roxon è stato a un festival di cinema. Tra i film minori in programma c’era un documentario che si chiamava Mother of Rock: Lillian Roxon, diretto da Paul Clarke. La scheda del film diceva che era la storia di una giornalista rock australiana (anche se era nata in Italia da genitori polacchi) vissuta a New York negli anni sessanta e settanta e lì diventata amica di molti celebri musicisti rock. Tra i suoi amici c’era Iggie Pop.