“Fedeltà”, il valzer di fragilità di Marco Missiroli

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Fedeltà è un romanzo sulla precarietà – economica, lavorativa, abitativa, sentimentale, erotica – della nostra epoca. I protagonisti, Carlo e Margherita, uno aspirante scrittore che si accontenta di fare il professore e l’altra architetto che ripiega su un lavoro da agente immobiliare, sono alle prese con le difficoltà dell’essere vivi (“ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando”, dice Philip Roth in esergo) e dell’esserlo insieme. Sono una coppia che vacilla di fronte alle tentazioni incarnate da Sofia e Andrea, più giovani e più liberi di loro ma altrettanto incapaci di concretizzare un futuro plausibile, ma che resiste proprio grazie all’attrazione di quei corpi che dovrebbero allontanarli. La fedeltà gioca un ruolo così decisivo nel mantenerli sull’orlo di una crisi d’identità da sfumare spesso nel suo contrario, in una trama di parole non dette o appena sussurrate, atti mancati e subito negati.

Marco Missiroli, al ritorno al romanzo a quattro anni di distanza da Atti osceni in luogo privato, è abile nell’irretire il lettore facendo transitare la voce da un personaggio all’altro, grazie al cosiddetto ‘passaggio di anime’, un approccio complesso alla materia narrativa che ha richiesto un lavoro molto più lungo del solito ma che gli ha permesso di ritrarre in modo struggente le nevrosi della sua generazione.

Elogio dell’imperfezione nel “Club degli uomini” di Leonard Michaels

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Hanno quasi tutti un difetto fisico, una lieve asimmetria, i personaggi del Club degli uomini, il primo romanzo di Leonard Michaels da poco ripubblicato da Einaudi nella traduzione di Katia Bagnoli. Chi è leggermente strabico, chi ha un capezzolo in più, chi indossa calzini di due colori diversi, chi ha una piccola cicatrice vicino all’occhio destro. L’universo descritto dall’autore si compone di anomalie, di eccezioni, come se Michaels avesse timore di abituare il lettore alla normalità, e tentasse piuttosto di restituire nella sua narrazione la vulnerabilità, l’imperfezione, l’irripetibile specificità degli individui.

Uno spreco fatale e al tempo stesso sontuoso

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Sylvia (il libro di Leonard Michaels edito da Adelphi con traduzione di Vincenzo Vergiani) racconta un amore fatale, impuro, violento, viscerale; un amore che si consuma tra liti furibonde e un sesso disperato. È uno di quei romanzi in cui la bella scrittura sembra quasi una conseguenza. L’autore rinuncia a descrivere sentimenti e si limita a esprimere sensazioni – che garantiscono una maggiore fedeltà, una sincerità più profonda; è un libro dotato di una prosa indolente, che non vuole sorprendere con una struttura sintattica articolata, ma che mira soltanto a rappresentare la realtà nella maniera più diretta, nuda, senza fronzoli, con uno stile paratattico che procede per frasi brevi, coordinate da nessi elementari.

La sua forza è nella semplicità. Stupisce proprio in quanto non desidera stupire: «Stando lì a Cambridge con lei, non sentivo alcun bisogno impellente di essere altrove. Sarebbe stata una splendida estate, rigogliosa, profumata. Avevo una ragazza. Nessun dovere. Dovevo solo esistere».

La disperata felicità di Sylvia

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di Giacomo Giossi

(fonte immagine)

Limiti, opportunità, realtà e immaginazione. Poi ancora percezione, lavoro, amore, occasioni e bisogni: tutti elementi sparsi e spesso confusi di una biografia, di una vita che tenta di districarsi, di darsi forma e come spesso si ripete oggi darsi visione. Un obbligo di natura si potrebbe dire, ma spesso nulla più che un piatto amaro di conformismo.

Di certo oggi il pensiero anche e soprattutto quello su di sé vive fortemente all’interno di questa coercitiva suddivisione e analisi di ruoli e sensazioni. Un inseguimento perenne ad una performance in realtà priva di ogni senso se non nella cornice di un illusorio istante che tuttavia all’istante si condanna e si perde.