Il fascino pericoloso della meritocrazia

120323governo

di Leonardo Goi 

Vorrei incominciare da un presupposto ben preciso. Quando Mario Monti apparve sulla scena politica italiana avevo ventun anni, e da quattro studiavo e vivevo lontano da casa, in Regno Unito. Non sapevo bene chi fosse Monti, ignoravo i suoi legami con le grandi lobby e gruppi più o meno occulti che da lì a poco avrebbero fomentato le varie teorie di complotto, e non immaginavo quanto l’apparizione di un tecnocrate calato dall’alto in modalità deus-ex-machina rappresentasse un’altra sfida per la democrazia già moribonda del Paese.

Il fatto è che nel bel mezzo della tesi, agli sgoccioli della triennale, lontano da casa, l’idea di tecnocrazia sapeva di rivincita. L’immagine di Mario Monti sceso tra i banchi di Palazzo Chigi e Madama mi sembrava la trasposizione in chiave moderna della gara con l’arco tra Ulisse e i Proci. Mi aspettavo che cavasse le armi dalla ventiquattrore, che si chiudessero le porte dei Palazzi e iniziasse la carneficina.