Dentro “La favola di New York” di Victor LaValle

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

Mondi sotterranei, e leggende antiche o moderne, sono destinati a intrecciarsi in una metropoli inesplorata, ai confini tra una storia di H.P. Lovecraft e le visioni da incubo di Shutter Island. Tutto questo accade dentro un libro d’avventura postmoderno e traboccante, Favola di New York, il quarto romanzo di Victor LaValle, uscito per Fazi nella traduzione di Sabina Terziani.

Siamo dunque a New York. L’antefatto ci porta nell’inverno del 1968, nei giorni dello sciopero dei netturbini che inondò la città di rifiuti ammassati lungo strade e marciapiedi, con «i ratti che facevano jogging insieme alla gente»; la favola, tuttavia – una favola nera, gotica come potrebbe essere una storia dei fratelli Grimm riscritta da Stephen King – si svolge nella sua pienezza ai giorni nostri, seppure in una dimensione oscura, o meglio, praticamente invisibile.

Definire Michael Jackson. Il re del pop secondo Margo Jefferson

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Tra pochi giorni, il venticinque giugno, saranno dieci anni esatti dalla morte di Michael Jackson. È uno di quegli eventi generalmente incasellati nell’insieme «Ricordo perfettamente dov’ero quando l’ho saputo». E quindi: ero in macchina di un’amica che mi stava riaccompagnando a casa, di sera tardi, una calma sera romana di prima estate. Mi arriva un SMS (niente whatsapp, non ancora): è morto Michael Jackson. Stupore / incredulità generale («Ma no dai, non è possibile», e così via), cerchiamo notizie in radio. Rincasato, accendo il televisore e vado dritto su MTV – perlomeno quello che ne rimaneva, già allora. Non ne rimasi deluso: il canale aveva già iniziato a trasmettere l’intera videografia di Michael Jackson, cosa che fece ininterrottamente nelle ore successive. Era morto un re, e quello fu il naturale tributo di MTV, un’estensione nevralgica del suo regno, gli epici e lunghissimi video dal budget ogni volta più portentoso trasmessi in heavy rotation[1].

Nel momento in cui accesi il televisore, neanche troppo a sorpresa, il video che MTV stava trasmettendo era Thriller, secondo alcune fonti il più programmato nella storia dell’emittente[2]. «Quando ho visto quella cassetta, ecco, la mia vita è cambiata», racconta Wade Robson nel documentario prodotto da HBO Leaving Neverland. La cassetta in questione è quella del making of del video di Thriller, uscita nel 1983, nei giorni del successo planetario di Jackson; e Wade Robson è uno dei due protagonisti, assieme a James Safechuck, di Leaving Neverland.

Storie di corpi e sabbia: “Lingua nera” di Rita Bullwinkel

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, l’inserto culturale della Stampa, che ringraziamo.

Secondo Julio Cortázar, laddove il romanzo possiede una struttura poliedrica, il racconto richiamerebbe la forma di una sfera; più precisamente, secondo lo scrittore argentino, «il sentimento della sfera deve preesistere in qualche modo all’atto di scrivere il racconto, come se il narratore, soggiogato dalla forma che assume, si muovesse implicitamente in essa e la portasse alla sua estrema tensione, cosa che fa, appunto, la perfezione della forma sferica».

Leggendo le storie brevi che compongono Lingua nera, la raccolta d’esordio di Rita Bullwinkel – uscita in Italia per Black Coffee, nella traduzione di Leonardo Taiuti – non sembra di avere sempre a che fare con una sfera; qua e là la scrittura di Bullwinkel insegue altre traiettorie, componendo piccoli o piccolissimi mondi frastagliati.

Chris Offutt e la ricerca del padre

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, l’inserto culturale de La Stampa, che ringraziamo. (fonte immagine)

Kentucky orientale, Stati Uniti profondi. È in corso una cerimonia funebre, molto americana; chi interviene ricorda il defunto. Per l’occasione, le orazioni che si susseguono recitano più o meno così: «Uno come lui non si incontrava tutti i giorni». «Era un personaggio». «Era un personaggio». «Una volta è stato gentile con me». «Andy non andava d’accordo con molte persone, ma a me è sempre piaciuto». E ancora, «Era un personaggio».

Il defunto, «Andy», è Andrew Jefferson Offutt, autore di svariati romanzi da collocare in una serie parecchio più indietro rispetto alla lettera B dell’alfabeto; libri perlopiù pornografici, con occasionali sortite nella fantascienza e nel fantasy.

Al di là di questa attività, del resto perfettamente rispettabile, è proprio vero: Andy Offutt era un personaggio, un uomo in cui confluivano una severa educazione – figlia della Grande Depressione – una spiccata tendenza alla scrittura e ossessioni di varia natura.

Life is a killer. Dentro Russian Doll

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Contiene spoiler, dall’inizio alla fine.

Per quanto ci siano momenti dentro Russian Doll che sanno essere psicologicamente difficili, perché riguardano traumi più o meno comuni a tutti noi – familiari, relazionali, e così via – o la paura, alla fine della giostra, di essere tremendamente soli; e poi, dettaglio non trascurabile, c’è questa morte ricorrente che investe e perseguita Nadia Vulvokov, il personaggio che interpreta; ecco, malgrado tutto questo, c’è da scommettere che Natasha Lyonne si sia divertita un sacco a farlo. Farlo nel senso di scrivere – insieme a Amy Poehler – e interpretare questa serie disponibile su Netflix, ricominciando daccapo nel bagno dell’appartamento dove è in corso il party per i trentasei anni di Nadia.

Il fuoco dentro “Jesus’ Son” di Denis Johnson

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Nella copertina della nuova traduzione italiana di Jesus’ Son, a cura di Silvia Pareschi, le dita di una mano reggono un fiammifero acceso, sul punto di spegnersi. L’incendio però è già divampato ed è dentro le cento pagine che compongono questa raccolta di racconti spietata e di bellezza accecante, scritta da Denis Johnson all’inizio degli anni Novanta. Troveremo uomini derelitti e donne sbandate, figure ai margini, persone che frequentano i bordi delle città, piccole o grandi città che siano, e violenza e amore, territori che in letteratura abbiamo incrociato altre volte – nella fermata a Brooklyn di Hubert Selby Jr, ad esempio – o che possiamo scorgere tra le pieghe della nostra società, aprendo bene gli occhi. I personaggi di Jesus’ Son sono dentro e sono fuori le loro storie.

Al confine del southern gothic: Sparklehorse, tra rock e letteratura

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Liborio Conca Rock Lit, uscito per Jimenez.

Il mio regno per un cavallo

Un passo indietro, come si dice. E dunque è il pieno dell’estate 1995 quando nei negozi di dischi, ancora per qualche mese gli Unici Posti Dov’era Possibile Poterli Comprare, fa la sua comparsa un disco dalla copertina,  be’, piuttosto sinistra. Lo sfondo è un cielo azzurro sormontato da una grossa nuvola; in primo piano, invece, si staglia una maschera da clown appesa a un filo, con gli occhi accesi ma privi di pupille, il naso monco e una bocca deformata in quello che sembra il sorriso di un pazzoide. Non siamo dalle parti orrorifiche di Pennywise, il pagliaccio che dal 1986 tormenta gli incubi di chi ha letto It, il capolavoro di Stephen King. Se proprio vogliamo confrontarli, il clown sulla copertina di Vivadixiesubmarinetransmissionplot è un fratello minore, minimal, diversamente inquietante. Pennywise è l’Orrore, l’Incubo, la figura che compare sulla copertina del debutto degli Sparklehorse è la Sorpresa, il Grottesco. È il pagliaccio che scatta a molla dalla scatola, non quello che terrorizza i ragazzini di Derry lassù nel Maine, rappresentando l’incarnazione del male.

Tra realismo e incanto: “La prima vita di Italo Orlando” di Carola Susani

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La guerra è finita, da un po’ di tempo ma non da così tanto tempo; Irene, ragazzina, ne è rimasta fuori, «non l’ha conosciuta», è qualcosa che non ha riguardato direttamente la sua vita. Qua e là però affiorano elementi del cataclisma ancora così fresco, una guerra che in Sicilia ha infuriato con forza e violenza: ordigni inesplosi, echi di soldati americani di passaggio lungo i campi, bunker nella terra. Intorno, il futuro sta accadendo, sia pure con siciliana lentezza, il tempo che scorre piano nelle giornate assolate a Sette Cannelle. «A poco a poco avevamo visto fiorire le automobili, avevamo festeggiato le Ape colorate che snaturavano comicamente la campagna». Le cornacchie si agitano sui mandorli.

Questione di virgole: viaggio attraverso la punteggiatura

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“Questo libro tenta di fare chiarezza”, scrive Leonardo Luccone al principio di Questione di virgole. Punteggiare rapido e accorto, il suo ultimo saggio uscito per Laterza; e cosa c’è di meglio della chiarezza, in termini di lingua, uso della sintassi, della punteggiatura? Probabilmente: niente. La bellezza di una frase o il suo contrario viaggia spesso su un crinale esile, fragile come un vassoio di vetro da condurre in una stanza affollata: ecco, il libro di Luccone racconta come muoversi attraverso la suddetta stanza, suggerendo come passarvi indenni. Con attenzione, tenendo fermi i punti e discutendo delle virgole e del loro incontro, nel segno d’interpunzione più bistrattato; rimandando all’uso della punteggiatura nella letteratura italiana; e mantenendo uno sguardo allo stesso tempo leggero e intrigante.

La tua ricognizione nel mondo della punteggiatura, in particolare in quello delle virgole, comincia da un esempio che va dritto al punto (giuro che non è un gioco di parole). Tiri in ballo il verso Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia, direttamente dal quinto canto dell’Inferno. Perché hai scelto quest’episodio, per partire?

Ho scelto quel canto e, in particolare quel verso, perché mi ha folgorato; avevo tredici o quattordici anni, nessuna cognizione di sintassi o punteggiatura ma sufficiente intuito per comprendere che grazie a quella virgola stava succedendo qualcosa di bello. Il fatto è che il mio compagno di classe, sul suo libro, aveva lo stesso verso scritto così: Stavvi Minòs, orribilmente, e ringhia, e altri compagni addirittura senza virgole. Insomma il mio primo vagito interpuntorio è stato una domanda: Ma Dante le virgole come le ha messe? Insomma: ho scritto un libro per rispondere a questo interrogativo. E, come è ovvio, non ci sono riuscito.

Io sarò qualcuno. Nell’America profonda con Willy Vlautin

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Tra tutti gli spettri in giro per il mondo, ce n’è uno che affiora di tanto in tanto in superficie, per essere subito ricacciato sotto nel magma ribollente dove stanno assieme umanità considerate periferiche e fenomeni buoni per saltuarie indagini sociologiche; il fantasma è quello della cosiddetta America profonda, piantata lì dentro nella vastità degli Stati Uniti. Ne avrete sentito parlare: è quello scenario che emerge in certi film-documentari indipendenti; o dai capolavori letterari di Raymond Carver o nei romanzi di Kent Haruf e Chris Offutt.