Guardiola e Mourinho, i duellanti

ibra-jose-pep

Come da tradizione, il campionato inglese disputerà quest’oggi un intero turno di campionato nel giorno del Boxing Day. Di seguito un’intervista a Paolo Condò sul suo libro I Duellanti, protagonisti Pep Guardiola e José Mourinho, attualmente allenatori di Manchester City e Manchester United. Il pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

Gabriel Feraud e Armand D’Hubert danno di spada in una sfida diventata leggendaria per il cinema, I Duellanti, il primo lungometraggio di Ridley Scott. José Mourinho, portoghese, e Pep Guardiola, spagnolo, o meglio catalano, non usano lame, ma l’ossessione celata dietro il loro rincorrersi ricorda davvero quella portata in scena da Harvey Keitel e Keith Carradine.
Mou e Pep, lontanissimi per stile ma uniti da un carisma debordante, si sono incrociati negli ultimi dieci anni sedendo su diverse panchine, battagliando attraverso l’Europa come due paladini. Paolo Condò, opinionista di Sky, firma storica della Gazzetta dello sport, si è addentrato nel fitto di questo duello, soffermandosi su pochi giorni nella primavera del 2011, quando i due sono rispettivamente sulle panchine di Real Madrid e Barcelona.

Nel libro scrivi che Guardiola è un fabbricante di universi. Cosa c’è di speciale nel suo modo di intendere il calcio?

Nella mia carriera ho incontrato diversi tecnici che attuano il loro calcio in senso pragmatico o secondo canoni estetici, e ho scelto Mourinho e Guardiola come simboli universali di queste visioni. Guardiola è un costruttore di squadre che vogliono vincere in una maniera molto precisa, mentre Mourinho vuole vincere e basta; Guardiola discende dalla scuola olandese-catalana, da quel maestro che è stato Cruijff. Non si accontenta dei tre punti: vuole che arrivino in una certa maniera.

Donald Antrim e “La luce smeraldo nell’aria”

emerald

Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo.

Donald Antrim è uno scrittore americano che appartiene alla generazione degli attuali cinquanta-sessantenni. Quelli che, come si dice, sono diventati letterariamente adulti dopo aver passato la giovinezza (leggi: l’età della formazione) sull’onda lunghissima del postmoderno, con tutte le sue sfumature e gemmazioni.

Dopodiché ciascuno ha seguito la sua strada, mentre via via il mondo intorno, come sempre accade, cambiava (e continua a cambiare), e con lui le mode e tutto il resto – così va la vita. Il viaggio di Antrim è rappresentato al meglio da questa raccolta di racconti, La luce smeraldo nell’aria, traduzione di Cristiana Mennella – ed è una strada che vale la pena di imboccare.

Rino a Montesacro

rinog

Oggi Rino Gaetano avrebbe compiuto 66 anni. Lo ricordiamo con un pezzo uscito sulla rivista Menabò che ricorda il suo rapporto con il quartiere romano di Montesacro, dove visse (fonte immagine).

Su piazza Monte Baldo il viavai è incessante. Ci sono i bambini usciti di scuola accompagnati dai genitori, le automobili e gli autobus che sfrecciano sulla rotonda in un flusso continuo, c’è chi spazza i cortili, chi porta gli occhiali e chi va a Porta Pia, lì dove finisce – o inizia – la Nomentana. Un ragazzino sfugge al controllo della madre e usa una bomboletta spray sulla porta blu mare di una pescheria, incide uno scarabocchio guadagnandosi un rimbrotto.

Proprio lì sulla piazza, lì dove adesso c’è l’insegna di Aleandro con la pescheria dalla porta blu mare, tra una tavola calda e un emporio, c’era un tempo il bar del Barone, tappa obbligata per chi voleva tirar tardi nel quartiere giocando al flipper, alla dama o per un ultimo bicchiere.

Il viaggio di Carrère nel mondo di Philip K. Dick

dick

Questo pezzo è uscito in forma ridotta sul Mucchio.

Qualche mese fa è uscito in Italia il mega-zibaldone definitivo di Philip Kindred Dick, L’esegesi (Fanucci), ottomila pagine di riflessioni scritte a partire dal 1974, nell’ultima parte della sua vita, in bilico tra paranoia e allucinazione. Una montagna di lettere e appunti su teorie che oscillavano tra scienza e metafisica, deflagrate nella mente dello scrittore in forma di visione. Tra gli altri, Dick provò a mettersi in contatto con il laboratorio di Astrofisica di Leningrado: immaginate la lettera di uno scrittore di fantascienza californiano che parte dagli Usa di Nixon per arrivare nell’Urss di Breznev; siamo già in una trama pynchoniana.

Dick era convinto di aver ricevuto una rivelazione mistico-religiosa che mescolava con disinvoltura storia antica e contemporanea, filosofie occidentali e orientali, un flash che spalancava le porte della percezione in ossequio a Huxley… e provò a esporre quello che sapeva. «Il tempo viene smascherato come irreale; millenovecento anni vengono rivelati come aspetto di un’unica matrice sottostante…»

Rimini, il “romanzo da spiaggia” di Pier Vittorio Tondelli

cabine cabine

Ecco Pier Vittorio Tondelli in un pezzo scritto nel 1982, quando aveva 27 anni: «È dunque questa della riviera adriatica una cosmogonia estiva e ferragostana della libido nazionalpopolare che, a dispetto dei decenni, delle mode e delle recessioni, persiste, più o meno intatta, nel costume e nelle manie della nostra gente, per cui ancora una volta sul fianco destro delle patrie sponde s’inscena la sfilata del desiderio in un missaggio di antiche forme e nuovissime attitudini».

Il pezzo s’intitolava Adriatico Kitsch: volendo, una dichiarazione poetica autosufficiente. Dopo aver speso le sue qualità di scrittore riproducendo temi, tic linguistici e ossessioni della fauna giovanile post ’77 tra Bologna e dintorni (Altri libertini) e aver compiuto una rapida incursione nelle caserme dei militari di leva (Pao Pao), Tondelli sposta l’occhio di bue della sua poetica più a Est, lungo la riviera romagnola, dove individua la nuova umanità congeniale alle sue storie.

Roma 1960, dove brillò la stella di Muhammad Ali

clay

La stella di Muhammad Ali brillò per la primissima volta all’Olimpiade di Roma del 1960. All’epoca era ancora Cassius Clay e aveva 18 anni. Il pezzo che segue ricorda la magia della XVII olimpiade ed è uscito sul Mucchio.

L’organizzazione

È il 1955: dieci anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Stalin è morto da due anni. Fellini è reduce dal successo del film La Strada.  J.D. Salinger ha già pubblicato Il giovane Holden. Nasce la Coppa dei Campioni. E Roma ottiene l’organizzazione delle Olimpiadi del ’60: curiosamente, quelle del 1964 saranno affidate ad un’altra capitale dell’Asse sconfitto, Tokyo.

A capo del Comitato Olimpico Internazionale c’è lo statunitense Avery Brundage. Nel suo personale curriculum, il rifiuto – come capo dello sport americano – di boicottare l’Olimpiade del 1936 a Berlino, in pieno Terzo Reich: è anche vero che grazie a questa scelta  il mondo poté assistere a una delle imprese sportive più significative di sempre, il trionfo del negro Jesse Owens in faccia a Hitler. Figura controversa, quella di Brundage: chiacchierato in patria e accusato di simpatie naziste. Come interlocutore principe per l’organizzazione di Roma ‘60, non poteva chiedere di meglio: il Presidente del Comitato Organizzatore è Giulio Andreotti, all’epoca Ministro della Difesa.

Marc Augé e il football come fenomeno religioso

baggio

Nel 1967 il Celtic Glasgow, la squadra cattolica della città scozzese, vince la sua prima (e unica) Coppa dei Campioni, battendo in finale l’Inter di Helenio Herrera. Pochi giorni dopo il trionfo un uomo corre all’ufficio anagrafe di Glasgow per registrare il nome del figlio appena nato. Quando avrà coscienza di sé, il bambino scoprirà di avere addosso undici nomi in sequenza, quelli di tutta la formazione titolare del Celtic, dal portiere fino all’ala sinistra («sul certificato i nomi non ci stavano tutti»). Ad aggravare la situazione ecco che la moglie/madre è protestante, e dunque naturalmente tifosa della squadra rivale, dei Rangers.

Il marito approfittò con un certo cinismo del ricovero post parto di sua moglie. Bum: «Per la frustrazione, la donna tirò giù a calci una porta». L’aneddoto è raccontato da Simon Kuper in Football Against the Enemy (in Italia Calcio e potere, uscito per Isbn nel 2008). Il rapporto tra calcio e religione, che a Glasgow si sovrappone(va, il tempo ha modificato leggermente le cose) quasi alla perfezione, torna in un volumetto pubblicato pochi giorni fa da EDB, Football – Il calcio come fenomeno religioso. Si tratta di un saggio di Marc Augé uscito nel 1982 sulla rivista le débat ma per niente invecchiato, perché il ragionamento di Augé si svolge su un piano teorico, per così dire fuori dall’attualità e quindi perfettamente attuale («Agli etnologi è capitato di affermare e poi di dubitare del fatto che la distanza aguzzi lo sguardo etnologico», spiega con una punta d’ironia nelle primissime righe).

Incontri e passaggi, nel mondo di Hugo Pratt

pratt

(immagine: Hugo Pratt a Venezia Malamocco c) 1980 Cong SA, Svizzera)

Raccontava Hugo Pratt in un’intervista rilasciata all’Europeo all’inizio degli anni Settanta: «A Venezia studiavo, andavo a scuola, dimostravo di essere abbastanza dotato per il disegno, ma il mio scopo principale era di attraversare l’intera città da un tetto all’altro. Vivevo praticamente sui tetti, e, sui tetti, sotto le tegole, tenevo le mie cose, i miei giornali, i miei libri…»

Il pezzo dell’Europeo era intitolato Una sera con Pratt, l’Orson Welles dei fumetti. In poche parole, con uno scarto improvviso che porta dall’atto concreto dello studio a qualcosa che suggerisce l’immagine del volo, ecco comparire la magia, quella stessa forma di incanto che pervade le sue storie, le storie di uno dei più grandi artisti e narratori italiani del Novecento. Anche – e soprattutto – se egli stesso si definiva con orgoglio un fumettaro («Non ho alcuna vergogna a dichiararmi fumettaro quando tutti amano definirsi artisti»).

Julio Cortázar, sulle tracce di Charlie Parker

juliocortazar

Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo.

«Ora so che non è così, che Johnny insegue invece di essere inseguito, che tutte le cose che gli stanno capitando nella vita sono gli imprevisti del cacciatore e non dell’animale braccato. Nessuno può sapere cos’è che insegue Johnny, ma è così, è là, in “Amorous”, nella marijuana, nei suoi discorsi assurdi su tante cose, nelle ricadute, nel libro di Dylan Thomas, in tutto quel povero diavolo che è Johnny e che lo rende grande e lo trasforma in un assurdo vivente, in un cacciatore senza braccia e senza gambe, in una lepre che corre dietro a una tigre che dorme».

Johnny, dunque, insegue. E se nessuno sa a cosa dà concretamente la caccia, perlomeno noi sappiamo chi è Johnny Carter, l’inafferrabile protagonista del racconto di Julio Cortázar L’inseguitore: Charlie “Bird” Parker, il genio più puro del jazz americano, tra gli inventori del bepob, inquieto poeta del sax. El perseguidor, il titolo originale del racconto, comparve per la prima volta nella raccolta di storie Le armi segrete, uscita nel 1959 – quattro anni dopo la morte di Parker.

Per tutto il tempo che importerà qualcosa: Breece D’J Pancake

breece1

L’8 aprile 1979 moriva Breece D’J Pancake, autore di un’unica raccolta di racconti molto amata. Lo ricordiamo con un breve ritratto.

«Tutta l’acqua che veniva dalle vecchie montagne scorreva verso ovest. Ma la terra si è sollevata. Mi restano solo il letto del torrente e gli animali di pietra che colleziono. Sbatto le palpebre e respiro. Mio padre è una nuvola color kaki tra i cespugli di canne e Ginny nient’altro che un odore amaro tra i rovi di more, su per il crinale».

Siamo alle (se permettete: bellissime) battute finali di «Trilobiti», il racconto di Breece Dexter John Pancake contenuto nella sua unica raccolta uscita nel 1983, The stories of Breece D’J Pancake – in Italia l’ultima edizione disponibile è stata pubblicata da ISBN e prende il nome dal racconto in questione. Pancake si suicida con un colpo d’arma da fuoco alla testa  l’8 aprile 1979, quando non aveva ancora compiuto ventisette anni. Le circostanze e le motivazioni che lo indussero al suicidio restano controverse. Alcuni suoi conoscenti pensarono che si trattò di un incidente.