Questione di virgole: viaggio attraverso la punteggiatura

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“Questo libro tenta di fare chiarezza”, scrive Leonardo Luccone al principio di Questione di virgole. Punteggiare rapido e accorto, il suo ultimo saggio uscito per Laterza; e cosa c’è di meglio della chiarezza, in termini di lingua, uso della sintassi, della punteggiatura? Probabilmente: niente. La bellezza di una frase o il suo contrario viaggia spesso su un crinale esile, fragile come un vassoio di vetro da condurre in una stanza affollata: ecco, il libro di Luccone racconta come muoversi attraverso la suddetta stanza, suggerendo come passarvi indenni. Con attenzione, tenendo fermi i punti e discutendo delle virgole e del loro incontro, nel segno d’interpunzione più bistrattato; rimandando all’uso della punteggiatura nella letteratura italiana; e mantenendo uno sguardo allo stesso tempo leggero e intrigante.

La tua ricognizione nel mondo della punteggiatura, in particolare in quello delle virgole, comincia da un esempio che va dritto al punto (giuro che non è un gioco di parole). Tiri in ballo il verso Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia, direttamente dal quinto canto dell’Inferno. Perché hai scelto quest’episodio, per partire?

Ho scelto quel canto e, in particolare quel verso, perché mi ha folgorato; avevo tredici o quattordici anni, nessuna cognizione di sintassi o punteggiatura ma sufficiente intuito per comprendere che grazie a quella virgola stava succedendo qualcosa di bello. Il fatto è che il mio compagno di classe, sul suo libro, aveva lo stesso verso scritto così: Stavvi Minòs, orribilmente, e ringhia, e altri compagni addirittura senza virgole. Insomma il mio primo vagito interpuntorio è stato una domanda: Ma Dante le virgole come le ha messe? Insomma: ho scritto un libro per rispondere a questo interrogativo. E, come è ovvio, non ci sono riuscito.

Io sarò qualcuno. Nell’America profonda con Willy Vlautin

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Tra tutti gli spettri in giro per il mondo, ce n’è uno che affiora di tanto in tanto in superficie, per essere subito ricacciato sotto nel magma ribollente dove stanno assieme umanità considerate periferiche e fenomeni buoni per saltuarie indagini sociologiche; il fantasma è quello della cosiddetta America profonda, piantata lì dentro nella vastità degli Stati Uniti. Ne avrete sentito parlare: è quello scenario che emerge in certi film-documentari indipendenti; o dai capolavori letterari di Raymond Carver o nei romanzi di Kent Haruf e Chris Offutt.

Dalla parte di Baboucar

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Un gruppo di ragazzi nel centro Italia, tra Perugia e Falconara Marittima, colti in due giorni, nell’attesa che il loro destino di richiedenti asilo venga sciolto dai cosiddetti organismi preposti. Baboucar, uno dei ragazzi, è alla testa della banda, come scrive all’inizio di ogni capitolo Giovanni Dozzini, l’autore di E Baboucar guidava la fila (minimum fax), un romanzo di azioni e movimenti, di pensieri e di libertà nella giovinezza, mentre il territorio intorno a loro oscilla tra curiosità, diffidenza, ostilità nei loro riguardi.

Nella narrazione quotidiana contemporanea, come sappiamo, la questione dei migranti occupa uno spazio consistente. E non occorre riportare qui un campione di titoli di giornale o di servizi televisivi per sostenere come in queste narrazioni venga messo in luce, a stragrande maggioranza, l’aspetto di minaccia che gli stessi migranti rappresenterebbero per Gli Italiani. Di tutto il resto – delle vite, ad esempio – sembra importare davvero poco.

Manuale per la sconfitta. Il viaggio letterario di Leonard Cohen

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C’è una canzone dei Nirvana piuttosto famosa, Pennyroyal Tea. Kurt Cobain la cantò per l’ultimo album della sua band, In Utero, e poi, tra le altre esibizioni live, nell’Unplugged per Mtv. È strano, perché anche la versione registrata in studio ha un tocco per così dire “live”; prima che la canzone attacchi, si sente Kurt che schiarisce la sua voce con un distinto eh-ehm, e poi chitarra e voce che iniziano in simultanea, e così via. Solo gli ascoltatori più distratti non avranno notato i primi versi della seconda strofa: «Give me a Leonard Cohen afterworld / So I can sigh eternally», Dammi un aldilà alla Leonard Cohen, così potrò sospirare in eterno. Ahinoi, l’aldilà di Cobain era alle porte, più di quanto potessimo immaginare; Pennyroyal Tea doveva essere il nuovo singolo di In Utero, ma il suicidio di Kurt fermò l’uscita.

Vacanze poiane

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Pubblichiamo un pezzo apparso originariamente su The Towner, che ringraziamo (fonte immagine).

Roma – questa ingarbugliata città, in terra e in cielo. Da principio ci furono gli avvoltoi di Romolo e Remo, nel mezzo gli angeli di Santa Romana Chiesa, ora sono gabbiani, cornacchie e pappagalli a contendersi il dominio dei cieli da Prati a San Giovanni. Dalla finestra vedo passare di sfuggita variopinti gruppi di parrocchetti dal collare (Psittacula krameri, la specie di pappagalli che qui si è più diffusa), sento sghignazzare i gabbiani nelle notti insonni – non hanno orari, si direbbe – e poi a fine autunno gli spettacolari stormi che si spostano in cerca di un clima più caldo, disegnando figure sempre nuove sull’Eur, o replicando con un certo gusto per la simmetria e maggiore eleganza, lo sciame di persone che s’affrettano sul piazzale della stazione Termini.

Complotto! Storia paranoica dei KLF

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Mucchio, che ringraziamo. La siglia KLF, vi dice qualcosa? Gran Bretagna, seconda metà degli anni Ottanta. Bill Drummond (ex Big in Japan) e Jimmy Cauty (musicista anche lui, ex disegnatore di copertine di libri, tra le altre una del Signore degli anelli) mettono in piedi un duo elettronico – inizialmente […]

“La notte dei ragni d’oleandro”, distopia al Bataclan

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Ognuno di noi ricorderà dove si trovava la sera del 13 novembre 2015. Era un venerdì e qualcuno era a casa, per cena, o fuori, magari a un concerto, o al cinema. Non è una serata fredda. Poco dopo le dieci le televisioni lampeggiano dalle finestre, gli occhi si posano compulsivi sugli schermi degli smartphone.

Scorrono le immagini della partita amichevole tra Francia e Germania, che si stava disputando allo Stade de France, a Saint-Denis; un boato, e poi un secondo, fortissimo. Al momento del secondo botto la palla ce l’ha il terzino francese Evra, nei suoi occhi si legge un lampo di stupore, di sorpresa, un istante. Sugli spalti ci sono il presidente Hollande e il ministro degli esteri tedesco, Steinmeier. I tifosi non usciranno prima di mezzanotte.

Pink Floyd: la grande esibizione

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Ieri mattina sono andato in via Nizza, una strada ben asfaltata tra viale Regina Margherita e piazza Fiume, a Roma. Al civico 138 c’è il Macro, il Museo di Arte Contemporanea, e si dà il caso che era in programma la conferenza stampa di The Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remains, la mostra sulla più interstellare tra le band inglesi. A Londra, dove ha esordito, è stata un successone. A officiare l’evento sono annunciati Roger Waters e Nick Mason, che non hanno bisogno di presentazioni.

Their mortal remains: un racconto sui Pink Floyd

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Pubblichiamo un articolo uscito sul Mucchio, che ringraziamo.

“Sebbene il nome sia rimasto sempre lo stesso, i progetti intrapresi sono stati guidati di volta in volta da personalità diverse. I Pink Floyd di “The Divison Bell” (1994) non sono gli stessi di “The Piper at the Gates of Dawn” (1967) e nemmeno quelli di “The Final Cut” (1983). Alla luce dell’assenza di armonia e delle mutevoli alleanze all’interno della band, così come dei frequenti cambiamenti del suo schieramento, è meglio considerare questi album e i tour che li hanno promossi come singoli progetti artistici, guidati e ispirati da un determinato membro che si serviva del gruppo come di una risorsa per portare a compimento il lavoro”.

Ero un estraneo: Leonard Cohen e il modo di dire addio

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Una versione più lunga di una recensione pubblicata sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

Ho letto Il modo di dire addio, il libro che raccoglie diverse interviste rilasciate negli anni da Leonard Cohen, ascoltando allo stesso tempo le sue canzoni, disordinatamente, a volte riascoltandole anche due o tre volte in seguito, facendole ripartire un istante dopo l’ultima nota. Ci manca Leonard Cohen e nelle pagine di questo libro, a dispetto del bellissimo titolo, il modo di dirgli addio proprio non si riesce a trovare. Vien voglia di cercare L.C. da qualche parte dove è passato, nelle città dove ha vissuto, Montreal – in due strade a suo dire “meravigliose”, Belmont e Vendome – Londra, New York, Los Angeles, ma anche l’isola greca di Idra, e a Cuba, a L’Avana. Lo ritroviamo nelle canzoni, certo, e nei libri che ha scritto. Curato dal giornalista americano Jeff Burger, questo volume (pubblicato in Italia dal Saggiatore) è, come dire, una panoramica d’artista.