Julio Cortázar, sulle tracce di Charlie Parker

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo.

«Ora so che non è così, che Johnny insegue invece di essere inseguito, che tutte le cose che gli stanno capitando nella vita sono gli imprevisti del cacciatore e non dell’animale braccato. Nessuno può sapere cos’è che insegue Johnny, ma è così, è là, in “Amorous”, nella marijuana, nei suoi discorsi assurdi su tante cose, nelle ricadute, nel libro di Dylan Thomas, in tutto quel povero diavolo che è Johnny e che lo rende grande e lo trasforma in un assurdo vivente, in un cacciatore senza braccia e senza gambe, in una lepre che corre dietro a una tigre che dorme».

Johnny, dunque, insegue. E se nessuno sa a cosa dà concretamente la caccia, perlomeno noi sappiamo chi è Johnny Carter, l’inafferrabile protagonista del racconto di Julio Cortázar L’inseguitore: Charlie “Bird” Parker, il genio più puro del jazz americano, tra gli inventori del bepob, inquieto poeta del sax. El perseguidor, il titolo originale del racconto, comparve per la prima volta nella raccolta di storie Le armi segrete, uscita nel 1959 – quattro anni dopo la morte di Parker.

Per tutto il tempo che importerà qualcosa: Breece D’J Pancake

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L’8 aprile 1979 moriva Breece D’J Pancake, autore di un’unica raccolta di racconti molto amata. Lo ricordiamo con un breve ritratto.

«Tutta l’acqua che veniva dalle vecchie montagne scorreva verso ovest. Ma la terra si è sollevata. Mi restano solo il letto del torrente e gli animali di pietra che colleziono. Sbatto le palpebre e respiro. Mio padre è una nuvola color kaki tra i cespugli di canne e Ginny nient’altro che un odore amaro tra i rovi di more, su per il crinale».

Siamo alle (se permettete: bellissime) battute finali di «Trilobiti», il racconto di Breece Dexter John Pancake contenuto nella sua unica raccolta uscita nel 1983, The stories of Breece D’J Pancake – in Italia l’ultima edizione disponibile è stata pubblicata da ISBN e prende il nome dal racconto in questione. Pancake si suicida con un colpo d’arma da fuoco alla testa  l’8 aprile 1979, quando non aveva ancora compiuto ventisette anni. Le circostanze e le motivazioni che lo indussero al suicidio restano controverse. Alcuni suoi conoscenti pensarono che si trattò di un incidente.

Buon compleanno Boris Vian!

Le poete et trompettiste de jazz Boris Vian (1920-1959) ici au festival du jazz le 4 mai 1949 a Paris --- french poet and trumpet jazzman Boris Vian (1920-1959) during jazz festival in Paris may 04, 1949

Il dieci marzo 1920 nasceva, a pochi chilometri da Parigi, Boris Vian. Ingegnere, compositore, musicista e scrittore, membro tra i più insigni del Collège de ‘Pataphsique, la scienza fondata da Alfred Jarry, avrebbe compiuto oggi 96 anni — se non se ne fosse andato da questa terra  non ancora quarantenne, nel 1959.

Prima aveva fatto in tempo a fare molte e bellissime cose. Per esempio a scrivere una manciata di libri, a nome suo o sotto pseudonimo. A firma Boris Vian, tra gli altri: Autunno a Pechino, Lo Strappacuore, La schiuma dei giorni (neanche un regista del talento visivo di Michel Gondry è riuscito a restituire pienamente la storia di Colin e Chloé, disperata e dolcissima). Sotto lo pseudonimo di Vernon Sullivan: Sputerò sulle vostre tombe e alcuni romanzi noir (Vian era il traduttore di Raymond Chandler).

Il caso Spotlight, il film sugli abusi sessuali nella Chiesa

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C’è una scena che arriva nella primissima parte del film. Il nuovo direttore del Boston Globe Marty Baron (interpretato da Liev Schreiber) è stato invitato a un incontro privato dal cardinale Bernard Francis Law, arcivescovo della città. I due scambiano qualche parola, quindi Law propone a Baron – passato al Globe dopo aver lavorato a New York e in Florida, dunque distante dagli ingranaggi cittadini – di instaurare un rapporto di collaborazione reciproca. Perché Boston possa trarne giovamento: cordialità tra poteri, diciamo.

Elio Vittorini ai tempi del “Politecnico”

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Cinquant’anni senza Elio Vittorini: l’intellettuale siciliano morì a Milano il 12 febbraio 1966. In questo pezzo ricordiamo la sua avventura, non priva di travagli, alla guida del Politecnico.

È il dicembre del 1947 quando esce il numero 39 del Politecnico, la “rivista di cultura contemporanea” diretta da Elio Vittorini per Einaudi. Il pezzo di copertina è di Vasco Pratolini, un’inchiesta-reportage sulla città di Firenze. “I fiorentini sono faziosi, beceri, geniali. Il loro spirito è bizzarro perché è composito, sincero soltanto quando è cinico”, scrive[1].

Nella rubrica delle lettere, un tale G.C. da Biella chiede conto al direttore “delle critiche della Pravda a Pablo Picasso con la sua conseguente espulsione”. Vittorini risponde: «Non mi risulta che Picasso sia stato espulso dal P.C. Un’espulsione, per ragioni simili, sarebbe una novità sensazionale nei metodi del P.C. e non saprei assolutamente spiegarmela. Non sarebbe giustificata da nessun punto di vista». Poco sotto, un riquadro invita i lettori a regalare un abbonamento al giornale per le feste in arrivo. Dono poco azzeccato, se non altro perché proprio con il numero 39 l’esperienza del Politecnico – nato settimanale nel settembre ’45 e diventato mensile un anno e mezzo dopo – giunge al capolinea.

Mainstream, il presente di Calcutta

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Distanti quanto vogliamo, ho finito col trovare la migliore (tornerò su quello che intendo con migliore) rappresentazione del presente-presente di questo fine 2015 italiano dentro un libro e un disco. Il libro è Panorama di Tommaso Pincio, uscito in realtà qualche tempo fa – ma per me è come se fosse uscito ieri, e come se lo stessi leggendo adesso.

Il disco è Mainstream, il nuovo album di Calcutta, e qui invece posso iscrivermi all’insieme di quelle decine di persone che ascoltavano Calcutta quando suonava per pochi, mai pochissimi in verità, su un divano con chitarra tra gente che se la rideva, o proponendo cover di Cesare Cremonini. (No, il mio non è fiuto o animo da talent-scout, che è già partita tutta una gara vagamente pippobaudesca del genere l’ho-scoperto-prima-io… Va tutto bene, nel mio caso semplicemente capitavo da quelle parti.)

Quello che Dave Eggers dice nel suo ultimo romanzo

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«Come ho detto l’altro giorno, se ci fosse una specie di progetto per quelli come me, penso che potremmo davvero fare del bene».
«Stai parlando ancora di quei canali?»
«Un canale, un’astronave. Una colonia sulla luna. Anche solo un ponte. Che ne so. Ma girare in tondo, starsene seduti, mangiare a tavola… non funziona. Abbiamo bisogno di qualcos’altro».
«Che cosa vorresti costruire? Il mondo è già stato costruito».
«E quindi devo andare al passo in un mondo già costruito? È uno scherzo?»
«È lo scherzo in cui vivi».

Siamo alle battute finali dell’ultimo romanzo di Dave Eggers, I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre?, pubblicato da Mondadori con traduzione di Marco Rossari.

Perché Bianciardi

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

Potremmo iniziare dalla fine, per esempio. Un filmato Rai del 1971 mostra Luciano Bianciardi pochi mesi prima della sua morte a bordo di un tram che gira per le strade milanesi stipato di gente e addobbato di prosciutti e salami appesi al soffitto. È il “tram della cultura”, un’iniziativa dell’amministrazione per celebrare la fine della stagione culturale di quell’anno. Si vedono ragazze vestite alla moda e ragazzi incravattati; sulla vettura ci sono scrittori (Mario Castellaneta, Luciano Bianciardi, Lucio Mastronardi), musicisti e pittori. Fico, no? In un clima festoso e addirittura spensierato, l’intervistatore si rivolge agli illustri ospiti chiedendogli che ne pensano, del tram e di tutto il resto. “È un’idea molto simpatica”, fa Castellaneta. E Mastronardi, il dolente Mastronardi del Maestro di Vigevano: “È bellissimo”, dice, nel sottofondo di una canzone, si direbbe, in dialetto milanese. Invece Bianciardi, il viso gonfio, uno sguardo indecifrabile, scandisce con un dolore che appare totalmente sincero: “Io volevo dire questo… Questa gita in tram conclude una stagione culturale milanese veramente disastrosa”. Avrà continuato a parlare, perché aveva l’aria di voler spiegare tante cose, ma il montaggio si interrompe bruscamente.

Nelle stanze del Weekend Postmoderno

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Questo pezzo, in parte rivisto, è uscito sul Mucchio.

Nel 1990 Pier Vittorio Tondelli pubblica dunque Un weekend postmoderno, in cui tutta la materia da lui osservata (e vissuta in prima persona, come scrittore e come uomo) converge: motivi letterari, incontri, passioni musicali. Gli anni Ottanta si erano chiusi da pochi mesi, ma trovarono subito la loro più autentica narrazione: un racconto quasi-live.

Occhi che osservano Dyane o Vespe che sfrecciano nelle città emiliane cariche di ragazze e ragazzi, occhi che contemplano il colore dei tetti di Modena dal finestrino di un aereo. In viaggio per l’Europa, da Amsterdam a Vienna a Barcellona e Berlino. La ricognizione della fauna artistica in Italia. Il microcosmo strapaesano, cartoline da Correggio e Carpi. La letteratura americana, quella di Jack Kerouac e William Burroughs e John Fante, e così via.

La frontiera non ha mai smesso di esistere. Leggende del deserto americano

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

È un libro talmente ricco, Leggende del deserto americano, con il suo continuo sconfinare lungo i campi della storia, del saggio antropologico, dell’inchiesta sociologica e del reportage narrativo, che può capitare di perdere il bandolo dell’enorme matassa che Alex Shoumatoff ha inseguito nel suo viaggio/racconto di una vita. Ci si può smarrire in una delle immense distese del New Mexico, o nei canyon dell’Arizona, o sulle rive del Rio Grànde, il fiume che segna il confine tra Texas e Messico, tra El Paso e la dannata Ciudad Juàrez – ed è uno smarrimento da far girare il capo, ora per la meravigliosa bellezza della natura incontaminata descritta e ora per la brutalità inconcepibile di massacri e scontri di civiltà.