Il nuovo libro di Johnny

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

“È come se chi è diventato adulto negli ultimi vent’anni in Italia fosse cresciuto in un tempo postumo”, scrivono – con qualcosa che definirei come “cognizione di causa” – Alessandro Gazoia e Christian Raimo nell’introduzione all’antologia che hanno curato selezionando alcuni tra gli scrittori italiani under 40 più brillanti. Del resto già nel 1992 Francis Fukuyama (attenzione, di professione economista) aveva espresso una sentenza tanto definitiva quanto irriguardosa: siamo alla fine della storia. La tesi ha subìto confutazioni e vari ripensamenti; di sicuro c’è che qualcosa, in questo mondo in bancarotta, continua a muoversi… E in ogni caso vedremo come andrà a finire, è il caso di dirlo.

Louisiana e noi

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Il dolore è dappertutto, la rabbia è dappertutto. Ma «oggi è stata una bella giornata», dice a un certo punto la nonna di Mark, dopo aver fatto una passeggiata in un giardino in pieno autunno, e il nipote annuisce – più tardi prendono insieme una pillola di Xanax. Mark è uno dei personaggi che Roberto Minervini (marchigiano, ma vive negli Usa da tempo) ha ripreso in Louisiana – The other side, il film-documentario presentato a Cannes pochi giorni fa nella sezione Un certain regard. Oltre a Mark conosciamo Lisa, la sua fidanzata, e la sorella e la nipote di Mark, e una brigata di uomini e donne che nel sud degli Stati Uniti cercano di sfangarla ogni giorno con lavori occasionali. Come Jim, un vecchio senza denti, amante della bottiglia, che si commuove ogni volta leggendo una poesia donatagli da una “giovane ragazza”, stampata su un foglio attaccato al frigorifero.

Memorie dal Concertone

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È il Dodicesimo Primo Maggio, primavera 2002. Verso le 21.00 il palco ruota su se stesso rivelando alla folla gli Oasis, Ospiti Internazionali del Concertone insieme a Robert Plant. Liam Gallagher esordisce con un inequivocabile pugno chiuso alzato al cielo, prima di iniziare a cantare «The Hindu Times» con la sua solita posa – inclinato, mani incrociate dietro la schiena, abbassandosi sul microfono. Suo fratello Noel, il chiacchierone della band, accennerà un “Ciao” prima di attaccare «Don’t Look Back in Anger», in una versione slow che consente di apprezzare meglio l’omaggio a «Imagine». Il tema del concerto di quell’anno è CONTRO LE MODIFICHE DELL’ARTICOLO 18 E LOTTA CONTRO IL TERRORISMO.

Nel mondo di Ben Lerner

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Questo pezzo è uscito su Il Mucchio. (Fonte immagine)

Tra il settembre e l’ottobre del 2010 la galleria d’arte contemporanea White Cube – prima di chiudere, due anni dopo – ospitò la première di The Clock, opera dell’artista visuale Christian Marclay, un lungometraggio della durata di 24 ore, tributo al tempo e al cinema. Ecco cos’era: un collage di scene (quel genere che fa Blob, per intenderci) tratte da film di ogni epoca, in cui sul set compaiono orologi che segnalano l’orario di un momento particolare. Ma Marclay non si fermò qui, perché gli orari di The Clock erano sintonizzati sul tempo reale, o perlomeno sul fuso di Londra: per cui uno spettatore che fosse entrato in sala alle 16.07 avrebbe trovato sullo schermo Robin Williams in One Hour Photo, con l’orologio che indicava esattamente le 16.07. Oppure, trovandosi sulla poltrona alle 22:04, si sarebbe imbattuto in Michael J. Fox nei panni di Marty McFly, con un fulmine che colpisce l’orologio presente nel film in quell’istante – consentendo a Marty di ritornare nel suo presente, il 1985.

L’arrembaggio sgangherato dei fascio-leghisti

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Una cancellata si è materializzata all’Esquilino, in un sabato mattina romano. Larga da marciapiede a marciapiede, costruita in stile barricata/puzzle, alta più o meno due metri e mezzo, con dentatura appuntita in cima. Ad occhio, un patchwork poco geometrico. È blu, dello stesso blu dei blindati della polizia che la sostengono, ed è piazzata all’imbocco di via Napoleone III, una delle tante strade che partono da piazza Vittorio Emanuele II, la piazza più grande di Roma, costruita dai “piemontesi” nel quartiere oggi pieno di botteghe indiane, bengalesi, cinesi. I passanti si soffermano, guardano oltre la griglia di ferro. Giornalisti e turisti scattano fotografie, residenti e commercianti la osservano prima con stupore, quindi con quella che sembra una crescente familiarità. Si finisce con l’abituarsi a tutto. Troppo larga per una porta di calcio, la cancellata potrebbe andar bene per una partita di pallavolo, non fosse per la dentatura in cima. La superficie irregolare del reticolo renderebbe pressoché impraticabile lo squash. Difficile attaccarci bigliettini o messaggi. I poliziotti se ne stanno nei blindati, a vigilare sul loro checkpoint-charlie-per-un-giorno.

Paolo Benvegnù e la metafisica

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È uscito da qualche giorno Earth hotel, il nuovo disco del più metafisico dei nostri cantautori contemporanei, Paolo Benvegnù. Ho scritto più metafisico (ma sotto cieli immensi/c’è una terra da spartire), ma ci sono altri superlativi che si possono spendere per il Benvegnù cantautore: ha il tocco il più sensibile (chi avesse dei dubbi può scioglierli in canzoni come Nel silenzio, o Andromeda Maria, o la recentissima Orlando); è di sicuro dotato di una certa ambizione lirica (si vedano soprattutto i testi del penultimo album, Hermann) pur essendo di un’umiltà a volte imbarazzante (per capire cosa intendo basta assistere ai suoi concerti, scambiare due chiacchiere con lui o soltanto leggere/ascoltare le interviste e così via); vive da qualche tempo in provincia, ma è decisamente il meno provinciale tra i suoi colleghi (per intenderci: nelle sue canzoni niente spleen bignardifriendly o raccordoanularecentrici).

La grandezza narrativa di Bernard Malamud

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

Verso la fine del romanzo di cui è protagonista, Yakov Bok riceve finalmente in cella un avvocato, Julius Ostrovsky. Dice Ostrovsky: “In un paese malato ogni passo verso la guarigione è un insulto per quelli che campano sulla malattia“.

Yakov Bok, ebreo tuttofare sui trent’anni, abbandonato dalla moglie, si è trasferito a Kiev in cerca di fortuna, ma a compiersi è solamente la sua sventura. Soccorre un ubriacone, che per ricompensarlo gli offre un lavoro. Sul cappotto dell’uomo è cucita un’aquila bicipite, il distintivo delle Centurie nere, potente organizzazione antisemita. Bok, oppresso dalla miseria e ansioso di riscatto sociale, fa finta di non vedere, e accetta l’offerta di supervisore in una fabbrica di mattoni. Qualche tempo dopo, a pochi passi dalla fabbrica, in una grotta, viene ritrovato il cadavere mutilato di un ragazzino. “Dalla finestrella della sua stanza sopra la scuderia della fabbrica di mattoni, quella mattina sul presto Yakov Bok vide diverse persone, nei loro cappotti lunghi, che correvano tutte nella stessa direzione. Vey is mir,povero me, pensò a disagio, è successo qualcosa di brutto“: è così che inizia L’uomo di Kiev, il romanzo di Bernard Malamud ispirato alla storia reale di Mendel Bellis, operaio ebreo, accusato, ingiustamente, nella Russia zarista agli sgoccioli (1911), di aver assassinato un ragazzo cristiano a scopi rituali. Vey is mir, la tetra campana che risuona nel romanzo.

Tradurre “Il giovane Holden”: intervista a Matteo Colombo

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

«È tutto un po’ più grosso del solito. L’attenzione che ha questo libro non ha paragoni».

Questo libro sarebbe «The Catcher in the Rye», in Italia «Il giovane Holden», e l’affermazione è di Matteo Colombo, che per Einaudi ha curato una traduzione nuova di zecca del capolavoro di JD Salinger: è la terza versione italiana, dopo quelle del 1952 (Jacopo Darca, con il titolo «Vita da uomo», un’edizione controversa, quasi clandestina) e del 1961 (Adriana Motti: l’Holden che conosciamo tutti). Con Colombo, considerato uno dei migliori traduttori italiani, (già al lavoro, tra gli altri, su Don DeLillo, Jennifer Egan, Dave Eggers, Chuck Palahniuk, David Sedaris e Michael Chabon) abbiamo parlato di tante cose: del suo mestiere, di Salinger e dei suoi eredi, di traduzione e di metatraduzione, e via discorrendo.

Do you remember forconi?

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Dicembre, impazzavano i Forconi… un movimento nato in modo spontaneo dicevano, lo dicevano i telegiornali, le trasmissioni eccetera. Spontaneamente finiscono nel calderone “Forconi” camionisti incazzati, fascisti, disperati, sindacalisti, ex artigiani, studenti, imprenditori falliti, qualche sbandato del M5S. Il marchio è di un tal Mariano Ferro, un agricoltore di Avola, Siracusa, Sicilia, già compagno di strada del presidente Raffaele Lombardo; al nord il referente è Lucio Chiavegato (verrà arrestato, a primavera, assieme ad altri “secessionisti veneti”: fabbricavano un carro armato…); al centro impazza Danilo Calvani, monociglio verace dell’agro pontino. Sbocciano “presidi” in tutta Italia, le televisioni si affrettano e le dirette fioccano. Si autoproclamano “il vero popolo italiano”: ovviamente “né di destra né di sinistra”: odiano i giornalisti, ma basta il lume di una telecamera per appiccare un mesto falò della vanità… Durante le adunate di piazza, qualche carabiniere si toglie il casco: “I nostri ragazzi stanno con noi”, esultano.

Tre cose su Kurt Cobain, vent’anni dopo

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Il 5 aprile 1994 moriva Kurt Cobain. Lo ricordiamo con un ritratto di Liborio Conca.

Si trasforma in un teppista del rock’n roll

In un pezzo scritto nell’ottobre del 1966, Luciano Bianciardi racconta del tour italiano di Jack Kerouac: era reduce da una «sbornia transoceanica», a Londra dovettero portarlo da un aereo all’altro in ambulanza. Nell’albergo milanese che lo ospita riesce a nascondere una bottiglia di whisky nel bagno – quando gli assistenti la scoprono, ne versano il contenuto nel lavandino. «Ma una bottiglia Jack la trova sempre», scrive Bianciardi, che poi si meraviglia di come in un’intervista televisiva trasmessa più tardi «l’Omero della generazione perduta e sbatacchiata» appaia invece ripulito.