Intervista a Elizabeth Strout

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Questa intervista è uscita sull’ultimo numero del Mucchio. (Fonte immagine)

Stava aspettando me, immagino. Mi scusi per il ritardo”. Neanche cinque minuti di attesa, in realtà, in una giornata che minaccia continuamente pioggia, una minaccia che è destinata a non avere seguito, se non a notte fonda; ecco Elizabeth Strout, con impermeabile leggero, accompagnata dal marito e dallo staff Fazi, il suo editore italiano: il marito, in tenuta da autentico americano in vacanza con tanto di calzoni corti, si congeda, armato di macchina fotografica. Si danno appuntamento al termine dell’intervista. “Anzi, mi sa che dopo mi riposo un po’”, dice Strout.

Ha quasi sessant’anni, ma possiede un’aria giovanile – oltre che modi estremamente garbati – la scrittrice di Olive Kitteridge, il romanzo premiato nel 2009 con il Pulitzer, come amano sottolineare le bandelle che accompagnano i suoi libri, da Amy e Isabelle (probabilmente la sua opera migliore) fino all’ultimo romanzo, I ragazzi Burgess, storia che si muove lenta, procedendo per accumulo di dettagli, tra il Maine e New York.  “L’idea per il romanzo mi è venuta leggendo un articolo su un giornale”, spiega Strout. “L’articolo raccontava un episodio simile a quello che poi ho scritto nel libro: c’era quest’uomo nel Maine, che getta una testa di porco dentro una moschea. Poi, ovviamente, ho lavorato sulla storia, romanzando l’episodio. Ho reso il personaggio giovane, perché nella realtà era più anziano e realmente razzista. Il mio protagonista, invece, è – come dire – più confuso, mosso da ignoranza mista a intolleranza”.

Appunti sul Corteo 19 ottobre

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Alle 12.50

Tre ragazzini camminano lungo via Gallia. Avranno quindici anni, hanno l’aria dei bravi adolescenti, liceali, appena liceali. Uno di loro indossa una maglietta del Che; gli altri due gli vanno dietro. A piazza Tuscolo prendono per via Cerveteri, direzione piazza Re di Roma, anziché per Viale Magna Grecia. “Non vanno alla manifestazione, dunque”, mi dico.

Piazza San Giovanni

I partecipanti al Corteo 19 ottobre – Per il diritto all’abitare, dei migranti, No Tav, No Muos, Cobas – si ammassano sul pratone davanti alla Cattedrale di Roma e dintorni, con grande lentezza, e calma. Ci sono transenne e tanti nastri gialli “Polizia Municipale Roma Capitale”. Stand del Manifesto (due). Bancarella magliette “di lotta”. Alcune magliette di lotta: “ABBATTI IL BISCIONE”, “PARTIGIANI SEMPRE”, magliette con falce&martello, con il pugno. Da viale Carlo Felice arrivano – a scaglioni – frange del corteo. Sono quelli dell’Esc, sono quelli che vengono da San Lorenzo. Sotto la Coin si sente il trillo continuo delle trasmittenti.

Sugli Smashing Pumpkins a Roma

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“Di tanto in tanto è bene controllare le cose che ci piacciono e quelle che non ci piacciono, per vedere se le nostre reazioni sono cambiate”, scrive Nicholson Baker nel romanzo Mezzanine. Il suo protagonista, Howie, sta salendo sulla scala mobile che lo porta a lavoro e si lascia andare a riflessioni e considerazioni e epifanie concentriche. Ecco, mentre gli Smashing Pumpkins – Billy Corgan, Jeff Schroeder, Nicole Fiorentino e Mike Byrne – suonavano lì all’ippodromo di Capannelle con gli aerei ben visibili in atterraggio verso Ciampino, nella polvere che si alzava e tra centinaia di smartphone e macchine digitali, con tutti quei ragazzi e ragazze (alcuni non più ragazzi/ragazze) con la maglietta ZERO, ripensavo a un po’ di cose: oltre, naturalmente, al fatto che un fulmine dovrebbe abbattersi su chiunque tira su il proprio iphone per immortalare pezzi di concerto che, sono sicuro, non rivedrà mai – perché la qualità audio è infima, perché metà schermo è occupato dalle teste di chi sta davanti – mentre chi sta dietro si limita a invocare il fulmine di cui sopra – e soprattutto perché ho come la sensazione che il 90% di chi registra pezzi di concerto conosca a malapena Disarm e Tonight Tonight. Fine del pensiero-snob e tanto sincero.

Intervista a Gianni Mura

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio. Ne approfittiamo per segnalarvi che il sito della rivista ha da poco inaugurato una veste grafica completamente rinnovata. (Immagine: Scrittorincittà, Cuneo 2008.)

Sono partito dal “lei”, con Gianni Mura, oltre che per educazione, perché è la formula che viene istintivamente quando devi rivolgerti ai grandissimi. Mura, però, mi ha stoppato: “Siamo colleghi, andiamo con il tu”. Okay, va bene. Di lui, di giannimura, vorrei dire quello che ha scritto Greil Marcus a proposito di Lester Bangs introducendo Psychotic Reaction and Carburetor Dung: “Forse questo libro chiede al lettore di essere disposto ad accettare il fatto che il miglior scrittore americano sapesse scrivere quasi esclusivamente recensioni di dischi”. Ecco, Mura è anche un buon romanziere (a differenza del disastroso Les), ma il tesoro – e dunque la grandezza da scrittore – è nei suoi pezzi di calcio e ciclismo, una miniera inesauribile di ricchezza linguistica e inventiva; partite memorabili giocate su carta. Il Saggiatore ne offre un’antologia, Non gioco più, me ne vado.

Intervista a Emmanuel Carrère

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All’albergo degli scrittori questa volta l’ospite è Emmanuel Carrère. Si dà il caso che è uno che vale la pena incontrare. E poi dovrebbe essere una persona disponibile. Nel suo ultimo libro descrive di quando, giovane appassionato di cinema, fu ricevuto dal regista Werner Herzog per un’intervista; l’autore tedesco lo trattò così male da aver originato quello che somiglia molto a una specie di trauma. Insomma, c’è da dubitare che Carrère voglia passare a sua volta per uno stronzo. Secondo Les Inrockuptibles è uno dei migliori autori francesi viventi.

This flower is scorched

«Come se non bastasse, si sono sciolti i Rem». Questo sms me l’ha mandato un mio caro amico, un martedì notte di settembre.

Nel cinismo galoppante di questi anni tanto decadenti quanto gonfi di informazioni, storielle e sonore stronzate spacciate per notizie, questa dello scioglimento dei Rem ha il potere di rallentare tutto per un po’, fermare il corso iperveloce della nuvola che stiamo diventando.

Intervista a Gary Shteyngart

Questa intervista è uscita sul Mucchio.

di Liborio Conca

L’ultimo romanzo di Shteyngart, Storia d’amore vera e supertriste, racconta un futuro immaginato (ma non troppo?) in cui New York è dominata da una politica reazionaria e repressiva. La gente è ridotta a comunicare solo per via tecnologica.

Sherwood Anderson: un maestro del racconto americano

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Questo articolo è uscito sulla rivista Blow Up.

di Liborio Conca

C’è stato un tempo in cui, entrato in qualsiasi libreria, dalle più grandi alle più piccole, andavo al bancone narrativa, o narrativa straniera, alla lettera A, e cercavo uno scrittore, tra Andersen e Andric, ma non trovavo mai quello che cercavo: Sherwood Anderson. Neppure il suo libro più noto, vecchio classico della letteratura americana, pubblicato in Italia con il nome di Racconti dell’Ohio.

Il viaggiatore leggero

di Liborio Conca

Era la primavera del 1999 e dalle basi italiane si alzavano gli aerei militari diretti verso la Serbia; guerra “a pochi chilometri dalle nostre case”. Il nostro professore di latino e greco, uomo colto e malinconico come solo certi professori sanno essere, era convinto che la Russia sarebbe entrata in guerra a difesa della “sorella Serbia”. A questo proposito ci raccontava di una frase attribuita a Stalin: quando chiedevano al georgiano a fianco di chi sarebbero entrati gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, avrebbe sentenziato: a fianco degli inglesi, parlano la stessa lingua.

Interstellar Burst – sull’ubiquità dei Radiohead

di Liborio Conca

Probabilmente i Radiohead sono morti. Da qualche parte, nell’estate del 1995, hanno lasciato il nostro mondo.

È stato dopo la pubblicazione di The Bends, il loro ultimo disco da vivi, durante il tour che raggiunge in agosto i margini dell’Impero per una notte che raccontano sia stata memorabile, a Catania, in un clamoroso concerto allo stadio Cibali, di spalla ai Rem. L’occidente vive in quegli anni un momento di serenità diffusa, Clinton a Washington e Blair in arrivo a Londra, a Roma che importa.