Bononi a Ferrara: un risarcimento necessario

San Girolamo Guercino

di Licia Vignotto

Una mostra necessaria: a Ferrara è stata inaugurata sabato 13 ottobre la monografica dedicata a Carlo Bononi, pittore seicentesco di indiscusso talento ma sconosciuto ai più, schiacciato tra la fama di Ludovico Carracci e del Guercino, scivolato in fondo ai cataloghi di storia dell’arte come spesso succede a chi lavora a cavallo di epoche, stili e tradizioni diverse.

Una mano che merita di essere conosciuta e studiata perché interpreta in modo innovativo e supera le tradizioni: accoglie le anatomie muscolari veicolate da Michelangelo, le pesanti ombre di ascendenza caraveggesca e il cromatismo acceso di Dosso Dossi, inserisce il paesaggio dei veneti in scene fortemente drammatiche e teatrali, che anticipano il barocco. Una mano che esprime il proprio talento e la propria irriducibile identità soprattutto nell’empatia, nell’emozione vivida e non filtrata, quasi plateale, che permea le opere, davanti alle quali lo spettatore è invitato a fare un passo avanti, a inserirsi in prima persona tra i protagonisti della rappresentazione.

Come un cane senza padrone

denise ania

di Licia Vignotto (foto di Denise Ania)

Da Pier Paolo non si scappa. Passano gli anni, le piogge, i governi, ma il lavoro di Pasolini resta fermo, come un sogno o un incubo ricorrente al quale prima o poi bisogna tornare. Ci tornano anche i Motus, compagnia teatrale basata in Romagna ma “nomade e indipendente”, pluripremiata a livello internazionale e protagonista quest’anno di una ricca retrospettiva organizzata tra Bologna e territori limitrofi per festeggiare i venticinque anni di attività.

Anche se sarebbe più corretto specificare questo: più che celebrare e ricordare con nostalgia il passato l’intento è quello di continuamente sollecitare, disturbare, svegliare, pizzicare anche con forza, anche con violenza, il qui e l’ora. “Ogni nostro volgerci indietro – sottolineano i Motus, storicamente guidati da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò – è per meglio accumulare energie e rilanciare, incunearci nelle pieghe del presente e provare a immaginare futuri possibili”.

Donne, cavalieri, armi, amori: una mostra sull’Orlando Furioso

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Foto realizzate da Andrea Bighi — riproduzione vietata

di Licia Vignotto

Da quali suggestioni nasce la poesia? Cosa ricorda chi congegna l’intreccio di una storia? Soprattutto: quali visioni si celano dietro le palpebre chiuse di chi traduce il sogno in letteratura? Sono queste le domande che hanno guidato negli ultimi tre anni il lavoro di Guido Beltramini e Adolfo Tura, i curatori della mostra dedicata a Ludovico Ariosto inaugurata sabato 24 settembre, a Palazzo Diamanti. Allestimento stupefacente perché, con grandissima cura e ben piazzati colpi di scena, materializza la curiosità che ogni lettore nutre nei confronti del suo scrittore preferito e trasforma – finalmente! – l’Ariosto nell’artista che tutti avremmo voluto conoscere.

L’appuntamento con l’autore non si poteva prescindere: nel 2016 infatti ricorrono i cinquecento anni dalla prima stesura dell’Orlando furioso e sia nel capoluogo estense, dove il testo venne concepito e scritto, sia in tante altre città italiane già da mesi si susseguono omaggi e conferenze. Approfondimenti necessari e doverosi, ma spesso poco efficaci perché incapaci di invitare e accogliere una platea diversa da quella stretta degli addetti ai lavori, di suscitare l’attenzione di un pubblico più trasversale e diffuso. Le peripezie astrali di Astolfo, le prodezze erotiche dell’affascinante Medoro, nonostante siano state per secoli patrimonio conosciuto e condiviso, negli ultimi trent’anni sono scivolate purtroppo nel dimenticatoio. «Un eclissi che merita vendetta», come ha sottolineato Melania Mazzucco sulle pagine del Venerdì, precisando che il ricordo collettivo è purtroppo filtrato unicamente dai banchi di scuola.

Cosa succede in palestra nelle sette ore di Natten / notte

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Licia Vignotto ci racconta Natten di Mårten Spångberg, la performance più attesa e particolare dell’edizione 2016 del festival internazionale Santarcangelo dei teatri. (Foto: © Diane – Ilaria Scarpa – Luca Telleschi)

di Licia Vignotto

Ciò che succede di notte può essere bellissimo o atroce, ma solo chi è sveglio – se qualcuno è sveglio – può saperlo, vederlo e viverlo. Assunto banale ma di cui spesso ci si dimentica. Di giorno si lavora e ci si distrae, alternando concentrazione e relazione. Quando cala il sole ci si può abbandonare a sé stessi, esistere e spalancarsi alle altre esistenze protetti dall’oscurità e dalla propria stanchezza, lasciarsi andare nel tempo dell’improduttività, più sincero e reale, senza maschere e obblighi. È partendo da questo assunto che si può capire il valore profondo di Natten, l’ultimo spettacolo ideato dallo svedese di , presentato per la prima volta in Italia al festival Santarcangelo dei teatri sabato 16 luglio.

Le azdore metal di Markus Öhrn

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(foto di Luca Ghedini) di Licia Vignotto Quali buoni motivi potrebbe avere un’anziana pensionata romagnola, vicina ai settanta, per trascorrere il sabato sera a Bologna con la faccia truccata di bianco come i Kiss, frustino di pelle in mano, a sculacciare il sedere nudo di un giovane svedese? Voi riuscireste a immaginare vostra nonna nella […]