Il nostro colonialismo rimosso

quaderno_balilla

Questo pezzo è uscito in forma più breve su Orwell. (Fonte immagine: Indire.)

Ci sono delle vecchie immagini girate da Luca Comerio, uno dei pionieri del documentarismo italiano, nella Piazza del Pane a Tripoli nel 1911. La camera indugia sul via vai dei nostri militari in divisa che si affollano lungo la strada, poi l’inquadratura si allarga ed entra in scena un patibolo: almeno venti arabi, tutti uomini, pendono irrigiditi con un cappio al collo. Sono stati da poco impiccati. Chi ha mai visto queste immagini di Comerio (riprodotte per pochi secondi in un vecchio film di Cecilia Mangini, Lino Del Fra e Lino Miccichè, All’armi siam fascisti!, recentemente ripresentato in dvd da Raro Video)? Quanti studenti di storia contemporanea le conoscono, sanno a cosa rimandano? Immagino pochissimi. La loro rimozione dalla memoria collettiva è direttamente proporzionale alla rimozione del colonialismo in Africa e nei Balcani. Un inspiegabile, lungo buio. Un lento, carsico lavorio che via via ha espunto le pagine nere della nostra storia recente, e creato il mito infondato degli “italiani brava gente”.

Fascisti di ieri e di oggi

casapound

Questo articolo è uscito per «Il Corriere del Mezzogiorno».

Nel 1961 Cecilia Mangini, insieme a Lino Del Fra e Lino Miccichè, realizzò il documentario “All’armi siam fascisti”. È un film importante nella storia del cinema italiano: per la prima volta viene raccontato il fascismo attraverso le immagini filmate negli anni venti, trenta e quaranta. Fino ad allora, ciò non era mai stato fatto con un tale livello di precisione e rigore cinematografici, come se del fascismo non si dovesse parlare, come se questo fosse un passato da rimuovere e non da analizzare.