Manuale per la sconfitta. Il viaggio letterario di Leonard Cohen

1leonard

C’è una canzone dei Nirvana piuttosto famosa, Pennyroyal Tea. Kurt Cobain la cantò per l’ultimo album della sua band, In Utero, e poi, tra le altre esibizioni live, nell’Unplugged per Mtv. È strano, perché anche la versione registrata in studio ha un tocco per così dire “live”; prima che la canzone attacchi, si sente Kurt che schiarisce la sua voce con un distinto eh-ehm, e poi chitarra e voce che iniziano in simultanea, e così via. Solo gli ascoltatori più distratti non avranno notato i primi versi della seconda strofa: «Give me a Leonard Cohen afterworld / So I can sigh eternally», Dammi un aldilà alla Leonard Cohen, così potrò sospirare in eterno. Ahinoi, l’aldilà di Cobain era alle porte, più di quanto potessimo immaginare; Pennyroyal Tea doveva essere il nuovo singolo di In Utero, ma il suicidio di Kurt fermò l’uscita.

I primi vent’anni di Trainspotting

trainspottin

Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo.

di Chiara Colli

“Sono supposte di oppio, ideali per il tuo scopo. Ad azione lenta, ti fanno scalare gradualmente… Fatte apposta per i tuoi bisogni”. Una stanza lurida e spoglia, un materasso, un candelabro e lo spacciatore di ripiego, Mickey Forrester, che consegna a Mark Renton/Ewan McGregor un palliativo per sopravvivere alla notte e alla voglia di un ultimo schizzo.

Col personaggio di Forrester fa capolino il cameo dell’autore del romanzo da cui Danny Boyle ha liberamente tratto la sua pietra miliare; Irvine Welsh è perfettamente calato nei panni dello spacciatore strafatto e senza scrupoli e indossa una maglietta degli scozzesi ultra punk Exploited – scelta forse troppo ai margini pure per Trainspotting, ma che ben si inserisce nel congegno a incastro perfetto di una pellicola che in 90 minuti ha fotografato con disincanto le gioie e i dolori di un manipolo di tossicodipendenti di Edimburgo, appartenenti a quella che a tutti gli effetti potremmo definire una sottocultura, imprimendola nella popular culture, ben oltre i confini di una generazione e di un unico paese.

Delmore Schwartz e Lou Reed: Nei sogni cominciano le responsabilità

lou

È da poco in libreria Topi Caldi (Giunti), una raccolta di scritti di Riccardo Bertoncelli fra musica e letteratura. Pubblichiamo un pezzo sulla raccolta di racconti Nei sogni cominciano le responsabilità di Delmore Schwartz, ringraziando l’autore e la casa editrice (fonte immagine).

di Riccardo Bertoncelli

Ci fu un tempo in cui i dischi (in vinile) si ascoltavano per una vita e la loro esplorazione durava più di un viaggio di Livingstone in Africa. Si studiavano note, fotografie, ogni particolare. Si cercavano collegamenti, la fantasia ronzava. Nascevano leggende. In un angolo di un disco del genere, il primo Velvet “con la banana”, trovai il nome di Delmore Schwartz.

Era accoppiato alla canzone più brutale e traumatica, European Son, e “canzone” è un pietoso pour parler; una sorta di Chuck Berry pelle e ossa uscito da uno scantinato della Lower East Side che dopo una manciata di versi precipitava per sei minuti da un’alta scogliera di rumori e distorsioni. Chi era Delmore Schwartz? Un musicista ispiratore, un amico, uno magari della Factory che Warhol aveva imbucato in quel party?

Non c’era Internet allora, non cercai abbastanza. Ma il nome e la dedica mi rimasero impressi, anche se venni poi travolto dalle molte altre sirene di quell’album, dai conturbanti intrecci di arte droga musica cinema e dalle trivialissime quisquilie della copertina cult e dalla foto di quarta.

Rock oltre cortina: i Plastic People of The Universe

08plastic

Pubblichiamo di seguito un estratto dal libro Rock oltre cortina, dalla scorsa settimana in libreria, ringraziando l’autore e l’editore.

di Alessandro Pomponi

Poche formazioni incarnano l’essenza della nostra storia come i Plastic People Of The Universe: tutta la ribellione di una generazione, il sogno di un’indipendenza artistica ed estetica e, insieme, la parabola della repressione da parte dell’autoritarismo. Senza storie come la loro, indubbiamente questo libro non avrebbe avuto senso.

I Plastic People — nome mutuato dal brano di Frank Zappa contenuto in Absolutley Free — si formano nell’ottobre del 1968, in un momento dunque drammatico per la storia del loro Paese; solo poche settimane prima, le truppe del Patto di Varsavia hanno invaso la Cecoslovacchia ponendo termine alla Primavera di Praga e al sogno del “socialismo dal volto umano” di Alexander Dubček. Volendo, i nomi dei componenti principali del gruppo potrebbero essere ricordati, ma in realtà i Plastic People non erano una formazione rock nel senso tradizionale del termine, essendo di fatto più vicini a quella che negli anni Sessanta in California si sarebbe chiamata una “comune”.

L’inverno di Justin Vernon

Bon-Iver

(fonte immagine)

Nel 2011 Justin Vernon/Bon Iver pubblicò il suo secondo disco, ad oggi l’ultimo del cantautore americano. Pubblichiamo questo pezzo uscito all’epoca sul Mucchio, che ringraziamo.

di Claudia Durastanti

La domanda non è come è sopravvissuto ad Emma ma come è sopravvissuto a tutto il resto.

Io di Emma, la ragazza a cui stando alla leggenda pare sia dedicato il primo struggente album di Justin Vernon – meglio noto come Bon Iver – non volevo neanche parlare. Con il tempo sono giunta a dubitare che sia mai davvero esistita (e qui lui non conferma e non smentisce); per me For Emma Forever Ago era più un lungo addio recitato a una vecchia idea di se stesso, incubata negli anni e poi gradualmente rivelatasi inesatta. Così gli chiedo se ci è riuscito, a dire addio a quel Justin Vernon: “Direi di sì. Credo di essere andato oltre, con la mia vita e tutto il resto, per quanto sia stato complicato. All’inizio ci andavo piano, non riuscivo a stabilire se ero felice oppure no, nonostante il disco stesse andando bene e tutto fosse oggettivamente dorato intorno a me dopo la sua uscita. Ma sono passati quattro anni e ora posso dirlo, che sto meglio”.

Letture d’autore: Cristiano Godano

cristianogod

La prima e la seconda puntata di Letture d’autore sono qui e qui. (fonte immagine)
Cristiano Godano, da venticinque voce e chitarra dei Marlene Kuntz, è uno dei migliori parolieri del rock italiano. Dai numerosi riferimenti letterari disseminati nel suo canzoniere si è capito da tempo quanto grande fosse il suo amore per la narrativa oltre che per la poesia, per Vladimir Nabokov innanzitutto, e per autori molto diversi tra loro come John Updike e Carlo Emilio Gadda. Una chiacchierata unicamente incentrata sui libri ci permette, però, di scoprire anche le altre sue passioni, le insospettabili idiosincrasie e di ricordare il suo tentativo, speriamo non isolato, di misurarsi con la prosa.

Come hai conosciuto Nabokov? A che età, con quale romanzo? Che ricordi hai del tuo primo incontro con la sua opera?

Fu “Lolita” il primo suo romanzo. Ricordo molto bene quando avvenne: ero in ospedale a Fossano in attesa di non ricordo più cosa (nulla di grave in ogni caso, probabilmente attendevo gli esiti di alcuni esami, ancor più probabilmente non miei), e iniziai a leggere. Erano pochi giorni primi della mia partenza per Calenzano, dove avremmo iniziato a registrare ufficialmente “Catartica”, il nostro primo disco. Dunque avevo 27 anni. Ricordo che quello che leggevo era tanto affascinante quanto strano, poiché avevo come l’impressione, istintiva più che razionale, che Nabokov giocasse a qualche livello con il lettore (e non alludo al fatto che “subodorai” fin da subito che ero al cospetto di un incredibile autore metanarrativo – lo avrei scoperto con calma, sia che lui lo fosse sia che la metanarrativa fosse una sorta di ramo consistente della letteratura del novecento – quanto al fatto che il tono delle parole pareva sempre voler alludere, sottindendere, nascondere, parodiare, fingere, esagerare). Un altro flash mi riporta invece nello studio di registrazione, qualche settimana dopo, quando fra una sessione e l’altra, in pausa, mi imbattei con emozione in una delle tante descrizioni paesaggistiche che appaiono qua e là nel libro: erano sensazionali, magnifiche, sensuali. Inarrivabili.

Memorie dal Concertone

785_20120502__RA11305

È il Dodicesimo Primo Maggio, primavera 2002. Verso le 21.00 il palco ruota su se stesso rivelando alla folla gli Oasis, Ospiti Internazionali del Concertone insieme a Robert Plant. Liam Gallagher esordisce con un inequivocabile pugno chiuso alzato al cielo, prima di iniziare a cantare «The Hindu Times» con la sua solita posa – inclinato, mani incrociate dietro la schiena, abbassandosi sul microfono. Suo fratello Noel, il chiacchierone della band, accennerà un “Ciao” prima di attaccare «Don’t Look Back in Anger», in una versione slow che consente di apprezzare meglio l’omaggio a «Imagine». Il tema del concerto di quell’anno è CONTRO LE MODIFICHE DELL’ARTICOLO 18 E LOTTA CONTRO IL TERRORISMO.

Innamoratevi di chiunque che l’anima gemella non esiste

magritte les amants

Questo articolo di Valeria Parrella è uscito su La Repubblica. Ringraziamo la testata e l’autrice. (Nell’immagine, Les Amants di René Magritte)

di Valeria Parrella

Poniamo che una coppia occidentale tra i quaranta e i cinquanta, felicemente motivata alla vita, si imbatta per caso nel test del prof. Arthur Aron, psicologo, cattedratico alla State University of New York at Stony Brook. Poniamo che la Lei in questione trovi notizia di questo test in un pezzo di costume del mese scorso sul New York Times. Il pezzo è a firma di Mandy Len Catron, brillante editorialista che si era ritrovata a mezzanotte su un ponte a guardare negli occhi un semisconosciuto per 4 minuti. E’ uno dei task, quello finale, previsto dallo studio del dott. Aron, che l’aveva sperimentato sui suoi studenti, accoppiandoli casualmente senza che si fossero mai parlati in precedenza, e lasciandoli a svolgere il compito chiusi in laboratorio. Lo studio voleva dimostrare che, a parità di “metodo”, ci si può innamorare di chiunque. Quindi non esistono romantiche affinità elettive, bensì un sistema applicabile in laboratorio, che accelera quell’abbattimento delle difese necessario a creare prossimità tra due persone. Creata questa intimità, ci si innamora.  Muoia Goethe con tutti gli amanti e si aspetti che l’Emile cresca per farlo innamorare a tavolino.

Rock e cinema. Che cosa resta

brewviews_wildatheart.widea

È da poco uscito il nuovo numero di “Cineforum” con – tra le molte cose – un inserto su cinema e rock con scritti di Roberto Manassero, Matteo Marelli, Simone Emiliani. Invito i lettori di m&m a leggere la rivista e visitare il sempre attivisimo sito di Cineforum. Ringrazio il direttore Adriano Piccardi per avermi interpellato sul tema. Questo il mio intervento.

Quale futuro ha il già ambiguo sodalizio tra cinema e rock ora che Brown Sugar è diventata musica da aeroporto e le note di John Lennon accompagnano senza imbarazzo le pubblicità di banche e compagnie assicurative?

Ci ha messo mezzo secolo e forse anche meno, il genere che nacque dal magnifico furto di Elvis Presley ai danni di Chuck Berry e forse iniziò a suicidarsi coi Sex Pistols durante il Giubileo d’argento della regina Elisabetta, per invertire l’onere della prova davanti all’opinione pubblica (se ai benpensanti degli anni Cinquanta che guardavano l’Ed Sullivan Show doveva dimostrare di essere socialmente accettabile, adesso un rocker che compaia su uno schermo televisivo – all’Isola dei famosi ci è finito perfino Johnny Lydon – è reazionario fino a prova contraria).

Jim Carroll, il poeta della pallacanestro

tumblr_m6zd8pc0a21qz7b9qo1_1280

Pubblichiamo la prefazione di Tiziana Lo Porto a Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll. Vi segnaliamo che domani, lunedì 2 giugno, Tiziano Lo Porto sarà ospite del festival La grande invasione di Ivrea per partecipare all’incontro A proposito di Jim Carroll insieme a Violetta Bellocchio.
Tutto quello che c’è da dire e da sapere su Jim Carroll sta in un rapido elenco di parole: pallacanestro, poesia, rock’n’roll, eroina. L’ordine non è importante, le parole sono quelle. Racchiudono in sé grazia e vulnerabilità, potenza e resa. Così per la durata di una vita, nel caso di Jim Carroll costellata di episodi memorabili e mai lontanamente facile.

La vanità è una grande qualità

Vedere giocare Jim a pallacanestro è un sistema infallibile per capirne l’opera. Jim Carroll giocava con vanità. A un certo punto della sua vita disse: «La vanità è una grande qualità nel rock. È come quando giocavo a pallacanestro: non è importante segnare due punti ma essere figo mentre lo stai facendo, è una possibilità per trascendere te stesso».