Tempo di Chet: conversazione con Paolo Fresu

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Il 13 maggio del 1988 Chet Baker,uno dei più grandi talenti della storia del jazz, artista tra più iconici del Novecento,veniva ritrovato senza vita, sul suolo sottostante la finestra della sua camera Prins Hendrik Hotel di Amsterdam.

Per riassumere l’impatto della musica di Baker riportiamo questa puntuale considerazione di Hakuri Murakami: “nel suo modo di suonare c’era qualcosa che faceva nascere in petto un ineffabile, lancinante dolore, delle immagini e dei paesaggi mentali che soltanto la qualità del suo suono e il suo fraseggiare sapevano trasmettere”.

Charles Mingus: «In altre parole io sono tre»

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In occasione dell’uscita del libro-intervista Mingus secondo Mingus di John F. Goodman, pubblichiamo un profilo di Charles Mingus firmato da Eddy Cilìa. Ringraziamo l’autore per la gentile concessione.

di Eddy Cilìa

«Sono Charles Mingus. Mezzo nero, mezzo giallo… ma non proprio giallo e nemmeno bianco quanto basta a essere identificato come tale. Per quanto mi riguarda mi considero un negro… Charles Mingus è un musicista, un musicista meticcio che produce musica bella, terribile, amabile, maschia, femminile, musica. E ogni tipo di suono: forte, piano, inaudito. Suoni, suoni, suoni, suoni, suoni, suoni, suoni… Uno che gli piace un sacco giocare con i suoni».

Si raccontava così – a una radio canadese, in un anno imprecisato (ho preso la citazione dal libretto di Epitaph, riordino ed esecuzione postuma di alcuni dei suoi spartiti più memorabili) – il più grande contrabbassista della storia del jazz e uno dei più grandi compositori – afroamericani e non solo, jazz e non solo – dell’ultimo secolo.

Miles. L’autobiografia

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Oggi è la Giornata Internazionale del Jazz. Vogliamo festeggiarla con un brano tratto da Miles. L’autobiografia di Miles Davis e Quincy Troupe.

Arrivai a New York nel settembre del 1944 e non nel 1945 come dicono molti giornalisti contaballe che scrivono di me. La seconda guerra mondiale stava finendo quando arrivai. Un sacco di ragazzi se n’erano andati a combattere contro i tedeschi e i giapponesi e parecchi di loro non tornarono. Io sono stato fortunato: la guerra stava finendo. C’erano un sacco di soldati in uniforme a zonzo per New York. Me li ricordo benissimo.