Stregati: “La più amata” di Teresa Ciabatti

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Con La più amata iniziamo una rassegna dedicata ai dodici libri finalisti al premio Strega, edizione 2017.

Philip Roth, parlando di Kafka, diceva che «quando uno scrittore degno di tal nome è arrivato a trentasei anni, non traduce più l’esperienza in una favola: impone le sue favole all’esperienza». Con queste parole Roth intendeva dire che uno scrittore non attinge alla propria esperienza per inventare delle storie, ma proietta le proprie storie nella sua vicenda biografica con lo scopo di modificare la sua vita stessa. E che il fiore più prezioso della sua identità letteraria non risiede nei nudi fatti della sua esistenza, né nella creatività che egli impiega nella sua narrativa, ma nel nucleo più terso della sua invenzione proiettato nel cuore pulsante della sua esperienza.

Le sfolgoranti narrazioni di James Salter: “La solitudine del cielo”

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Ci sono romanzi che è opportuno leggere lentamente. Sono libri in cui non accadono molti fatti, e quelli che vi sono descritti hanno raramente la capacità di sostenere una lunga narrazione. Ma il loro pregio è proprio nella lentezza. I pochi avvenimenti che vengono raccontati, infatti, sono distillati come un tesoro prezioso che dona valore al tempo della lettura e qualità al racconto. La solitudine del cielo – il secondo libro in ordine cronologico di James Salter– è uno di questi romanzi.

Il paradigma della luce di Gaia Manzini

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In Ultima la luce, il nuovo romanzo di Gaia Manzini edito da Mondadori, la luce non si limita a fornire al libro l’occasione del titolo, ma si configura come un elemento fondamentale. È una luce che si deposita sulle cose come una patina e le rifrange senza svelarle, provocando una visione incompleta, prismatica, in un certo senso ingannevole. È la luce dello sfarzo, dell’insincerità, destinata a far brillare più che a illuminare, a risplendere più che a rivelare. Una luce agnostica, che non ha il compito di fare chiarezza ma quello di colorare un’ora del giorno, una percezione sensoriale o un’intera esistenza.

Gaia Manzini ha scritto un libro ambizioso, inserendosi con autorevolezza nel filone del romanzo borghese, che in Italia negli ultimi anni ha avuto l’esponente più illustre in Alessandro Piperno. Dopo la morte della moglie Sofia, Ivano, un ingegnere milanese di sessantotto anni, va a trovare il fratello Lorenzo nella villa di Santo Domingo in cui si è trasferito a vivere da un po’ di tempo. Lì conosce Liliana, una donna indipendente e affascinante, e scopre una verità legata alla sua defunta moglie che non avrebbe mai potuto immaginare. Il viaggio rende a Ivano quell’energia che negli anni del matrimonio a poco a poco gli era venuta a mancare. E tornando a casa riuscirà a recuperare il proprio rapporto con la figlia Anna e a porre le basi per iniziare una nuova vita.

Uno spreco fatale e al tempo stesso sontuoso

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Sylvia (il libro di Leonard Michaels edito da Adelphi con traduzione di Vincenzo Vergiani) racconta un amore fatale, impuro, violento, viscerale; un amore che si consuma tra liti furibonde e un sesso disperato. È uno di quei romanzi in cui la bella scrittura sembra quasi una conseguenza. L’autore rinuncia a descrivere sentimenti e si limita a esprimere sensazioni – che garantiscono una maggiore fedeltà, una sincerità più profonda; è un libro dotato di una prosa indolente, che non vuole sorprendere con una struttura sintattica articolata, ma che mira soltanto a rappresentare la realtà nella maniera più diretta, nuda, senza fronzoli, con uno stile paratattico che procede per frasi brevi, coordinate da nessi elementari.

La sua forza è nella semplicità. Stupisce proprio in quanto non desidera stupire: «Stando lì a Cambridge con lei, non sentivo alcun bisogno impellente di essere altrove. Sarebbe stata una splendida estate, rigogliosa, profumata. Avevo una ragazza. Nessun dovere. Dovevo solo esistere».

L’ultima notte di James Salter

ISBN: 0-316-76965-7

(fonte immagine)

Come avviene spesso anche nei suoi romanzi, nell’Ultima notte, la raccolta di racconti di James Salter da poco pubblicata da Guanda con traduzione di Katia Bagnoli, non è semplice seguire le vicende dei personaggi che di volta in volta si affacciano numerosi sulla scena. Ma non perché di loro si dica troppo poco. Gli eroi di Salter non sono mai solamente abbozzati, nemmeno quando se ne parla soltanto per poche righe: sono sempre degli universi compiuti, anche quelli che svaniscono quasi subito senza lasciare traccia nel seguito della narrazione.

È come se l’autore si fosse prefisso di mostrarci solamente una piccola parte di un mondo complesso e stratificato; come nella teoria hemingwayana dell’iceberg, i lettori possono percepire solo una porzione del personaggio, ma dai pochi dettagli che ne vengono rivelati riescono a presagire tutta la complessità che rimane nell’ombra. I dettagli, del resto, per Salter sono l’unico aspetto percepibile della realtà, gli accidenti in cui si manifesta l’articolata fenomenologia dell’umano.

L’essenza torbida e impudica della vita (ovvero per quale motivo Philip Roth non ha ancora vinto il Nobel)

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Ci troviamo nel quarto capitolo di Pastorale Americana. Merry Levov, la figlia dello Svedese, è latitante già da un po’. È accusata di aver fatto saltare in aria il minuscolo ufficio postale di Old Rimrock, e di aver ucciso un uomo nell’esplosione. Quando già i suoi genitori stannoperdendo la speranza di rintracciarla, Rita Cohen, una ragazza che sostiene di essere in contatto con Merry, comincia a tormentare lo Svedese con una serie di richieste da parte della figlia.

Prima si fa portare dei semplici oggetti: l’album con i ritagli di Audrey Hepburn, le scarpette da ballerina, il diario tartaglione (Merry soffre di unagrave forma di balbuzie). Infine gli chiede dei soldi: cinquemila dollari in contanti, in banconote di piccolo taglio non segnate.

Tra densità e rarefazione. La poesia metropolitana di Mario De Santis

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Ci sono momenti in cui la realtà sembra sgretolarsi a poco a poco: non in modo evidente, ma in tanti piccoli crolli progressivi che minano le fondamenta stesse dell’universo e mettono in discussione ogni certezza.

Un simile scenario post-apocalittico costituisce l’ambientazione di Sciami, l’ultima raccolta poetica di Mario De Santis, uscita per Ladolfi nel 2015.

Sin dalle prime liriche del libro, dinanzi al lettore si dispiega un universo precario, sull’orlo del disfacimento, in cui le parole chiave evocano una progressiva frantumazione del senso: «crollo», «fuga», «gas», «insetti», «sciami». È un panorama disfatto, devastato, nel quale l’uomo si ritrova a vivere quasi come un superstite o un estraneo, in un mondo che non gli appartiene più, un universo divorato dagli insetti, che ne hanno infestato il cuore malato: «La nuvola che muore ha il cielo sopra lei / e il viola inutile dei gas che la colora: dalla piazza / più grande di Milano, su verso tetti tra le antenne sale / la processione di insetti avvelenati, di triboli e di spine».

La trascendenza inquieta di Philip Roth

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Dal nostro archivio, un pezzo di Luca Alvino uscito su Nuovi Argomenti nel 2014. (Fonte immagine)

Nelle pagine finali di Nemesi – l’ultimo romanzo lasciato in eredità da Philip Roth –, l’insegnante di ginnastica Bucky Cantor, lanciando il giavellotto con tecnica magistrale e virile determinazione, viene ammirato intensamente dai propri giovani allievi, ai quali la fierezza di quel gesto atletico appare come un apice delle proprie aspirazioni adolescenziali, il punto di arrivo del loro fiducioso percorso di addestramento alla vita. Con la sola contemplazione di quella prodezza sportiva, uno sparuto gruppo di ragazzini di Newark riesce a dimenticare le vicende minuscole del quartiere di Weequahic per gustare le primizie di una futura, adulta partecipazione alla storia del genere umano. In quei muscoli tesi nella concentrazione, nel movimento articolato e asciutto, nel lancio accurato e nel grugnito sordo che ne accompagna lo sforzo, ai ragazzi sembra di intravedere il premio più nobile cui essi possano aspirare, la possibilità concreta del pieno soddisfacimento dei loro sogni giovanili, la ricompensa per una formazione stoicamente radicata nella condiscendenza.

La narrazione poetica di Nino De Vita

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Esistono delle storie che, appena le leggi, capisci subito che sono importanti; e tuttavia ti accorgi che non lo sono per i fatti che raccontano, per i dettagli che rivelano, ma per le cose che nascondono, quelle di cui non è possibile parlare. Sono, in un certo senso, narrazioni centripete, che non procedono in maniera lineare, ma in modo concentrico e in cui gli elementi che rimangono nascosti fino alla fine riflettono sulle cose un’ombra che ne manifesta l’importanza senza svelarne l’aspetto.

A ccanciuri Maria, di Nino De Vita, è uno di questi libri. De Vita racconta – nel suo bel dialetto siciliano con testo italiano a fronte – la storia di un matrimonio sbagliato. Lo sposo, dopo essere stato rifiutato dalla famiglia di Maria, la sua innamorata, decide di rapire la ragazza e organizza la classica fuitina. Ma la sera in cui insieme al cognato si presenta a casa sua per portarsela via, al posto suo trova la sorella Margherita, e rapisce lei. Il rapimento, ovvero l’episodio centrale del poemetto, viene narrato solo alla fine del libro.

A proposito delle “Cento poesie d’amore a Ladyhawke”

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Esistono alcuni amori che è bene non rivelare a nessuno, nemmeno alla persona amata. Sono passioni che si sviluppano nei luoghi più ombrosi dell’anima, e vivono pericolosamente sbilanciate dalla parte del sogno. Privati della naturale possibilità del confronto, sono forse gli amori più romantici, destinati a perdere progressivamente ogni tipo di rapporto con la realtà. Terribilmente insicuri, possono essere al tempo stesso particolarmente spavaldi; non comprendono il valore del compromesso, e perciò si assestano spesso su posizioni estreme; non sono in grado di confrontarsi con la natura mutevole della vita, ma preferiscono indulgere in pensieri funebri; non hanno una grande dimestichezza con il tempo, e dunque si impongono la misura dell’eterno.

Sono irrequieti, nostalgici, infantili, teatrali, irragionevoli. Non si prefiggono traguardi concreti, ma perseguono obiettivi dissennatamente irrealizzabili. Idealizzano il sesso, ma in realtà lo temono più di ogni altra cosa. Giudicando il pensiero più appagante della corporeità, all’atto preferiscono la potenza, alla consumazione il desiderio. All’incertezza del futuro, antepongono le coordinate rassicuranti del passato; al rischio dell’esperienza, il conforto della rappresentazione.