La contrada di pietre e di spine

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(Immagine: Julien Coquentin.)

Spesso ce ne dimentichiamo, ma la morale non è un’esclusiva del bene. Anche il male può avere una sua etica. A volte, infatti, esso basa su dei principi rigorosi le fondamenta delle sue trame, e tali principi possono essere connotati da una sacralità pari, se non superiore, a quella che caratterizza le scelte incardinate negli argini virtuosi della rettitudine. Non è possibile comprendere i meccanismi che regolano le dinamiche della malavita se essa viene intesa solamente come un sistema per perseguire degli interessi a spese della società civile. Il male non è la negazione del bene, non nasce per opposizione a esso, ma si sviluppa seguendo dei criteri per molti versi simili a quelli del bene. Anche il male possiede una sua metafisica, e stabilisce un assoluto da cui discendono come conseguenza dei valori trascendenti. Non è un caso che il termine calabrese «’ndrangheta» derivi dal greco andrágathos, «uomo valoroso»: il valore non ha mai un significato assoluto, ma necessita sempre di un contesto di riferimento.

Nei meandri ingannevoli della fantastoria

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Pubblichiamo una recensione di Luca Alvino su «Il corridoio di legno» di Giorgio Manacorda (Voland).

Che la narrativa attinga avvenimenti dalla vita reale e li trasformi in qualcosa di diverso secondo le dinamiche proprie della finzione è cosa risaputa. Tuttavia, quando tali avvenimenti non rimangono circoscritti nei limiti angusti del mero dato biografico, ma assumono il respiro della macrostoria, qualunque cambiamento significativo degli eventi reali consegue una potentissima valenza non soltanto sul piano narrativo, ma anche al livello poetico e filosofico. Sul piano poetico, perché induce uno straniamento nel lettore, spostando ambiziosamente in avanti la soglia di sospensione dell’incredulità. E su quello filosofico, perché stabilisce una visione del mondo, che acquisisce nitore per contrasto sui territori noti e opachi dell’oggettività.

La tossicità della condiscendenza

Melancholia

Pubblichiamo una recensione di Luca Alvino su «Melancholia» di Lars von Trier

Esiste una rotta privata dell’esistenza, dalla quale sarebbe opportuno non allontanarsi mai. È la rotta che transita lungo il corso degli eventi senza metterne in discussione il senso e la necessità. Se tale rotta viene smarrita, l’equilibrio di una persona può essere seriamente compromesso, e le si prospettano dinanzi due possibilità: l’inizio di un percorso di maturazione o la resa alla deriva dello smarrimento. Il percorso di maturazione deve consentire all’individuo di costruire certezze autonome, diverse da quelle ricevute in eredità, e basate su scelte individuali; e deve rafforzare in lui la facoltà di riscoprire ogni giorno il significato dell’esistenza, giacché non ne esiste più uno preconfezionato al quale ricorrere meccanicamente. Se tuttavia non si possiedono le risorse per compiere questo itinerario faticoso – o si è perduta la capacità di sospendere la propria incredulità quel tanto che serve per conferire nuovamente alle cose un significato accettabile – c’è il rischio di cadere nella malinconia. La malinconia è una forma grave di depressione che consiste in un doloroso abbattimento fisico e psichico, e nella perdita di interesse nei confronti di sé stessi e delle vicende del mondo esterno. E Melancholia è anche il titolo dell’ultimo lavoro di Lars von Trier, un film sull’ingombro della mortalità, sull’ineluttabilità della consunzione e della fine. E sugli stratagemmi dell’uomo per dimenticarsene.

Here and After

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«Hereafter» significa «aldilà». Ma in inglese la parola composta mantiene nel primo elemento (here) quel rapporto diretto con la realtà terrena che nel termine italiano – tutto sbilanciato nelle regioni impervie dell’escatologia – rimane imprudentemente sottinteso. Mi sembra dunque indovinata la scelta di non tradurre il titolo dell’ultima pellicola di Clint Eastwood, che a ben vedere ha molti più punti di contatto con la vita di quanti non ne abbia con la morte. Le tre storie che vanno a confluire nel finale del film hanno per protagonisti tre personaggi che loro malgrado si ritrovano ad affrontare – da diverse angolazioni – il rapporto morte-vita: Marie, una spigliata e attraente giornalista francese all’apice della sua vita privata e professionale; George, un sensitivo di San Francisco dalle sorprendenti capacità medianiche; e Marcus, un bambino londinese figlio di una madre tossicodipendente e alcolizzata.

Trascendenza capovolta

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Uno degli scopi della letteratura è quello di aiutarci a smontare gli stratificati meccanismi ideologici su cui si basa la conoscenza per rivelarci qualcosa di più autentico sulla nostra natura; e dunque metterci in discussione, scardinare certezze, provocare nei lettori uno spaesamento.

Il dettaglio e l’infinito

Pubblichiamo un lungo approfondimento di Luca Alvino sul popolare scrittore americano Philip Roth. Il saggio è uscito sul numero 7 (giugno 2011) della rivista 451 via della Letteratura della Scienza dell’Arte. La rivista fa riferimento alla formula del New York Review of Books di cui pubblica una selezione di articoli insieme a contributi di studiosi italiani, come questo che ci è stato gentilmente concesso.
Buona lettura.

«La Rivista dell’Etica Medica si propone di classificare la felicità tra i disordini mentali e di includerla nelle future edizioni dei principali manuali di diagnostica sotto questo nome: disordine affettivo primario, di tipo piacevole.