Americana/10: Philipp Meyer

philipp meyer

E così siamo  giunti all’ultima puntata  per la rubrica di Luca Briasco: in queste settimane ci ha raccontato i dieci titoli rimasti fuori dai quaranta selezionati per Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea (minimum fax). Qui le puntate precedenti.

Philipp Meyer, Il figlio

Nato nel 1974, dunque poco più che quarantenne, Philipp Meyer è senza ombra di dubbio uno degli esponenti più credibili e rappresentativi della generazione di autori che, raccogliendo il testimone dei Vollmann, dei Foster Wallace e dei Franzen, sta tentando di aprire nuove strade per la narrativa statunitense. Dopo l’impressionante esordio di Ruggine americana, nel quale aveva saputo tratteggiare, con tinte vicine al miglior noir e profonda empatia, il ritratto di una generazione devastata dalla deindustrializzazione e dall’impoverimento materiale e morale che ne consegue, con il suo secondo romanzo, Il figlio – pubblicato come il predecessore da Einaudi e tradotto con perfetta aderenza da Cristiana Mennella –, Meyer è approdato alla grande saga famigliare, tra storia ed epica. E ha ulteriormente consolidato il successo di critica e di pubblico che era arriso alla sua prima prova, arrivando tra i finalisti del Premio Pulitzer e richiamando, come prevedibile, l’interesse di Hollywood, che lo ha chiamato a sceneggiare Il figlio e a farne una serie televisiva in dieci puntate, ormai in post-produzione e programmata per il prossimo aprile.

Una vita come tante, di Hanya Yanaginara

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Alla sua uscita in America, nel marzo del 2015, la stampa americana lo ha celebrato e amato al punto da riproporlo unanime a inizio 2016 in cima alle liste dei romanzi migliori dell’anno. Il titolo inglese è A Little Life, una piccola vita (Una vita come tante nell’ottima traduzione italiana di Luca Briasco, in ottobre in libreria per Sellerio, pagg. 980, 19 euro).

La vita in oggetto è quella del tormentato Jude, prima studente affascinante e infelice, poi adulto e avvocato nella New York di oggi. Jude St. Francis è il protagonista dell’imponente (in dimensioni e sentimenti) romanzo della scrittrice statunitense di origini hawaiane Hanya Yanaginara. Alle spalle di Jude – svelata lentamente nel divenire del romanzo – c’è un’infanzia di abusi e violenze. Intorno a lui c’è una corte di amici pronti a risarcirlo d’amore ma incapaci di colmare del tutto vuoto e distanza.

“Mostri che ridono”, la giostra di Denis Johnson

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(fonte immagine)

Sembra che l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti stia costringendo almeno quattro continenti a ridisegnare la propria idea dell’America: a mutare, cioè, le proprie aspettative, partendo dal biasimo per gli Stati Confederati, colpevoli di aver infuso nazionalismo nella loro emotività – o emotività nel loro nazionalismo, non è ben chiaro. In ogni caso, niente di nuovo. Il sospetto maggiore, a questo punto, è che l’America non sia mai stata ben compresa dai suoi osservatori più distanti. Che, in un certo senso, ne sia circolata sempre – o ne sia stata accolta – un’immagine superficiale, idealizzata dalla sudditanza, di terra grandiosa e controversa, sì, ma mai plausibilmente fragile.

Eppure dovremmo saperlo, visto che il cinema ci ha raggiunto ovunque, che l’America di oggi è Christopher Walken de Il Cacciatore che diventa, tragicamente, John Goodman de Il grande Lebowski, un maschio-isola dalla tempra muscolare, con fantasie catastrofiche e una psicosi insanabile. Dovremmo saperlo, sì, ma non lo sappiamo. Perseveriamo nell’immaginarne un’altra, oscillante fra Erin Brokovich e Be-Bop-A-Lula, e lo scoglio d’incomprensione è così alto da fare ombra alla straordinaria offerta immaginifica che scaturisce da questa psicosi.

“Nel mondo a venire”, un oggetto narrativo di incerto statuto

Author Ben Lerner visits the the Metropolitan Museum of Art in New York.

Questo articolo è apparso su alias/il manifesto. (Fonte immagine)

di Luca Briasco

C’è una parola insolita che ricorre con cadenza regolare in Nel mondo a venire, titolo, meravigliosamente infedele, con il quale Sellerio propone ai lettori italiani 10.04, secondo, acclamato romanzo di Ben Lerner (292 pagine, 16 euro, traduzione, davvero eccellente, di Martina Testa). Si tratta del termine “propriocezione”, mutuato dalla neurologia, che indica la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, anche senza il supporto della vista. Fondamentale al fine di mantenere il controllo dei movimenti, la propriocezione è una virtù imprescindibile, per il protagonista di questo strano oggetto narrativo, sospeso tra realtà e invenzione della realtà, tra passato e futuro, tra morte e vita.

Ricordando David Foster Wallace / 2

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Questo articolo è uscito sulla rivista Tradurre. (Foto: Giovanni Giovannetti)

di Norman Gobetti

Moriva, il 16 dicembre 1991, Pier Vittorio Tondelli. Prolifico operatore culturale, oltre che amatissimo scrittore, Tondelli aveva fondato nel 1990, insieme ad Alain Elkann ed Elisabetta Rasy, il quadrimestrale di letteratura «Panta». Dopo la morte di Tondelli, nel comitato editoriale di «Panta» subentrò lo scrittore statunitense Jay McInerney, che nel 1993 curò un numero dedicato ai nuovi narratori americani. Il volume presentava i racconti di quindici autori all’epoca quasi tutti inediti in Italia, fra cui Jennifer Egan, Jeff Eugenides, Mark Leyner, Donna Tartt e William T. Vollmann, tradotti da scrittori italiani come Michele Mari, Sandra Petrignani, Claudio Piersanti, Sandro Veronesi e Valeria Viganò. Fra gli altri c’era anche, nella versione di Edoardo Albinati, un racconto dal titolo Per sempre lassù. Nella sua introduzione, McInerney scriveva a proposito dell’autore di quel racconto: «Uno sperimentatore postmodernista […] furiosamente creativo. […] Le sue ambientazioni e le sue strategie narrative sono varie, ma sempre attualissime» (McInerney 1994, 14). Sono probabilmente le prime parole mai pubblicate in Italia a proposito di David Foster Wallace.

L’America in Iraq raccontata da Kevin Powers e Ben Fountain

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La guerra in Iraq raccontata da Kevin Powers con Yellow Birds (Einaudi Stile Libero) e Ben Fountain con È il tuo giorno, Billy Lynn! (minimum fax): ne scrive Luca Briasco in un pezzo uscito su Alias, il supplemento culturale del manifesto.

di Luca Briasco

Il 2012 è stato un anno di svolta per la narrativa americana: nel giro di pochi mesi sono usciti due romanzi che hanno conquistato l’attenzione della critica e accumulato elogi: ambedue finalisti del National Book Award e vincitori di molti altri, importanti premi letterari, erano tra i favoriti per la conquista del Pulitzer Prize per il 2013, ma i giurati, come accade ormai da qualche anno, li hanno ignorati, conferendo l’alloro a un’opera straordinaria quanto “fuori dagli schemi” come Il signore degli orfani, di Adam Johnson. Due romanzi, soprattutto, che prendono di petto la “sporca guerra” in Iraq, vera e propria piaga nell’immaginario liberal dell’ultimo decennio: una guerra scatenata sulla base di un’oggettiva menzogna, ammantata di un patriottismo post-11 settembre duro a morire, e trasformatasi nel correlativo oggettivo di una nazione che ha rifiutato a lungo di interrogarsi su se stessa, sulla propria crisi morale, sulla progressiva corrosione – o peggio ancora, cessione – di quelle libertà che ne costituiscono il fondamento etico e filosofico.

Così Caldwell fu arrestato per un libro

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: Grant Wood, American Gothic.)

Non c’è speranza nei libri di Erskine Caldwell. Non c’è pietà. Eppure lo stile di questo scrittore sottovalutato dai posteri e oscurato dall’epos scintillante di altri esponenti della cosiddetta letteratura sociale statunitense, sembra resistere al tempo come i campi bruciati dal sole in cui si specchia. Nessun moralismo, mai un giudizio, neppure il briciolo di un tentativo lirico. Ossia tutto quello che possiamo vedere, senza filtri e quasi esemplarmente, in uno dei libri più celebri: Il piccolo campo, ora di nuovo in libreria nella bella traduzione di Luca Briasco (Fazi, pp. 247, euro 17,50).

Postmoderni narratori apocalittici

Questo articolo è apparso sul Manifesto. di Luca Briasco Finzioni DOPO LA FINE Una messa a fuoco delle espressioni più recenti che la letteratura ha dato alle nostre paure, tra fantascienza e nostalgie del presente. Fredric Jameson ha parlato di «un millenarismo invertito» e James Berger ha osservato come alla fine del XX secolo alcuni […]

Questa è l’acqua

L’ultimo libro dell’ultimo genio della letteratura americana (Articolo apparso sul Riformista). «A distanza di anni sentiremo ancora il gelo che ha accompagnato la notizia della sua morte», disse Don DeLillo nel discorso che tenne a New York, nell’ottobre del 2008, in ricordo di David Foster Wallace. Oggi, quel breve testo, che allora fu letto in […]

Tutte le strade portano indietro. Una riflessione sulla letteratura americana dopo l’11 settembre

Pubblichiamo quest’articolo apparso qualche giorno fa sul Manifesto, firmato da Luca Briasco, editor della casa editrice Einaudi e conoscitore critico e specialista di letteratura americana postmoderna e contemporanea. di Luca Briasco Riflettere sulla letteratura americana, sul suo stato di salute e sulle direzioni verso le quali si sta orientando equivale prima di tutto a cercare […]