L’ossessione per la purezza nell’ultimo romanzo di Jonathan Franzen

purity

Torniamo su Purity con un pezzo di Luca Illetterati, dopo aver pubblicato una recensione di Stefano Piri

di Luca Illetterati

Alla domanda che chiedesse, un po’ ingenuamente, di che cosa parli Purity, l’ultimo discusso romanzo di Jonathan Franzen, il lettore giunto con la lettura a metà del libro e che non avesse voglia di ricostruire l’elaborato intreccio (che peraltro non gli si è ancora del tutto dipanato), potrebbe rispondere che il romanzo parla in qualche modo di Franzen stesso.

Non perché si tratti di un romanzo autobiografico. E nemmeno perché siano già da subito fin troppo evidenti quelle ossessioni che caratterizzano da sempre la narrativa franzeniana e di cui egli ha peraltro saputo scrivere in prima persona in alcuni splendidi testi raccolti soprattutto in FurtherAway (Più lontano ancora, Einaudi 2012): i rapporti fra i sessi come sfibranti rapporti di potere, la famiglia come ineludibile ricettacolo delle nevrosi pubbliche e private, Internet come luogo di costruzione di una verità potente e artefatta, e così via.

Riforma della scuola: la vera posta in gioco

scuola

di Luca Illetterati

(fonte immagine)

A leggere e ad ascoltare molti dei discorsi chi si fanno sui giornali e in televisione sulla riforma della scuola l’impressione è che perlopiù non ci si accorga o non ci si voglia davvero accorgere di ciò che è in gioco dentro a questo scontro che vede contrapposti da una parte il governo, con in prima fila il premier , la parte maggioritaria del Pd (gli altri partiti della coalizione e i partiti dell’opposizione si limitano a guardare) e dall’altra gli insegnanti; quasi tutti, finora. C’è addirittura chi pensa (e ovviamente c’è chi vuol fare pensare) che si tratti semplicemente di una partita corporativa. Come se gli insegnanti fossero lì a protestare in difesa di rendite di posizione, peraltro difficili anche solo da immaginare per chiunque abbia davvero lavorato qualche giorno dentro una scuola. O che si tratti comunque di una sacca di resistenza di arcigna conservazione ipersindacale rispetto a una necessaria e urgente modernizzazione che non può più attendere.
Una semplificazione che a volte tocca dei picchi formidabili e degni forse di qualche considerazione.

Realtà e rappresentazione nel cinema di Nanni Moretti

miamadre

di Luca Illetterati

Bring me back to reality, urla John Turturro nei panni di un cialtronesco e tragico attore incapace di dire anche il poco che dovrebbe dire nel film che Margherita Buy (alter ego di Moretti) dirige all’interno di Mia Madre, l’ultimo film, appunto, di Nanni Moretti. Riportatemi alla realtà, grida con il suo italiano buffo: il cinema è un lavoro di merda, aggiunge.

Sembra giocarsi su questo, il film di Moretti, su questa problematica polarità che è quella che si apre fra la realtà e la sua rappresentazione. Lo spazio cioè che il film prova ad abitare è appunto quello fra un cinema inteso come racconto del mondo, che diventa giocoforza una sua riduzione retorica e patetica e la realtà della vita, la realtà delle cose che vengono vissute, pensate e sentite, le quali sembrano trovarsi qui in una sorta di altrove appena tratteggiato: negli interstizi banali delle esistenze, nei pianti apparentemente insensati, nell’incapacità di portare a parola l’esperienza.

Le carceri sono le viscere del mondo – su “Cattivi” di Maurizio Torchio

schiele

(Immagine: Egon Schiele, Quell’arancia è stata l’unica luce, 1912)

di Luca Illetterati

La narrazione delle situazioni estreme, di quelle situazioni-limite che si pongono ai bordi dell’ordinario e che da questo punto di vista, non di rado paludoso e sfuggente, lo svelano nelle sue dinamiche perlopiù irriflesse, si espone sempre a un doppio pericolo: quello della riduzione e quello dell’enfasi.

La riduzione è il non riconoscimento della differenza, è lo scioglimento dello straordinario nell’ordinario o dell’ordinario nello straordinario; è il tentativo di smussare gli spigoli taglienti dentro una omogeneità che si articola al massimo per differenze di grado, la pretesa di descrivere dentro una grammatica unitaria forme di vita che si distinguono invece proprio in quanto reciprocamente altre e vicendevolmente intraducibili.