Gli anni della Tav raccontati dalla letteratura contemporanea

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di Miriam Aly

Negli ultimi mesi del 2018 è ritornata al centro del dibattito politico la questione Tav, con tutto lo strascico di domande più o meno lecite che la riguardano. Il treno ad alta velocità, di interesse italiano perché collegherebbe Torino e Lione, viene trattato in una certa comunicazione istituzionale come una infrastruttura già capitalizzata ma anche già capitalizzante, ovvero viene percepito e analizzato in una sua dimensione algebrica: l’analisi costi e benefici, giudizi che perlopiù si fermano alla superficie della questione, pensare ad un ipotetico referendum, risparmiare quaranta minuti per andare in Francia, pensare ai quarantacinque chilometri di territorio italiano, affidare la questione ad una dicotomia di governo.

Ricordando Luca Rastello: Lettera alle pulci

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Il 6 luglio 2015 ci lasciava Luca Rastello. A qualche giorno
dalla ricorrenza lo ricordiamo con un pezzo di Giorgio Vasta, apparso su Robinson, e soprattutto con un suo brano, La lettera alle pulci, un estratto dal libro postumo Dopodomani non ci sarà (Chiarelettere), che vi invitiamo a leggere.

di Giorgio Vasta

Quando ci si trovava in compagnia di Luca Rastello, a un certo punto arrivava il momento del «racconto islandese»: un episodio collocato in un tempo più mitico che storico, una narrazione – seria nei toni, bugiarda nella drammaturgia, dunque dichiaratamente letteraria – in cui Rastello evocava un rocambolesco incidente stradale lungo la Ring Road, qualcosa che gli era davvero accaduto, una storia in cui troll e folletti erano a tutti gli effetti personaggi reali.

Ascoltandolo ci si veniva a trovare su un crinale sottile tra verità e finzione, tra chiarezza e oscurità, tra comicità folle e tragedia: vale a dire in quel luogo estremo, inaffidabile e rivelatore, dove è esistito ed esiste ancora il pensiero di Luca Rastello.

Ricordando Luca Rastello

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Due anni fa ci lasciava Luca Rastello, intellettuale e scrittore capace come pochi di incidere sul nostro tessuto. Per ricordarlo, pubblichiamo la definizione della parola “penultime” scritta da Rastello per il Dizionario affettivo della lingua italiana, pubblicato da Fandango nel 2008, curato da Matteo B. Bianchi e co-curato da Giorgio Vasta.

di Luca Rastello

PENULTIME

Sono le cose di cui si può scrivere e di cui verosimilmente vale la pena scrivere. Forse le sole a soddisfare entrambe le condizioni. Non le ultime, perché non sono esperibili o, almeno lo sono quando è difficile ormai tenere una penna in mano o maneggiare una tastiera. Non le prime, perché avvolte in un passato immemore, anteriore al risveglio della consapevolezza.

Processo agli scorpioni

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Un anno fa ci lasciava Luca Rastello, giornalista e scrittore italiano tra i più decisivi e incisivi degli ultimi tempi. Di seguito pubblichiamo un capitolo dal libro Il presente come storia, uscito per le Edizioni dell’Asino, che ringraziamo (fonte immagine).

di Luca Rastello

Sarebbe bello se ogni catastrofe si annunciasse tra fiamme e squilli di tromba, con i segni distintivi dell’eccezionalità e dell’unicità. Ma non è così. Quando arriva, la catastofe, di solito si insinua senza farsi notare fra le pieghe della vita quotidiana, fra un battibecco sull’adeguatezza o meno degli abiti che indossi e il disagio per una battuta infelice pronunciata da una persona di cui avevi fiducia.

Così è la guerra: una cosa che scoppia mentre vai al mercato, mentre pensi a un datore di lavoro insensibile o a una frase memorabile da dire a un partner in amore, una cosa che cambierà la tua vita, l’idea stessa che hai di te stesso, i concetti fondamentali su cui hai basato la tua esistenza: cittadinanza, diritti, o cose più assurde come “Europa” o “Giustizia”, cambierà magari anche la geografia, le mappe del tuo continente, cancellerà città e vite umane, ma intanto si annuncia mimetizzata in un groviglio di eventi quotidiani e banali da cui è così difficile distinguerla. Eppure in quel momento inavvertito è segnato un punto di non ritorno per un’intera civiltà.

Leggete Luca Rastello

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di Adriano Sofferenza

(foto di Mario Boccia)

Leggetelo, ora che non potete più conoscerlo, almeno leggetelo. Può apparire retorica, ma per Luca Rastello, scrittore e redattore di Repubblica, morto a Torino a quasi 54 anni, queste parole sono l’omaggio più giusto. Conoscerlo è stato una cosa importante, fondamentale. Non solo per chi cerca di vivere di giornalismo o ama la scrittura, ma anche per chi guarda alla vita con un occhio critico e lo sguardo rivolto verso gli ultimi.

Leggetelo oggi che la parola rifugiati e tornata sulle bocche di molti. Leggete il suo “La guerra in casa” perché è il libro migliore per capire cosa voglia dire accogliere. Lui che dei predicatori è sempre stato diffidente, e che dai pochi che ha frequentato è scappato a gambe levate, sapeva predicare bene e razzolare ancora meglio. Così la parola accoglienza l’ha tramutata in fatti quando, durante gli anni Novanta, ha attraversato decine di volte gli innumerevoli confini in cui si era spezzata la Jugoslavia.

Luca Rastello era il migliore

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È morto poche ore fa Luca Rastello, a 53 anni. Era malato da tempo, da tantissimo tempo, decenni – un tumore incredibile – ma questo non ha intaccato un briciolo del suo talento, della sua onestà intellettuale, della sua determinazione nel lavoro. Per chi ha fatto il giornalista in Italia – o anche l’ha voluto […]

D’amore e traversine

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È in libreria il nuovo numero di Granta, edito da Rizzoli e diretto da Walter Siti. Di seguito pubblichiamo il racconto di Luca Rastello contenuto in questo numero dedicato a “L’invisibile“, ringraziando la rivista e l’autore.

D’amore e traversine

di Luca Rastello

Ci sono strade che le città dimenticano, passaggi e transiti nascosti negli angoli fra gli spazi di chi vive lungo i marciapiedi. Io sono uno dei custodi ma fino a poco fa non lo sapevo. Aleggiavo in una mia nuvola incerta, quasi senza memoria, mi accontentavo di una sensazione confusa, la sensazione di esserci. Stavo qui perché era naturale. Poi ho incontrato loro e in quell’incontro ho avvertito di nuovo, dopo tanto tempo, l’odore famigliare del bitume.

Il Sistema dei Buoni secondo Luca Rastello

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Torniamo a parlare del romanzo di Luca Rastello con un pezzo di Alessandro Leogrande uscito su Pagina 99.

L’ultimo romanzo di Luca Rastello (I Buoni, Chiarelettere) mette in luce uno dei nervi scoperti della nostra contemporaneità: l’ideologia del bene e la frenetica attività dei Buoni (con la b maiuscola), suoi ultimi depositari. Rastello narra di Aza, una giovane donna scampata ai cunicoli di Bucarest, che approda nell’universo italiano di don Silvano e della sua multiforme onlus In Punta di Piedi. Attraverso i suoi occhi, racconta luci e ombre di un vasto mondo che passa per “volontariato”. Descrive i suoi tic, le sue “doppie morali”, i suoi avvitamenti linguistici… Benché sia un romanzo (e del grande romanzo, I Buoni, ha innanzitutto il ritmo), è difficile non scorgere nel Don Silvano dal maglione sdrucito e l’insistenza sul “restituire memoria”, i tratti di don Ciotti e così, nella onlus In Punta di Piedi, la galassia sorta intorno al Gruppo Abele e a Libera (lo stesso Rastello, tra l’altro, è stato direttore di “Narcomafie”).

Ancora su “I buoni” di Luca Rastello

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Questo articolo è uscito sul “Domenicale” del “Sole 24 Ore”.

di Vittorio Giacopini

Quando Aza – la ragazza dell’Est – lascia i “cunicoli” e il suo popolo degli abissi di sbandati – l’ingresso nel mondo dei “buoni” ha le stimmate di una rinascita totale, però obbligata. Ai piedi delle colline,  tra gli scheletri d’acciaio di templi del lavoro ora in disuso, la città che era stata operaia la riceve distrattamente, e è già qualcosa, ma un inciampo della sorte le muta il destino.  Grazie a Andrea e Mauro – un operatore umanitario e un fotografo prestato al ‘terzo settore’ – la ragazza selvaggia è accolta nel benedicente regno di don Silvano.  Per l’esule la comunità In Punta di Piedi adesso coincide con l’intero orizzonte,  e non ha confini.  Attorno all’uomo di Dio – sguardo stanco, capelli lunghi e un po’ unti, maglione liso – ruota adorante tutta una corte angelica di mediocri bontà, spente esistenze, trattenute ambizioni, sante parole.  Ma gli angeli decaduti non sono altro che diavoli, com’è noto, e in questo libro ferocissimo e spietato  – dunque vero – Luca Rastello ci mette in guardia da subito, non cincischia. Bisogna guardarsi da quell’uomo di chiesa, e dal suo fascino. È questione di tempra morale e visioni dei rapporti di forza, di linguaggio. Il soccorritore degli ultimi – e grande amico dei Potenti, dei famosi – incarna la “forma del mondo”, e va temuto. Il carisma – equivoco – del prete è l’incantesimo del capo di una setta, cerimoniosa.

Non don Ciotti; e non a Sofri, Caselli, Dalla Chiesa. Don Silvano sono io. Sulle polemiche seguite a “I buoni” di Luca Rastello

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È da poco uscito per Chiarelettere I buoni, romanzo di Luca Rastello che sta facendo molto discutere. Nel romanzo si racconta il lato oscuro dei professionisti del bene. Qualche commentatore (come Adriano Sofri o Gian Carlo Caselli) ha creduto – passando dalla finzione letteraria alla cronaca – di ritrovarci don Ciotti e “Libera”. Si è sollevato un polverone. Qui l’articolo di Rastello in risposta alle polemiche, uscito qualche giorno fa sul “Fatto Quotidiano”.

di Luca Rastello

Caro direttore,

ci tengo davvero a ringraziare Il Fatto Quotidiano per l’attenzione che ha voluto dedicare al mio romanzo “I Buoni”, e sono lusingato per la lettura attenta e profonda di Daniela Ranieri. Sento però il bisogno di rispondere, sia pure sommariamente, agli attacchi di Nando Dalla Chiesa e Gian Carlo Caselli che sorprendentemente trovo scomposti. I loro articoli su di me sono ricchi di allusioni e insinuazioni sgradevoli, veri e propri insulti (“ipocrisia”, “velo farisaico” già nell’incipit, “volgare”, “squallido”, “arrogante”, “presuntuoso” qua e là) eper di più si appoggiano a riferimenti testuali del tutto scorretti, e in qualche caso addirittura immaginari, che mi costringono a ripetere un vecchio e trito adagio: prima di parlare di un libro conviene leggerlo, e tanto più se si vuole essere efficaci nel distruggerlo. Addirittura Dalla Chiesa inventa una storia d’amore fra un sacerdote e una donna che nel libro proprio non c’è. Capisco l’intento polemico: deve ridurre il libro a una massa maleolente di pettegolezzi (lui dice “gossip”). Mi dispiace perché stimo Dalla Chiesa per le sue battaglie civili e politiche, ma scivoloni come questo mi danno agio per rispedire al mittente il “gossip”: è una forma mentis che forse appartiene a lui, non a me.